bloggheggiando

Con la cultura si mangia (e si beve il caffè)

Questo blog non fa di me una blogger. Non mi definirei blogger nemmeno se questo fosse un blog famoso. In generale, amo poco definirmi. Tanto che ho scelto una professione che puoi dire solo con lunghe perifrasi. Epperò siccome le mille attività in cui mi butto mi portano a conoscere persone splendide, ho ricevuto un gradito invito come blogger dalla splendida Alice. Questo post non è una marchetta perché tanto non le so fare. E tutto quello che scriverò lo direi di persona a chiunque.

La ragazza con turbante arriva a Bologna e io lo scopro chiacchierando per caso durante una pausa pranzo fuori (le pause pranzo fuori mi permettono di vedere persone che altrimenti quasi mai e le amo per questo). La ragazza con turbante l’ho sempre chiamata così perché così era riportata sull’Argan usato al liceo, prima che l’uscita di quel mediocre film (che ha già dieci anni!) ponesse l’attenzione su quell’orecchino di perla che in effetti è molto bello.

Proprio a quel pranzo scopro subito che una enorme azienda bolognese del caffè è main sponsor di questa tappa italiana del celebre dipinto che se ne va in giro per il mondo unicamente perché il museo che di solito lo ospita e custodisce, il Mauritshuis all’Aia, è chiuso per irrimandabili lavori di ampliamento e adeguamento. “La prossima occasione si ripresenterà tra 500 anni” ci dice giustamente il curatore della mostra a Palazzo Fava (Palazzo Fava: che meraviglia! Uno scrigno prezioso in pieno centro a Bologna).

Bologna sarà l’unica tappa europea di questo viaggio de La ragazza con turbante negli Stati Uniti e in Giappone. Oh, a me piace vedere Bologna alla fine dell’elenco Tokyo, Kobe, San Francisco, Atlanta, New York. È sufficiente questo per smuoverci dal nostro provincialismo? Ma no, dai. Però va bene che venga. Cosa c’entra questa mostra con la trascuratezza che affligge i nostri altri tesori? Ma che ci dia una sveglia, semmai! (Per dire: gli orari di chiusura 21 0 22 utili anche ai lavoratori non sono male, eh).

A me le polemiche sterili fanno sbadigliare. Ma tanto. Certo che è interessante riflettere sul potere di attirare le masse di una singola opera mediaticamente pompata. (Ricordo benissimo quando La ragazza con turbante non era ancora conturbante e con la perla, quadro tra i tanti tra le pagine spesse dell’Argan.) Ma c’è bisogno di darle della barbie, di dire che non abbiamo bisogno di lei perché abbiamo già tutto, di dire che non è un’icona votiva da portare in processione? (Mostre, Daverio, si chiamano mostre: le opere si spostano e questo spostamento si chiama “mostra”.) Non è nemmeno snobismo, è idiozia, è disperata voglia di continuare a essere al centro della scena. Se questi sono gli “intellettuali”, scusate ne faccio a meno.

Ho visto quel quadro all’Aia con un’amica amatissima. Anche lì era affollato, anche lì era caldo e con il ronzio dei condizionatori a disturbare. Pensare di godersi l’arte a questi livelli in tranquillità e pace è una pia illusione. O una fortuna che capita a chi fa il divulgatore d’arte in tv e le opere se le vede a musei chiusi (ma che poi no: mentre stai filmando col regista, il trucco e le luci in faccia mica te le godi… però magari le sbirci in una pausa e le guardi un po’ meglio, dai. Non lo so. Non faccio la divulgatrice in tv). Tra i due personaggi intervenuti a gamba tesa sull’opportunità di questa mostra di uno ho sempre avuto stima e dell’altro mai nessuna. Però entrambi scontano l’ossessione di restare aggrappati a quel po’ di fama di cui hanno evidentemente bisogno e che fa perdere loro il contatto con la realtà.

A Bologna ci sono tesori nascosti e meno conosciuti di quel che meritano. A me il Compianto sul Cristo morto mette i brividi ogni volta che ci porto qualcuno in visita nella mia città d’adozione e d’elezione. Ma che c’entra questo con l’opportunità di una mostra che fa tappa a pochi metri dal gruppo scultoreo straordinario di Niccolò Dall’Arca, che magari qualcuno andrà poi a vedersi dopo il turbante diventato orecchino di perla? Dai, su. Non sono certo le mostre in più a danneggiare il nostro patrimonio storico e artistico. Saranno semmai i soldi e le attenzioni in meno. Saranno le poche ore di storia dell’arte alle medie e alle superiori, chissà perché sempre cenerentole tra le materie, manco non fossimo in Italia.

Siam sempre lì: ne abbiamo talmente tanta da non sapere che farcene. Da non riuscire a goderne appieno, a valorizzarla. A farci i soldi, persino. Come aveva scritto Camilla in un eccelso post di qualche tempo fa, può essere una maledizione. E quando viene citata in un film italiano, prima il film viene snobbato, poi invece lo candidano all’oscar e tutti a ripensarci. Che male può fare La ragazza con turbante a tutta la nostra Grande Bellezza dopo il tanto male che le facciamo sempre noi?

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Lavoro vecchio fa buon brodo*

Ho un nuovo lavoro. Evviva. Ma ho anche un vecchio lavoro. Evviva, evviva. Così dico Ho un nuovo incarico, che fa un po’ ridere ma almeno evito che la gente chieda Ma allora hai lasciato Kitchen?! Perché ho sempre raccontato la mia agenzia come un luogo bellissimo per lavorare. E lo è ancora. E sono contenta di essere ancora qui. Ma anche il mio nuovo lavoro/incarico è una stupenda scommessa, che mi sta facendo imparare una valanga di nozioni nuove. Mi sento una spugna. Di come andrà questo esperimento avrò modo di riflettere. E per quanto mi fidi poco delle prime impressioni, ne ho già collezionate un monte. Di questo primo periodo schizofrenico in cui passo mezza giornata da una parte e l’altra mezza dall’altra parte ho collezionato alcune impressioni che non voglio dimenticare. Eccole, non esaustive e in ordine sparso.

Conclave

κ Ho da sempre le chiavi del mio vecchio ufficio. Entro, esco. Al sabato, nei rari pomeriggi di compere, ci mollo le sporte se poi voglio restare in giro in centro. Se voglio finire un lavoro di domenica pomeriggio non devo chiedere. L’ufficio è la mia, la nostra casa. Amata e odiata come tutti i posti dove passi un sacco di tempo.

ρ Nel nuovo ufficio suono come un ospite qualsiasi. Al citofono qualche volta chiedono di identificarmi, altre volte danno il tiro e basta. È strano. (Ma è anche bello. Detesto usare le chiavi, sono una scampanellatrice indefessa.)

Signorina Sotuttoio

κ Io e i miei colleghi storici abbiamo profili diversi (ci sono i creativi, gli amministrativi, i webqualsiasicosa), ma condividiamo un vastissimo background comune. Un lessico condiviso sterminato. Prepara gli esecutivi, controlla la ciano, facciamo una ricerca di anteriorità, stampa i layout. Io parlo, loro capiscono e rispondono; e viceversa. È bello, è utile, è efficiente.

ρ Con i miei nuovi compagni di viaggio non condivido nemmeno la nazionalità, in taluni casi. Che poi pure io a nazionalità sono un casino, e quello è il problema minore. Ho dovuto spiegare che no, non ho competenze artistiche e grafiche di alcun tipo. Pian piano imparano a inquadrarmi, e mi fanno domande cui rispondo con piacere. Ne faccio tante anche a loro, che sono bravissimi e superorganizzati, è un piacere farmi contaminare su temi di economia e politica internazionale.

Camera cafè

ρ Nel nuovo ufficio c’è la macchinetta automatica del caffè, quella ad armadio. Quella brodaglia mi buca lo stomaco, ma ho comunque preso la chiavetta, di base perché la segretaria superpiù mi terrorizza e mi pareva brutto dire di no. Non ci vado mai, alla macchinetta armadio. Ma sento i colleghi che ci chiacchierano davanti, come Luca Nervi e Paolo Bitta.

κ Nel vecchio ufficio abbiamo la moka. Anzi, due. La domanda, da sempre, è la stessa. Faccio la grande o basta la piccola? Quel rituale dell’apertura, dello svuotamento, sciacquo, e riempimento con nuova miscela è un segno di pausa, cura e pazienza. Ti faccio un caffè? quando un collega è un po’ abbattutto è una grande dichiarazione d’amore. Di moka.

Mezzogiorno di fuoco

ρ Nel nuovo ufficio siamo tanti. Troppi e con orari troppo diversi per poter pensare di pranzare tutti assieme contemporaneamente. Chi esce, chi va a casa, chi si porta la schiscetta (che termine meraviglioso, schiscetta). Sembra tutto caotico, in realtà è fluido e rodato.

κ In Kitchen abbiamo da sempre onorato il nome della nostra agenzia, cucinando nella cucina della Cucina piatti semplici e salutari, sempre deliziosi. Risotti con zucca o radicchio, paste dai mille condimenti colorati, zuppe di legumi e cereali, insalate con le verdure della cassetta bio che arriva ogni martedì mattina. In tanti anni non sono mai rimasti i piatti nell’acquaio, dopo. C’è sempre chi riconosce lo sforzo di chi ha cucinato per tutti e lava pentole e quel che c’è. Mi pare una gran cosa.

Il signor Porter e io

κ La mia storica agenzia offre servizi di comunicazione, e io seguo alcuni dei progetti che nascono dall’inizio alla fine. La comunicazione è il prodotto e sono in prima linea con soci, collaboratori, clienti e fornitori.

ρ Roncucci&Partners è una business consultancy che aiuta le imprese italiane a internazionalizzarsi per crescere e restare competitive su un mercato che è globale e sempre più complesso. Io sostengo la mia nuova impresa impostando la comunicazione istituzionale e aiutando i miei nuovi colleghi a curare una comunicazione di progetto più efficace. Sono una funzione trasversale, di supporto. La circostanza mi piace e mi fa riflettere.

Sarà impegnativo, ma sono contenta.

* Questo titolo è brutto come ogni azione di copywriting scaturita dalla mia testa poco brillante. Non vuole essere irrispettoso, anzi. Il brodo è la pietanza nazionale di dove sono nata, ed è buonissimo. L’ho scritto mentre il post era in bozza pensando di cambiarlo, ma poi non l’ho fatto. Mi affeziono ai titoli, pure se sbagliati, come mi affeziono ai posti di lavoro meravigliosi, pure se poi li tradisco a metà per imparare qualcosa di nuovo.

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parole parole parole

Sulla Drina, un ponte

Ho chiamato questo blog Most prima di leggere Il ponte sulla Drina, si vede che era destino. Perché non ho letto prima Il ponte sulla Drina? Non lo so. Eppure tanti me lo avevano nominato, non necessariamente avendolo letto. Oppure lo so. Non ho letto Il ponte sulla Drina perché era doloroso, come tutto il resto.

Il ponte sulla Drina è uno dei libri più straordinari mai letti in vita mia. I libri letti in vita mia sono sempre meno di quelli che avrei voluto, ma non sono nemmeno così pochi.

Quando un libro fai fatica a definirlo, a incasellarlo, a mettergli un’etichetta e financo a paragonarlo a qualche altro, o è un capolavoro o è una schifezza. Che siamo nel primo caso non lo dico io, lo disse l’Accademia di Svezia che a Ivo Andrić ha assegnato il Nobel per la letteratura principalmente per quest’opera grande.

(Non) è un romanzo, (non) è una cronaca, (non) è un testo storico, (non) è un’epopea. È tutto questo, e di più. E lo so che sembra una scappatoia definirlo così, ma davvero è una scatola lucente di racconto, analisi, previsione, riflessione antropologica. E –aspetto notevole per un libro uscito nel 1945– sembra scritto l’altro ieri. Da uno davvero bravo, l’altro ieri.

Che lingua, gente, che uso sapiente. Nella mirabile traduzione di Dunja Badnjević (dunja vuol dire mela cotogna, non è bellissimo?), Il ponte sulla Drina si legge con una immediatezza che mette in pace col mondo. Al terzo capitolo mi ero già pentita di non aver avuto fiducia nelle mie capacità e nella prosa di Ivo e di non averlo approcciato in serbocroato. Ma ormai non potevo più staccarmene, e aspettare di reperirne una versione in lingua originale era impensabile.

Ma pure il titolo, che finezza. Andrić ha scritto nel 1925 Il ponte sulla Žepa. Che noioso! direte voi. Niente affatto. Il titolo originale di questo è Most (!) na Žepi. Invece Il ponte sulla Drina è in realtà Na Drini, ćuprija. Quell’inversione è da brividi, e ćuprija è parola di origine turca, perché quel ponte, quel “most” fu voluto da un visir quando Višegrad –la cittadina dove succede tutto quel che è raccontato– era parte insignificante dell’Impero Ottomano, al suo massimo splendore e all’apice della sua durezza e crudeltà.

Ci ho messo tanto, a leggerlo. Me lo sono gustato. L’ho sorseggiato. Come una scemetta, ne scrivevo alcune citazioni che mi sembravano universali su Twitter. Credo che Lisa ne abbia retuittati il 95%, a occhio. Ma non fidatevi della mia scelta di frammenti. Leggete questo libro, perlamiseria! È imperdibile per ogni europeo. È il casino, è il vero melting pot, siamo noi.

Non ci sono moltissimi iugonomi e iugoparole in genere in questo post. Ma se avete dubbi sulla pronuncia c’è sempre il post ad hoc, qui

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Il primo dicembre io esco a vado a votare CONTRO.

CONTRO i froci.

Perché i froci non esistono in natura, come la plastica, gli occhiali e gli aerei.
È una cosa contro dio e contro natura. Se dio avesse voluto che volassimo avremmo tutti avuto un biglietto aereo o ci avrebbe regalato un aereo alla nascita. Per questo io non prendo più l’aereo e non sono frocio né niente.

Ed è una malattia, lo sapete? I froci sono malati. Sì sì sì. E la malattia si cura così li possiamo picchiare. Pure i malati di tubercolosi gli dai due ceffoni e non hanno più la malattia, perché è colpa loro se hanno avuto la tubercolosi. Eh sì.

E sapete cosa? Io voterò CONTRO anche perché quella signora tanto elegante ha detto con una bella voce tranquilla (con le manine congiunte) che dobbiamo votare CONTRO i froci, sapete, eh? Perché lei crede in dio, lei è una vera credente. E in nome di dio MAI sono state compiute violenze. E se lei crede in dio allora è così e basta, è di sicuro nel giusto.

Persino Gesù ha detto Ama il prossimo tuo. Tranne se è frocio! Altrimenti ti piacerà e pure tu diventerai frocio.

E ricordate. È una malattia!

(Domani andrà a votare PRO la Croazia peggiore, l’esatto opposto di quella che avevo incontrato a Bruxelles. Per questo domani voterei CONTRO. Il testo non è mio, ma la mia traduzione di questo spassoso intervento in croato di Ivan Šarić.)

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Primo dicembre contro

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Tra Natale e Santo Stefano (ci sono 15 giorni)

A Bologna ci sono già le luminarie di Natale. Anche nella vostra città, non dite di no. Se nella vostra città non ci sono ancora le luminarie, non vivete in Italia. O siete molto distratti e non vedete le luminarie che ci sono già.

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Ljubljana, ex iugoslavia molto ex, un anno fa

Dopo tutti questi anni, vivo ancora il Natale come qualcosa che mi riguarda poco. L’imprinting familiare è più forte di tutta la pubblicità dell’orrida televisione italiana, dei film natalizi che tornano più puntuali del solstizio, della messa di mezzanotte che mi toccava quando frequentavo gli scout. Il Natale non è roba mia.

Babbo Natale in realtà è Nonno Gelo e porta i regali a tutti i bambini (i bambini sono buoni per definizione) la notte del 31 dicembre, a Capodanno. La festa di tutti. Perché il Natale discrimina, il Capodanno no. Eh. Scusate se mi ripeto, ma la SFRJ stava avanti. Talmente avanti, che hanno ricacciato tutto ciò che la componeva indietro di qualche decennio.

Da piccola, con la scusa che avevo due Natali finivo per non festeggiarne davvero nessuno. Tanto c’era Capodanno. Da grande, ripeto esattamente lo stesso schema. Solo, con un po’ di consapevolezza in più.

Tutte le volte che posso provo a stare con la mia famiglia il 7 gennaio, data del Natale ortodosso. Il Gesù è lo stesso, la stalla anche, ci sono il bue e l’asinello e pure i Magi. È lo stesso evento. La colpa dello sfasamento non è attribuibile al Bambino, insomma, ma unicamente a Gregorio Ottavo che cancellò un paio di settimane sul finire del Cinquecento per far tornare certi calcoli astronomici e i popi ortodossi non la presero benissimo e continuarono a usare il calendario giuliano.

Quindi il Natale ortodosso è sfalsato di due settimane. E così Santo Stefano e l’Epifania. A Halloween qualche spiritoso su Twitter si chiedeva se i bambini serbi potessero uscire a fare Dolcetto o scherzetto? o se dovessero aspettare due settimane. (Adoro l’umorismo balcanico, ha sempre una toccante nota triste/disfattista/malinconica/misantropa/autodistruttiva.)

Ma io questo Natale ortodosso lo amo proprio perché riesco spesso a stare con la mia famiglia stretta (grazie ai miei colleghi per questo giorno extra che mi hanno concesso spesso e volentieri). Non ha un significato religioso. Immagino che questo valga anche per molti italiani rispetto al 25 dicembre. Però per molti di questi molti c’è almeno un retaggio di lettere al Bambin Gesù o a Santa Lucia qualche settimana prima (il 13 dicembre, mi pare: che confusione). A me manca anche questo minimo aggancio.

Una volta alle elementari ci fecero scrivere la lettera dei regali. A parte che per una bambina socialista chiedere dei regali per sé scegliendoli era una bizzarria anche un po’ blasfema, io non sapevo proprio che pesci pigliare. Ma a Gesù o a Dio? chiesi a un’amica. Tanto sono la stessa Persona! fece lei che già andava a catechismo. Massimamente confusa, scrissi questa letterina che principiava con Caro Dio, e proseguiva suppongo in modo altrettanto sconclusionato.

L’ho capito dopo che non è che in Iugoslavia non avevamo il Natale. Anzi, ne avevamo due! Solo che erano privati e non pubblici. Se uno voleva, li festeggiava. Se no, no. E noi di solito no, o almeno non in modo vistoso. Invece le feste di tutti, quelle erano in grande stile. Il Giorno della Repubblica, 29 novembre. Capodanno, con l’albero di Capodanno (un abete con le palle rosse, sì). Il Primo Maggio, LA festa (il lavoro, le fabbriche autogestite, blablabla).

Non voglio essere fraintesa. Non sono nata nel paradiso in terra. Se qualcuno è stato discriminato per la sua religione nella SFRJ (io non conosco nessuno, ma faccio poco testo), me ne dolgo sinceramente. Però l’intento generale era buono e mi piace ancora oggi, nonostante tutto il male che è venuto dopo. A cercare le somiglianze più che le differenze ci si guadagna.

Ci sono sempre più cose in comune di quelle su cui si è in disaccordo. Basta cercarle, valorizzarle. Persino in una società disgregata e a tratti respingente come quella in cui viviamo, c’è così tanto da condividere che non ne abbiamo idea. C’è un ambiente da salvaguardare con maggiore tenacia, e quello è di tutti, no? C’è un paese bellissimo che chiede a gran voce di essere visitato e amato fin dai più piccoli borghi e dagli angoli romiti. C’è tanta vitalità che resta nelle case, nel privato, e che invece è ora di dispiegare nei luoghi pubblici, nelle strade, all’aperto e alla luce del sole. Capodanno arriva presto, ed è per tutti. Mi ricorderò di rifarvi (e rifarci) questo augurio.

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Il signor Rossi e i social network

Questo articoletto è appena uscito su un giornaletto (si chiamano house organ, termine che mi fa sempre riderissimo) che Granarolo diffonde tra i propri soci allevatori e non solo. Il pezzo è una specie di Social network for dummies, e per me il più adorabile dei niubbi è un personaggio di Bruno Bozzetto, ispiratore di questo “mio” signor Rossi (l’immagine è tratta da shop.bozzetto.com).

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Il signor Rossi legge il Corriere da quando era un soldo di cacio. Da quando era un lenzuolo enorme, tutto grigio e nero. Da qualche tempo le pagine ormai colorate del Corriere si sono riempite di uccellini azzurri, e di virgolettati che riportano questa o quella dichiarazione di un politico –dichiarazione persino più sgrammaticata del solito– e che nella didascalia recita Panco Pillo ieri su Twitter, oppure Caio Tizio sulla sua Pagina Facebook.

Il signor Rossi è stato un soldo di cacio un bel po’ di anni fa, e non sa tanto usare il computer. Sa che c’è internet, gli piacerebbe poter magari avere accesso diretto alla sua cartella sanitaria (“Basta andare online e inserire la password” ha scritto il Direttore del CUP Emilia-Romagna sul suo profilo Twitter: il signor Rossi lo ha letto sul Corriere). Gli piacerebbe anche comprare i biglietti del treno su internet, ma gli ha detto sua nipote che l’interfaccia non è molto user-friendly. E di sua nipote si fida. Il signor Rossi non ha tanto capito Facebook, invece. E soprattutto non ha capito perché il Corriere è pieno di Facebook, o di Twitter. Che c’entra? Durante gli eventi grossi, come elezioni, disastri stradali, delitti particolarmente gravi, le pagine del suo giornale di sempre si riempiono anche di commenti da parte di gente mai sentita. Gente comune, immagina il signor Rossi, ma non ne è certo. La televisione non la guarda più come un tempo, magari sono attori famosi di oggi di cui lui non sa…

Un giorno arriva nella piazza del suo paesello il camper di Pane e internet. Una ragazza simpatica dell’età di sua nipote gli lascia un depliant e gli spiega che si tratta di un programma regionale cofinanziato dall’Unione Europea per insegnare a tutti l’uso del computer e di internet. E perché no? pensa il signor Rossi. E si iscrive. Gli insegnanti di Pane e internet sono bravissimi e tre settimane dopo il signor Rossi sa aprire e chiudere le finestre e sa navigare sui principali siti. Quando ha comprato un biglietto al teatro dell’opera facendo quasi tutto da solo è stato contentissimo.

Negli ultimi due incontri in aula hanno parlato di social network ed è stato particolarmente attento. Ha capito che di base sono siti come altri, ci si arriva digitando la URL nella barra del browser o cercando su Google come per il sito dei treni o il sito del teatro dell’opera. Solo che dopo una volta “dentro” non si è solo lettori, si è anche attori. E scrittori, fotografi, registi, commentatori. Dilettanti o professionisti, secondo le proprie capacità. Al signor Rossi questo sembra molto democratico, e ora finalmente capisce tutti quei commenti sul Corriere. Alcuni sono di politici, altri di attori o giornalisti (giornalisti sul giornale, ma attraverso Twitter), altri di persone come lui che “tuittano” o “postano” sui social network. Ci sono molti più tweet (tuit?) che commenti da Facebook perché Twitter è una piattaforma aperta, che tutti possono leggere (tranne i profili chiusi che hanno un lucchetto virtuale, ma sono pochi). Si possono cercare persone, giornali, persino aziende. Il suo teatro preferito ha un profilo Twitter: chi lo cura mette le notizie sulle opere in calendario e poi rilancia (rituitta) i commenti degli spettatori (ma solo quelli positivi, nota il signor Rossi). Guardare il flusso dei tuit è molto interessante, ma in qualche caso è un peccato non poter partecipare. È come andare a una bella festa e non parlare con nessuno, limitandosi a origliare le conversazioni degli altri, che sembrano divertirsi un mondo.

Allora il signor Rossi chiede –un po’ timidamente, a dire il vero– a sua nipote se lo aiuta a farsi un profilo Twitter. Sua nipote –che è una ragazza davvero in gamba– gli dice Certo! riuscendo anche a nascondere del tutto ogni moto di sorpresa. All’inizio il signor Rossi è un po’ spaesato. Sul Corriere i tuit ormai onnipresenti sono fermi e statici come tutto il resto del giornale. Dentro Twitter, invece, tutto è in perenne movimento. La timeline, che è il flusso di tuit delle persone che il signor Rossi ha scelto di seguire con l’aiuto di sua nipote, scorre lenta ma inesorabile, aggiungendo uno o due nuovi tuit ogni minuto che passa. Le voci si susseguono, e bisogna pazientare prima di ambientarsi. Ma poi il signor Rossi inizia a riconoscere di chi è un nuovo tuit già solo dalla profile pic, la foto che ciascuno si può scegliere, e che identifica l’utente assieme al nome e cognome (anche se non tutti mettono il nome e cognome) e all’account, che deve essere univoco ed è preceduto da @. Con questo stesso simbolo si può conversare con altri utenti, menzionandoli. Così il signor Rossi s’è arrischiato a chiedere @teatrorossini la data di apertura delle vendite degli abbonamenti per la nuova stagione operistica. E @teatrorossini gli ha risposto dopo neanche 3 ore, con l’informazione che aveva chiesto e un sorriso fatto così :-)

“Quasi più facile che mandare una email” ha pensato il signor Rossi, che dopo Pane e internet ha la sua Gmail e sa mandare, ricevere e rispondere alle email. Per ora su Twitter scrive poco, ma legge tanto, così familiarizza con tono e stile del mezzo (caspita: 140 caratteri sono pochini, ma se ne riesce a dire, di roba!). Gli piace molto che la profile pic del suo teatro preferito sia un ritratto a olio di Rossini. Quando legge i tuit del teatro sembra quasi che a invitarlo alla prossima opera sia il compositore in persona! A parte il teatro e la biblioteca della città, segue molta più gente comune interessante che persone famose. Per esempio, tanti giornalisti del Corriere hanno un profilo Twitter, ma non li segue certo tutti. Li legge già sul cartaceo! Piuttosto, legge con piacere alcuni commenti di altri utenti sugli articoli che legge la mattina. Alcuni sono illuminanti quasi più dell’articolo stesso. Quegli utenti gli sembra quasi di conoscerli da sempre…

Dopo l’affettuosa sollecitazione di sua nipote, ha aperto anche un suo profilo su Facebook. Non ha tanti amici, ma non importa. Ha capito da sua nipote che è meglio accettare amicizia solo da chi si conosce davvero, almeno all’inizio. L’aspetto bello di Facebook è che gli si apre una finestra sulla vita giapponese dell’altro suo nipote, che fa l’Overseas. È bello sfogliare gli album di foto in cui mangia con le bacchette con tanti amici, sia asiatici sia europei, nella mensa del campus. Il signor Rossi si sente tanto orgoglioso, ed è contento che sia stato suo nipote a chiedergli l’amicizia. Lui non avrebbe osato per paura di disturbarlo. Quando una foto è proprio simpatica, il signor Rossi s’azzarda anche a mettere un Like alla foto o a fare un commento. E gli amici italiani di suo nipote ogni tanto gli rispondono Grande signor Rossi! :-) e lui non ha per niente la sensazione che lo stiano prendendo in giro. Gli sembra quasi di conoscerli più adesso che si incrociano su Facebook che quando li vedeva in giro con suo nipote prima della partenza per il Giappone.

Dopo qualche mese sui social network, al signor Rossi non sembra per niente che questi mezzi di comunicazione allontanino le persone. Certo, gli piace ancora andare al bar con gli amici di sempre e a teatro con la signora Rossi. Ma è bello anche leggere i commenti sull’opera della sera prima da parte degli utenti di Twitter con cui condivide la stessa passione, e seguire gli spostamenti di suo nipote in Giappone e mettere Like quando scrive sulla sua bacheca Primo esame tutto in inglese: A+! Un solo aspetto non gli è ancora chiaro. A lui quei tuit sul Corriere cartaceo continuano a non aggiungere niente rispetto alle notizie che ha sempre letto sul suo giornale. Da quando era un soldo di cacio.

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Social network per tutti

Piccolo glossario per togliersi qualche legittimo dubbio

Facebook | È il social network per eccellenza. Il più famoso, il più usato, il più trasversale. Ogni persona ha un profilo, identificato con nome e cognome. Nel proprio spazio si possono scrivere (postare) pensieri, riflessioni, accompagnandoli da proprie foto e video, che saranno visibili ai propri amici o a tutti (in base alle impostazioni della privacy, cui è bene dedicare un po’ di attenzione).

Pagina Facebook | Le aziende, i comuni, le associazioni, ma anche i teatri e le biblioteche non possono (e non devono!) avere un profilo Facebook (che è riservato alle persone in carne e ossa) ma possono aprire e gestire una propria pagina, dove segnalare le proprie attività, promozioni, o anche concorsi a cui possono partecipare gli utenti “persone”, appunto. Mettendo un Like alla pagina, gli utenti si “abbonano” alla pagina stessa e quindi accettano di ricevere gli aggiornamenti nel proprio flusso di informazioni su Facebook (simile alla timeline di Twitter), esattamente come leggono i post dei propri amici. L’operazione è facilmente revocabile: un Like non è (per forza) per sempre!

Twitter | È anche un social netowork, ma non è solo. È un sito di microblogging in cui gli utenti compongono una sorta di racconto collettivo della realtà, usando al massimo 140 caratteri per volta. Gli utenti lo usano sì per socializzare, ma soprattutto per segnalare, condividere e rilanciare contenuti, tramite link esterni e hashtag navigabili sulla stessa piattaforma. Questa modalità d’uso che si è definita nel tempo configura Twitter come un vero e proprio social medium.

Instagram | È un social network “visivo” (di fotografie, e da qualche mese di video). Instagram è anche (e prima di tutto) un’app con cui dallo smatphone si possono scattare foto in diretta o prenderne una dal proprio archivio e ritagliarle in formato quadrato aggiungendo effetti speciali con i filtri che hanno reso famoso questo strumento. In teoria si possono tenere le proprie foto “instagrammate” per sé mantenendo privato il proprio profilo, ma il bello è condividere le proprie foto alla ricerca di cuoricini da parte degli altri utenti (che possono poi anche segliere di seguirti, come su Twitter).

Online/offline | Per online si intende comunemente ciò che accade sul web. Un servizio online è un servizio cui il cittadino/utente/consumatore può accedere da internet. La banca online ti può far fare un bonifico online, esattamente come allo sportello. Posso prenotare un libro (cartaceo, ma anche un ebook, ossia un libro elettronico) dal servizio online della mia biblioteca di quartiere. Qualche volta, gli esperti di internet dicono che è sempre più forte l’integrazione tra mondo online e quello offline, intendendo con quest’ultimo la vita reale “in carne e ossa”. Suona un po’ bizzarro, ma l’importante è continuare a cogliere tutte le opportunità che internet ci offre per vivere meglio, sia quando siamo online sia quando non lo siamo.

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La mia breve vita con Android e senza app

Ho sempre fatto esperimenti psico-antropologici su me stessa. Ora potete leggerne gli strampalati risultati sul Most blog: che fortunati, che siete!

tweetbot1_313x313È successo che banalmente mi s’è rotto il tastino di sopra del mio banale iPhone 4S* (preso in abbonamento con 3 quasi due anni fa). A quanto pare il tastino di sopra (che serve a spegnere l’aggeggio) si rompe spesso, almeno a giudicare dalle millemila segnalazioni sul web.
È successo che banalmente io dello smartphone non voglio fare a meno (posso, ma non voglio): non per il telefono, lo sapete bene che non rispondo quasi mai, ma per internet. E non ho ancora un tablet mio. E quindi mi seccava stare 10/15 gg senza. Perché –banalmente– la 3 se lo tiene 10/15 gg in assistenza, che mi paiono tanti.
È anche successo che straodinariamente sono andata a Pisa per l’Internet Festival, come membro del Social Media Team, e non era il caso di restare senza smartphone in quella occasione, proprio no. Quindi per un paio di mesi mi sono arrangiata con questa modalità alla fine neanche troppo scomoda: una palletta vagante sullo schermo.

Poiché però fino a dicembre l’iPhone è in garanzia e vale la pena risolvere il problema in modalità un po’ meno bricoleur, mi sono ingegnata per trovare una soluzione temporanea.

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È successo che straordinariamente (anzi, banalmente) mia sorella ha lasciato l’Italia per un po’, portandosi via il suo iPhone ma lasciando qui il suo abbonamento. Allora ho preso uno smartphone qualsiasi –un LG con Android preso a caso su eprice– per trasferire l’abbonamento. Ma prima di passare telefono e piano inutilizzato al nuovo proprietario, mi sto tenendo l’aggeggio con la mia SIM dentro in attesa che 3 si spicci a fare quello che deve fare (ossia: darmi un iPhone nuovo; e allora perché si tengono il vecchio due settimane? Disgraziati!).

Poche cose ho da dire sul mio temporaneo Android. Se non che è brutto, davvero brutto. Esteticamente, dico. Ma anche a livello di usabilità. Volete convincermi del contrario? Provate, se volete, nei commenti. O invitatemi per un tè.

Invece mi sta piacendo verificare il mio rapporto con le app. Quali mi mancano? Di quali posso fare a meno? Di quali abuso? Non sto infatti a scaricarmi le app su un telefono a scadenza, non ne vale la pena (per me). Quindi eccole, commentate in ordine un po’ random un po’ no.

tweetbot3_313x3131. Tweetbot

L’unica app che ho scaricato su ‘sto coso è quella di Twitter. Perché la voglio. Non sono stata a comprare Tweetbot per Android per 10 gg. Anche perché NON ESISTE. Ma mi manca. Perché è bello, perché è logico, è usabile molto più della app “ufficiale” di Twitter. Tweetbot über alles. Se avete Apple, compratela, scaricatela, amatela, questa app.

2. Whatsapp

A quanto pare senza Whatsapp non s(appiam)o più stare. Era l’unica altra app che volevo mettere, anche solo temporaneamente. Ma dopo averla installata e disinstallata per motivi non importanti, rifiuta di re-installarsi nell’LG. Per i più nerd, il messaggio che compare è: Authentication is required. You need to sign in to your Google Account. Ma poi non mi fa fare niente. Ed è un mistero, perché tutte le altre app –gratuite e a pagamento– le scarica senza problemi.

3. Instagram

Le mie fotine quadrate bruttarelle un po’ mi mancano, confesso.

4. Gmail

La Gmail c’è di default anche su Android. Ma è molto diversa da quella per iOS, fulgido esempio di bellezza e usabilità: la combinazione perfetta. Questa qua è imparagonabile e insufficiente. Per me.

5. Pocket

È il mio strumento per salvare e poi catalogare tutte le cose belle che trovo sul web. È di una bellezza che ti fa cantare. Se salvi un link da Twitter, ti salva anche il tuit relativo, così ti ricordi al volo chi ha suggetito la lettura di quella pagina, quando è perché. Ogni volta che postate qualcosa di interessante su Twitter mi prudono le mani dalla voglia di mettere il link “in tasca”: non vedo l’ora di riaverla.

6. Songkick

Non apro questa app spessissimo. Anche perché mi rifiuto di impiegare del tempo a scovare i concerti a cui voglio andare (ci pensano già e me li segnalano opportunamente amici così carini che ho già ringraziato più e più volte). Però è bellissima (nell’uso e nell’apparenza) e la apro per salvare concerti di cui sono stata informata e che voglio quindi tenere riassunti su questa app da bacetti.

7. [mini]marketing

Il blog di Gianluca Diegoli, che leggo da molto prima di avere la fortuna sfacciata di conoscere di persona l’autore, è più sensato leggerlo da schermo grande, ossia dal mio Mac* fisso dell’ufficio o di casa. Però se per caso voglio pregustarmi le prime righe del nuovo [mini]post di cui leggo su Twitter –ormai è un vezzo!– chiudo Tweetbot e apro la [mini]app. Che lusso. Mi manca.

8. Solar

Non so se questa app meteorologa “ci azzecchi”. Fatto sta che è così “poco ingegneristica” (non si offendano gli ingneneri, amo molto gli ingegneri: ho le prove!) che è uno spettacolo immergersi in quelle gocce che cadono dallo/sullo schermo, dappertutto. A volte la apro solo per sbirciare questi effetti. E mi scordo di vedere che tempo farà.

9. Shazam

Ecco, questa non è che proprio proprio mi manchi. La uso, è utile. È la app di quando il titolo della canzone ce l’hai sulla punta della lingua, ma non riesci a leggerlo. Solo che quando la uso in auto d’istinto mi viene da puntare il telefono verso l’autoradio, mica verso le casse. E vengo puntualmente presa in giro per la mia dabbenaggine. Quindi a 10 giorni senza Shazam sopravvivo, dai. Piuttosto, quand’è che inventate un riconoscitore di specie botaniche? A me e alle mie amiche serve per quando andiamo in montagna. Su, su: ingegnarsi.

10. WordPress

Non uso la app di WordPress per scrivere i post col telefono: bisognerebbe proprio essere masochisti, per farlo! Ma è fatta da dio e ci controllo i commenti, per rispondere al volo se sono fuori. A volte –confesso– sbircio anche le statistiche. Che dire, grazie di cuore ai miei venticinque meravigliosi lettori.

* Non sono una Mac maniaca. I prodotti Apple (non tutti: iTunes e Safari fanno schifo) sono funzionali e belli. Banalmente.

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Sono una onorata amica dell’imperdibile Impronte Digitali & friends, la versione di quest’anno del programma radiofonico di Pirex e Inkiostro su Radio Città Fujiko, che trovate sulla frequenza 103.1 a Bologna e ancora più comodamente sul sito.
Li ascolto da sempre e mi diverto tantissimo a commentarli in diretta su Twitter –da casa o dall’ufficio– mentre loro chiacchierano di web e compagnia bella dagli studi di via Gianbologna.
Martedì scorso ho varcato questa ambita soglia e sono stata loro contentissima raffreddatissima e spero non proprio impacciatissima ospite.
Abbiamo parlato –ovviamente– dell’Internet Festival di Pisa.
Ma anche accennato a temi che dovremmo sviscerare. Perché il doppiaggio è il male, per esempio.
E di tante altre impronte più o meno digitali.

La registrazione della puntata è qui, magnificamente introdotta da Pirex sul blog di Inkiostro.

Se non sono stata proprio un fallimento dovrei tornare.
In ogni caso ascoltateli perché sono uno spasso: tutti i martedì dalle 19 alle 20.

La fotina l’ho fatta io alla radio proprio da dove trasmettiamo.

***

UPDATE! (Sono tornata quindi desumo che non ero del tutto un fallimento: evviva!)

L’elenco di tutte le puntate, per ascoltarle o scaricarle o ridere di me, è alla pagina dei Podcast!

fotine, parole parole parole

On air!

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Questa è una dichiarazione d’amore per il Festival più bello che c’è. Io a Internazionale a Ferrara mi sento come a casa. In sette anni non ho mai saltato un’edizione, mai un giorno. Mi si apre la testa, vedo un pezzo di mondo, incontro persone speciali, rivedo gli amici ma in un contesto nuovo, diverso, che ci porta in qualche modo a parlare di temi inusuali, curiosi. Passando “un weekend con i giornalisti di tutto il mondo”, ci si rende conto di quanto asfittico sia davvero il provincialismo italiano, cui ovviamente nemmeno la placida Ferrara sfugge, tranne tre giorni l’anno. Io che sono (anche) un po’ ferrarese, finalmente posso trovare un senso a questa mia ennesima identità. Sto per uscire e andare a Balcanizzazione dell’Europa. Da qualche edizione i Balcani si sono ridotti a questo, persino a Internazionale: a un paradigma. E invece tanto ci sarebbe ancora da dire sui “miei” Balcani, su quel pezzo di quella penisola che ogni tanto subisce il destino di saltare per aria (la “polveriera”, no?). Anche ieri sera è saltata la presenza invece prevista di un economista serbo, io che ero finalmente entusiasta che a essere serbo non fosse solo il proverbiale cecchino. Chissà se torneranno i miei Balcani a Internazionale, per poter riflettere sui danni ancora lasciati dalle guerre assurde degli anni Novanta del Novecento (che pessimo tempismo!). Anche se altre guerre incalzano.

La foto è mia, scattata in una vera strada di Ferrara, in un giorno in cui poi mi sono sentita triste, uno di quei 362 giorni l’anno in cui Ferrara NON è un ponte sul mondo.

fotine

Ferrara pons mundi

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giringiri

#IF2013 THEN @biljaic nel social media team

if2013_pisa_date

E insomma andrò a Pisa all’Internet Festival. E lo racconterò un po’, da qui e da Twitter, Instagram e Facebook: sono nel Social Media Team di #IF2013, evviva! Avevo programmato di farci un salto in ogni caso, almeno per un giorno o due. Anche se –certo– dopo la sbornia di Internazionale a Ferrara (un evento che adoro e che non perdo mai), il più sarebbe stato trovare le energie per ripetermi a una settimana scarsa di distanza. Quando ho visto il bando per il social media team l’ho trovato così “accogliente” che ho scritto l’application di getto, in un quarto d’ora. Poiché senza che l’avessi pianificato contiene molte riflessioni su comunicazione, registri, stile, online/offline, livetweeting e annessi e connessi vari, riporto qui la mia risposta alla domanda cruciale del form per l’application:

Perché dovremmo sceglierti

Dovreste scegliermi perché non so fare livetweeting, ma so fare thinktweeting. L’anno scorso al Festival di Internazionale (bravi che non vi siete sovrapposti, quest’anno!) i ragazzi delle primavere arabe raccontavano dei loro livetweeting dalle piazze nordafricane e parlavano di dieci tweet (tuit?) al minuto per ore e ore. Pensavo “non potrei mai farcela!”. Ma lì c’era la Storia da raccontare e scrivere in tempo reale.
A me degli eventi piace sì trascrivere qualche frase captata dal palco, ma commentata, interpretata, quasi spiegata. Sono un’ottima spalla ai tuittatori compulsivi, insomma, anche se non sforno dieci tuit al minuto.

Poi dovreste scegliermi perché amo gli eventi e sono una feticista del badge col mio nome al collo. E certo questi sono problemi miei, ma la circostanza è favorevole a garantirvi un entusiasmo ai limiti del ridicolo e una totale dedizione alla causa. Se l’evento è bello (e il vostro lo è), l’euforia trapela da tutti e 140 i caratteri, da ogni pixel di foto quadrata con filtro, e persino da ogni post del bruttino Facebook…

Dovreste scegliermi perché sono una teorica e tecnica della comunicazione di massa, quella cosiddetta tradizionale e quella online, anche se il confine è sempre labile. Ho studiato Semiotica a Bologna e Marketing ad Alma Graduate School, ma soprattutto coordino progetti di comunicazione per l’agenzia Kitchen, di cui sono socia da sempre e per la quale curo in prima persona i progetti di comunicazione 2.0, dal punto di vistra strategico e poi operativo.

Dovreste scegliermi anche –non solo, ma anche– perché vivo di networking e coltivo relazioni vere e fruttuose con professionisti che lavorano in settori affini al mio, ma anche con chi ha esperienze lavorative distanti. Sono responsabile della comunicazione di Generazioni, il network dei giovani cooperatori di Legacoop Emilia-Romagna, fin dalla sua costituzione nel 2007; incarico che mi ha portata più volte all’estero alla scoperta della cooperazione europea e all’allargamento della nostra rete di contatti. Conosco, apprezzo e ammiro molti “nomi noti” nel web, che mi onorano della loro amicizia (sia online sia –fortunata!– de visu): Gianluca Diegoli, Alessandra Farabegoli, Miriam Bertoli, Massimo Dietnam Fiorio, Domitilla Ferrari, Daniele Ferrari, Luca Sartoni.

Se non fosse abbastanza, dovreste scegliermi perché scrivo bene, o almeno mi impegno a farlo più che si può. Lungi dall’essere grammarnazi (amo coltivare il dubbio più che sputare sentenze), mi piace onorare la nostra bella lingua evitando formule astruse o burocrateggianti, permettendomi il lusso –senza esagerare e senza penalizzare la chiarezza– di variare il lessico, di innamorarmi di espressioni insolite e neologismi intelligenti. So adattare il registro, amo interpretare il contesto attraverso la scrittura. Sperando quindi che queste poche righe non celino (troppi) refusi, vi assicuro che non scrivo sempre in modo così scanzonato. È una libertà che mi sono presa vista la vostra briosa presentazione alla “Ricerca di componenti per il social media team”.

Riassumendo quanto state cercando, nell’ordine:

“Appassionati d’innovazione: nuove tecnologie, nuovi materiali, cinema, web series, business Start-up, cittadinanza attiva, Big Data, hackaton, comunicazione digitale e social, didattica e l’informazione, editoria e blog.”
Direi che non manca nulla, sono i “miei” temi.

“Ricorda: con fantasia e passione ognuno potrà rendere davvero speciale il proprio contributo, ed è proprio questo che ci aspettiamo!”
Potete contarci! :-)

“Sii creativo! Le cose più belle saranno riprese e valorizzate nei profili ufficiali dell’Internet Festival.”
La prendo come una promessa.

“Attento a non ‘cinguettare’ troppo spesso o con contenuti non strettamente rilevanti: un aggiornamento troppo frequente o improprio può risultare fastidioso.”
Lo dico sempre, io. ;-)

“Racconta le cose dal tuo punto di vista, esprimi le tue opinioni, mostra la tua personalità.”
Non saprei fare altrimenti…

“Sarai una voce ufficiale. Sii professionale e amichevole quando ti trovi a contatto con i visitatori del Festival.”
Un sorriso per tutti: del resto lo faccio sempre.

“Prima dell’inizio del Festival cerca di raccogliere tutte le informazioni che ritieni utili.”
Che sono secchiona l’ho già detto?

“Mettiti nei panni del visitatore: se vedi qualcuno in difficoltà, offrigli il tuo aiuto. Non sarà sempre facile capire se una persona sta visitando il Festival o semplicemente la città, ma ricordati che chi è portavoce del Festival, lo è anche di Pisa.”
Sono una normalista mancata, sarà un onore raccontare Pisa.

Credo che potrò fare un buon lavoro. :-)

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Sono stata qui a vedere ascoltare ammirare Betsy Hoover. Se siete troppo pigri per cliccare sul link (i link di questo tema sono quasi invisibili e li amo da matti), è una delle digital strategist di Obama per le vittoriose campagne presidenziali 2008 2012. L’anno scorso ad Alma avevo visto ascoltato ammirato Micheal Slaby (collega di Betsy o forse suo capo, ma siamo là). Sono bravissimi. Sono preparati e anche sorridenti. Sono lucidi e interessati (entrambi hanno confessato di capire poco la politica italiana ma di aver fatto mille domande per capirci qualcosa in questi tour europei, e io gli credo). “Più sono bravi e meno se la tirano” ha commentato Alessandra con cui poi sono andata a fare due ciarle con Betsy che ci ha salutate come se ci fossimo viste già mille volte.
Non ho una foto fatta bene di Betsy perché l’iphone fa foto orrende in cattive condizioni di luce. Questo era il soffitto dello splendido Auditorium Enzo Biagi di Sala Borsa che ammiravo ogni volta che alzavo esasperata gli occhi al cielo per:
* la traduzione consecutiva fatta benissimo da Elisabetta Tola, che però fa perdere tanto tempo e spezza i ragionamenti (gli eventi in inglese s’hanno da fare senza traduzione: l’inglese si deve sapere punto e basta);
* le domande dal pubblico che invece sono interventi e contengono termini come “suggestioni” (non fate interventi, non è un barcamp: fate una domanda secca, come quella del signore che ha chiesto semplicemente “La vostra campagna social avrebbe funzionato anche per Romney?” cui è stato risposto “No, perché noi avevamo il candidato giusto”);
* la rete 3G e la rete wifi non prendevano e non potevo condividere le riflessioni belle che stavo ascoltando durante i momenti per me morti della traduzione (santinumi! potenziate quella cavolo di wifi dell’Auditorium).
Mentre io ero a Bologna con Betsy, Slaby era a Bari dal mio amico Dino, che al solito ha scritto una minicronaca ispirata, da leggere.

La foto è di @biljaic e si intravedono anche le grottesche dell’Auditorium, che resta stupendo nonostante il wifi ballerino.

fotine

Bye Bye Betsy.

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bloggheggiando

Rimini Rimini: aspettando un anno dopo

Approfittatene, non sarò MAI più così sintetica (grazie a Massimo Mantellini e Stefano Quintarelli per l’involontaria lezione di brevitas). Certo che loro non hanno messo un corsivo introduttivo barboso… Ommamma, sto già sbagliando TUTTO.

Cose che ho fatto alla Blogfest di Rimini tra venerdì e domenica:

Assistito a un paio di discussioni interessanti: speravo di più.

Salutato vecchi e nuovi amici: evviva!

Non salutato (per ragioni di tempo e di incrocio) vecchi e nuovi amici: uffa!

Visto gente indossare i Google Glass fuori casa, per davvero no per finta.

Pranzato offerto il pranzo a Domitilla che ha detto Ma mi hai offerto già il biglietto del bus, non vale!

Pernottato in hotel “tipica accoglienza riminese” (non sto facendo sarcasmo, c’era davvero una targa così).

Aspettato invano millemila navette fantasma: e poi preso l’undici coi russi, tanti.

Rappresentato Palagruža alla Blogfest, ma devo chiedere il badge SLRP diplomacy a Gianluca per il 2014.

Ascoltato con gli occhi a cuore Mafe e Gallizio al #writecamp e osato minintervento dal palco.

Guardato solo un terzo degli Award perché ho impiegato meglio il tempo precedente davanti a una piadina spaziale con Maricler&Fabrizio (tip: agli eventi accodatevi ai foodblogger e mangerete da dio!).

Postilla, tanto ormai la brevitas me la sono giocata con l’inutile introduzione

Premiare la gente di internet (non dite l’internet: ve ne prego) non vuol dire privilegiare i nativi digitali? Le perle rare? A radio deejay serve questo premio? (E comunque ha vinto Bastonate: evviva!)
Ci ho pensato, e secondo me è un problema di candidature a monte. A differenza dei più, perdo un po’ di tempo a compilare con impegno la prima votazione, quella delle candidature spontanee. Ripenso alle battute fulminanti, spulcio Pocket (che tool meraviglioso!) alla ricerca di articoli belli e post indimenticabili salvati nell’anno precedente. Poi alla votazione vera e propria non voto per la qualità non sufficientemente alta delle candidature. La dispersione è troppa, la qualità non arriva, vincono i soliti. Ci vorrebbe una piattaforma in cui le candidature vengano proposte con metodo un po’ più wiki. Ma forse no, non val la pena. In fondo non è importante. In fondo, come dice Alessandra: siamo a posto così, davvero. (L’ANSA, ha vinto l’ANSA: non vi perdonerò mai).

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mostovi

Biljaić e altre pronunce: un post sonoro

Premessa. 1) Mai avuto una bella voce. 2) Risulto sempre più pedante del voluto e del dovuto. 3) Non so usare aggeggi di registrazione decenti né al momento voglio imparare. => Mi spiace per voi!

il bel Balkan font, da un libro che girava in Kitchen, fotografato da @biljaic

Siete scusati di tutto, davvero. Il serbocroato è una lingua poco conosciuta, e vivete bene così. Non datevi pena. Epperò chi non è scusato sono i giornalisti televisivi e radiofonici, e i telecronisti. Essendo le mie terre di sport, ci sono molti più cestisti, calciatori, tennisti, sciatori e via dicendo in –ić di quel che il numero di slavi del sud al mondo suggerirebbe. Mammasanta! quanto ci vuole a chiedere a uno Zvonimir o a un Siniša come si pronuncia il loro nome e segnarlo in redazione una volta e per sempre?

Ma voi immagino non siate “in voce” ogni giorno, ci sta che non vi siate presi la briga di chiamarmi per chiedermi una pronuncia. Allo stesso tempo, vi stufate di essere sempre nel dubbio davanti a intrichi di semivocali come Ljajic? Ecco il post scritto&sonoro che fa per voi!

La prima notizia positiva è che leggere il serbocroato è facillimo. Davvero. La regola è: trenta suoni, trenta simboli. La cattiva notizia è che questo vale solo quando il serbocroato è scritto con l’alfabeto cirillico (che non è un’altra lingua, ma solo un altro modo di traslitterazione!): ossia –oggi– solo in Serbia e altre repubbliche assurde tipo il Montenegro, credo (da nessuna parte si usa solo il cirillico, comunque: e giustamente).

Però con l’alfabeto latino il discorso non cambia molto. Sempre trenta suoni, sempre trenta lettere. Solo, qualche lettera è formata da due segni. Ecco, bravi: come gn sc e gl in italiano! Vedete che ci siete? Sapendo leggere le lettere, potete leggere tutto, perché poi non ci sono trabocchetti di sorta. L’unico dubbio potrà essere l’accento, ma voi anticipatelo il più possibile (ossia, fate l’esatto contrario di quel che fareste in italiano) e nove volte su dieci l’avrete detta bene. Pronti a sentire finalmente come si pronunciano quei segni strani? Via.

c, come calze, come reci! (di’ pure!)

č, come trapani (!), come čovjek (uomo)

ć, come ciuccio, come andrić (premio nobel!), come ćup (orcio)

dž, come džep, tasca

Update del giorno dopo: eureka! Grazie all’intuizione di Lucuqu (nei commenti, sotto) scopro e quindi consiglio il suono dr come lo direbbe un siciliano, per rendere . Un po’ come il Conte Džaaakula di AldoGiovanniGiacomo: potete ascoltarlo qui in versione 15″, al netto dei tuoni e fulmini la  si sente benissimo!

đ, come gioco, come đokovic (go, Nole, go!), come đak (alunno)

h, in teoria come hotel, come hvala (grazie), come hvar (la ibiza croata, e difatti non ci vado mai)

j, come juventus, come jaje (uovo), come Jarni (Robert, calciatore anni ’90)

š, come scemo ma molto più incavolato, come šuma (bosco)

z, come sbavare, come Zvonimir (lui, Boban)

ž, come želimir che desidera la pace ma evidentemente è nato nel paese sbagliato

Poi basta ricordare che Lj è come Gl italiano, e che Nj è come Gn. E che fanno una lettera unica, difatti il mio nome ha solo sei lettere anziché sette se scritto coll’alfabeto cirillico. Биљана. È una meraviglia, no?

La g è sempre dura, come in gatto (per la g dolce come gi e ge italiani c’è la đ!); così k suona sempre come in casa. Quindi liceo classico si scrive Gimnazija e si legge –più o meno– ghimnasia.

Ora sapete e potete leggere TUTTO. E pronunciarlo bene. Allora: via al test!

Jasmin Repeša, allenatore croato

Pelješac, penisola dalmata (l’audio è riciclato, era quello per @giuliabalugani)

Novak Djokovic (o –meglio– Đoković)

Ljuljačka, altalena

Alen BokšićRobert Prosinečki, ex iugocalciatori

Monica Seles, fu Monika Seleš

Biljana Prijić @biljaić

Tutto ciò è per scherzare, comunque. Per una trattazione seria e molto più piacevole dell’argomento seguite il tag o jeziku i tako dalje dell’inarrivabile Jadran. Se ho rotto gli indugi e mi sono messa a leggere testi lunghi nella prima lingua della mia vita, è del tutto merito suo. Puno puno hvala!

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Romagna mia.

Sono stata (e ho pure parlato) al Romagnacamp. Tre giorni che durano un attimo perché si impara e ci si diverte, e due settimane quanto a beneficio per il corpo e per la mente. Da feticista dei badge (i cartellini col tuo nome agli eventi: li venero, li annuso, li amo), sentenzio che il convegno stile soviet o minculpop (par condicio) è morto, almeno per me. Basta “Sarò breve”, fine del “Non faccio proprio una domanda ma una considerazione”. Viva gli eventi light, in cui gli organizzatori scrivono “siete abbastanza grandi per cavarvela da soli”. Eventi senza orpelli, tutto arrosto e niente fumo. Siamo una generazione che forse ha meno di quelle precedenti, ma almeno possiamo scegliere quel poco che abbiamo di donarcelo, scambiarcelo, condividerlo. A me la (slide)sharing economy piace un bel po’.
foto dal luogo dell’evento, non nei pressi, ma dall’evento proprio | da @biljaic grazie a fotocamera rediviva

giringiri

Romagna mia.

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mostovi

L’Italia sono (anche) io

Ai Mondiali di atletica Dariya c’ha provato. Non è andata, ma competere con gente da 200 paesi non è facile, e la ragazza è giovane e si farà (e non ha per niente le spalle strette). Dariya parla con uno spiccato accento campano e indossa la divisa azzurra con l’eleganza e la forza del suo corpo tonico. Ci ha messo 12 anni per prendere la cittadinanza italiana, per essere “naturalizzata” (che espressione grottesca), uno meno di me (se ben ricordo: le odissee quando non diventano canti epici si tende a dimenticarle). Comunque un’eternità.

dariya_GQ

Dariya Derkach ritratta da GQ due anni fa, quando era ancora ucraina.

Per qualcuno 10 anni sono troppi, per altri troppo pochi. C’è chi dice che nascere su suolo italiano non deve contare ai fini della cittadinanza, chi ribatte che essere italiani mica è un fatto di sangue, è un fatto di cultura, di gusti, di abitudini. Ti piace la pizza? Bene. (Ma allora io sono spacciata.) Di posizioni sull’argomento se ne sentono tante, anche se non è proprio “da bar” come le vicende del magnate televisivo fu primo ministro. Ebbene, non ne avete un’idea. E invece dovreste, davvero.

Voi italiani (sì, ogni tanto me ne tiro fuori, e ogni tanto mi vien facile, quando voi mi date una grande mano) non state facendo alcun ragionamento collettivo utile su una questione ormai irrimandabile e delicata. Non ne sapete una mazza, probabilmente volete continuare così, e questi tristi mezzi d’informazione che ci ritroviamo (sì, “ci”, perché dalle sciagure non mi posso tirare fuori) non vi aiutano di sicuro. Ma è un lusso che non potete –più– permettervi. Non ce lo possiamo più permettere. Perché il mondo cambia e ti impone di stare da una parte o dall’altra. O di inventartene una terza, a patto che tu la sappia inventare.

Immaginate una situazione paradossale. Immaginate che a voi tutti, nati e cresciuti entro Chiasso e Lampedusa, non dessero automaticamente la cittadinanza. Immaginate che, sì, siete italiani e tutto, ma c’è un passaggio ulteriore, una specie di Riconferma che vi faccia passare da cittadino in nuce, provvisorio, a cittadino vero e proprio. Tipo a 16 anni, una età a caso.

Cosa chiedereste alle istituzioni? Cosa chiedereste a chi le governa e a chi le controlla, a tutti, perché possiate vivere serenamente la Riconferma? Potete pensarci un po’, se volete. Voglio dire, vi sentite italiani —siete italiani!— ed è giusto che possiate riflettere con calma sul documento che sancirà quello che già vi sentite —siete!— di fatto. Mi permetto di avanzare qualche ipotesi.

Chiedereste probabilmente criteri univoci chiari validi per tutti. Poco interpretabili, quindi (sai almeno una terzina dantesca a memoria sì o no?), comprensibili a chiunque abbia 15 anni (un anno per prepararsi ci vorrà, no?), applicabili senza scappatoie e senza distinzioni di provenienza regionale, censo, istruzione. Poi uno è tranquillo, no? Se il mazzo non è truccato e io ho in mano una scala reale sono ragionevolmente tranquillo, vero?

Usciamo un attimo dal paradosso e torniamo a noi. Italia anni ’90-2013. Il mazzo non è che sia truccato, eh. È solo che mancano delle carte. E ci sono due donne di picche, chissà perché. E un quattro di bastoni da un mazzo di triestine —quelle col numero— che rende difficile mescolare. Insomma, i criteri cambiano di riforma in riforma, di questura in questura, di provincia in regione. Alla mia famiglia capitò secoli fa di fare domanda di cittadinanza e di vedercela respinta perché dopo la nostra richiesta la legge aveva cambiato un certo criterio. La legge non era retroattiva, e un ricorso avrebbe forse cambiato gli eventi futuri. Ma del senno di poi…

E se i criteri della Riconferma non vi trovassero d’accordo? Cosa valutereste importante? Non vorreste forse conoscerli subito, una volta e per sempre? Almeno a grandi linee, voglio dire. Nelle cose che contano. Se devi saper cucinare almeno un tipo di pasta al forno ci puoi lavorare, ecco. Ma se devi dimostrare che i tuoi antenati risiedono in Italia dal 1700 potrebbe essere un po’ più complesso, magari: no? E poi forse potresti non voler vivere in un Paese che guarda l’albero genealogico indietro di 10 generazioni. Forse, eh. E poi: forse vorreste che queste linee guida fossero condivise. Da tutti, non solo dai quindicenni in coda per la Riconferma. Perché se no, come fai a discutere dell’assurdità del 1700?

Non avete la più pallida idea di come si diventi cittadini italiani, ammettetelo. Non sapete nemmeno perché si può diventare cittadini italiani. No, non c’entra la faccenda dello ius soli. Quella è per l’eventuale diritto di cittadinanza alla nascita. Io non sono nata in Italia, né ho sangue (?) italiano, eppure sono cittadina italiana. In tanti anni, dagli amici più cari a gente appena conosciuta a una cena o a un evento, centinaia di persone mi hanno fatto domande —talvolta assurde— su nazionalità, etnie (?), cittadinanza. E nello specifico sull’iter di cittadinanza italiana. Mostrando lacune che parevano voragini. Ebbene, lasciatevelo dire: non ve lo potete più permettere. Non ce lo possiamo più permettere.

Non possiamo più rimandare l’idea della società che vogliamo essere. Quella che dobbiamo costruire. La cittadinanza non è solo un pezzo di carta, è lo specchio del proprio livello di civiltà, della propria apertura. Compreso —e lo sottolineo con forza— l’iter che serve per arrivarci (è tutto chiaro? è tutto condiviso? il trattamento è uguale per tutti?).

Avete una idea della vostra Italia di domani e dopodomani? Se a voi la Riconferma non è mai stata chiesta perché nessuno ha mai messo in dubbio la vostra italianità, chiedetevi con chi —nuovo— vorreste condividerla. Deve sapere la lingua, l’altezza al garrese di Francesco Totti, deve distinguere pappardelle e fettuccine, conoscere la Costituzione? Essere cattolico, essere almeno cristiano? O per voi il sangue conta e un argentino che sa solo lo spagnolo ma ha tutti e quattro i nonni italiani è più italiano di me, per voi? Mica mi offendo, eh. Basta esser chiari. E, al momento, non lo si è.

Ottenere la cittadinanza italiana è un’odissea. Non c’è niente di certo, di logico, di condiviso. A parte i 10 anni di residenza coordinata e continuativa (co.co.re), devi dimostrare un reddito cospicuo che spesso manco i tuoi amici italiani da generazioni hanno (a proposito: questi nuovi italiani li volete bianchi caucasici e magari ricchi?), devi non cambiare città perché se no cambi questura ed è un casino, e soprattutto devi esser pronto a passare ore al telefono con un ufficio ministeriale per capire il destino della tua pratica.

La tendenza evidente del ministero è di respingere le domande. Lo sapevate, questo? Di base, provano a dirti di no. Poi se tu sei pervicace ai limiti dell’autolesionismo e insisti, rispondi, alleghi nuovi documenti che non erano mai stati citati prima, chiami, richiami, ti fai passare le crisi di pianto isterico, bestemmi il paese dove sei nato e quello dove vivi, maledici i nazionalismi e lo Stato nazione, smetti di accarezzare l’idea di tornare apolide, ricomponi il sorriso per parlare con l’ennesimo inutile funzionario, allora forse qualche speranza ce l’hai.

Ho chiesto la cittadinanza perché non potevo fare altrimenti. Ho passato anni a rispondere “non saprei” alla domanda “ma tu ti senti italiana?” per capire alla fine che non conta più nemmeno tanto. Non ha importanza se io mi sento italiana, io sono italiana (ho privilegiato due indicativi perché risultasse meglio il confronto: spero non me ne vorrete). Magari sono anche italiana, e del resto perché dovrei negare un altro pezzo di identità? Ma italiana lo sono, e tanto. Sarei italiana comunque, anche se non lo volessi. Ma questi sono fatti miei. La domanda è: che posizione avete voi davanti a queste situazioni?

Se credete che sia importante sentirsi italiani, va bene pure. Basta dirlo. Quando ho fatto domanda io non gliene fregava niente a nessuno. Ero pronta a fare tremila test di italiano, di cultura generale, di aspettare tre ore dopo mangiato per il bagno (anzi, no: quello no). Nessuno m’ha mai chiesto niente. —Perché vuoi prendere la cittadinanza? mi chiese un amico caro anni fa. —Mah, per comodità, ormai vivo qua da anni. —Non sono d’accordo! Per niente! Se proprio uno non è italiano di nascita, che almeno lo sia per sentimento. Ecco, questo mio amico ha una posizione che magari non condivido, ma almeno chiara e netta. Voi?

Le persone dall’identità plurima ci sono e sono in mezzo a noi. Facciamocene una ragione, e poi capiamo come comportarci nei loro confronti. Ne abbiamo facoltà. Solo, ricordate che le identità vere sono quelle che uno si sceglie, o quelle che alla fine accoglie come un dato di fatto (come io con la mia italianità). Le identità imposte o quelle negate creano sempre problemi. Fidatevi, lo so. Nulla è più pericoloso di quando ti dicono cosa sei o cosa non sei (vi ricordate “sei ebreo, non sei ariano”? quella roba là).

Essere razzisti è un lavoraccio. Credo non ci abbiate mai pensato, ma è così. Pensate al povero Hitler che si è dovuto arrampicare sui vetri per convincere il suo popolo che sì i rom e i sinti erano ariani, e di quelli puri dato che tendono a sposarsi tra loro, ma che la vita nomade aveva snaturato la loro arianità e quindi era giusto sterminarli assieme agli ebrei (semiti odiosi) e ai gay (ariani un po’ troppo allegri, si vede). E in Italia, gli esilaranti dibattiti sulla rivista La difesa della razza? Alcuni editorialisti fascisti razzisti l’avevano capito, che la questione del sangue era spinosa. E parlavano di una italianità che “si respira”, quindi culturale, tradurremmo noi con spirito antropologico. Ma qualcuno poi ricascava nella tentazione biologica (genetica, diremmo oggi), invocando la necessità di una pura discendenza da Cesare. Ma poi: mamma gli etruschi! Cosa farne del sangue di questo popolo antico dalle ignote origini? E se poi non sono indoeuropei e quindi nemmeno ariani? Poi i tedeschi ci schifano. E tutti gli invasori dell’Italia? Gli arabi (semiti!), i vichinghi, Francia Spagna purché se magna?

Quando frequentavo i forum del KuKluxKlan provavo quasi pena per loro. Non sapete che fatica difendere un’America bianca e cristiana in una nazione che ha sì praticato la segregazione razziale (?) fino a pochi decenni fa, ma che è nata dal miscuglio, dall’esplorazione e conquista anche violenta di territori sconfinati su cui gli unici detentori di veri diritti potrebbero essere semmai i nativi “pellerossa”. Perché frequentavo i forum del KuKluxKlan? Tranquilli. Per un laboratorio di Analisi semiotica del discorso razzista. Utilissimo. Mi ha lasciata con ancora più dubbi di quel che avessi, ma dubbi utili. Come del resto il corso di Relazioni internazionali del bravo prof. Luciano Bozzo (non sputiamo sempre sull’università italiana, santinumi: aiutiamo a tirar fuori le perle e a sbarazzarci di quelle false, semmai).

La Nazione non esiste, la Nazione si costruisce. È un dettaglio della dottrina politica che spesso sfugge. E i media, che confondono sempre Stato popolo Nazione Paese per la triste ossessione delle ripetizioni, perdono l’ennesima occasione per fare bene il loro dovere. In formula brevissima, un po’ approssimata ma bastevole. Un popolo (con la sua cultura abbastanza omogenea fatta di lingua tradizioni usi costumi) si identifica in una idea di Nazione, e quindi (di solito) rivendica uno Stato. Per dire, all’indomani dell’Unità d’Italia c’era lo Stato, ma la Nazione, dopo esser stata teorizzata da sparuti gruppi di filosofi politici ideologi, era ancora in costruzione. Io credo che dopo che s’è fatta l’Italia anche gli italiani son stati fatti. Ci son state due guerre mondiali, un ventennio indecente, una scuola pubblica nazionale e una televisione di Stato che hanno suggellato la nascita della Nazione.

Oggi la Nazione italiana è in crisi di identità. E non per colpa dei brutti ceffi che volevano inventare e costruire la Nazione padana; siete stati bravi a non dare alcuna chance a una teoria tanto bislacca. Si tratta invece della crisi di un Paese vecchio per anagrafe e per testa, che non prende posizione sulla sua identità, e quindi la difende in modo goffo e inefficiente. Perché ci sono dubbi sull’italianità di Balotelli? Diciamolo. Perché è nero. Facciamo che uno è italiano solo se bianco? Non sarò mai d’accordo, ma almeno lo sappiamo. (Poi però i figli dei matrimoni misti? Facciamo un biancometro come per i dentifrici whitening?) Che italiani volete essere? Che Italia vogliamo costruire?

A una che c’ha messo dodici anni per diventare italiana e farci vincere le medaglie, davvero volevate dirle di no?

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