mostovi

Cosa non ho ancora imparato dalla guerra sulla pandemia

Tira vento, forte, e sono inquieta. Non per il vento, non lo so ben spiegare. È per qualcosa che arriva da lontano.

Di Italia ‘90 non ho alcun ricordo. Eppure non ero poi così piccola. Il mio amico e coetaneo Gianluca, la persona che conosco direttamente con la maggiore cultura sportiva dopo mio padre, credo ricordi quei mondiali minuto per minuto. Avevamo 8 anni ma le nostre estati erano diverse. Io ero nel mio altrove, nel mio mondo parallelo. Era l’ultima lunga estate che trascorrevo in Iugoslavia ma non lo sapevo. Quella vita a metà, che seguiva il ritmo del campionato di pallamano e della scuola, incideva sulla mia percezione e costruzione personale della realtà. Così i mondiali in Italia non esistevano perché io giocavo fuori nel quartiere tutto il giorno, e altro non mi interessava. Immagino che mio papà qualche partita di Italia ’90 l’avrà vista, ma non me lo ricordo. Chissà perché invece ho vivissimi ricordi dei match di Monica Seleš e Martina Navratilova. Chissà.
Barcellona ‘92 sono Olimpiadi che ricordo bene, perché la nostra vita a metà era finita, eravamo intrappolati in Italia, o meglio in tutto il resto del mondo che non fosse la Iugoslavia con le frontiere chiuse e le ferite aperte, al galoppo verso l’orrendo prefisso di “ex”. Tutto nella mia vita lo conto tra prima e dopo il 1991, anno in cui è iniziata la guerra, e tra prima e dopo il 1995, anno in cui la guerra non è finita. Anche i ricordi legati allo sport.

*

Ora è buio e freddo fuori, e sono inquieta. Non per il freddo, quello non lo sento mai davvero, non me lo so ben spiegare. È per qualcosa che arriva da lontano.

La mia doppia vita raddoppiava le bizzarre interpretazioni della realtà tipiche dei bambini, e non solo (i primi tempi in Italia mia mamma dava per scontato che Roma dovesse essere in Romagna). Mi chiedevo perché ci fossero Superman e i Puffi in Iugoslavia ma non Fantozzi, che amavo e non capivo come tanti bambini, e non solo.
E poi erano gli anni ‘80, c’era la musica più assurda di sempre. In quelle estati sempre fuori, nella mia piccola città o al mare quando ci spostavamo “in rivijera”, non avevo bene idea di quanto vecchie o nuove fossero le canzoni onnpresenti. Era per me un blob musicale che nessuno mi aiutava a decodificare, parlando i miei poco con me dell’ottima musica che avevano ascoltato negli anni ‘70. Del resto, come potevano pensare che non ci sarebbe stato il tempo per una educazione musicale come si deve? Per quel che ne sapevo io all’epoca, Marina Marina Marina (ti voglio al più presto sposar, 1959) poteva essere coeva de La Lambada, che nel 1989 era appena uscita e che Nina sapeva ballare e ce lo insegnava. (Ammiravo con una punta di invidia la mia amica Nina che avendo un anno meno di me sapeva sempre fare tutto. Le volevo molto bene.) Quel poco che so del rock iugoslavo l’ho scoperto molti anni dopo, facevo già l’università. Scrissi una tesina di semiotica dei linguaggi musicali sui Bijelo Dugme sull’onda dell’entusiasmo di quella tardiva scoperta. Non mi era mai venuto in mente negli anni liceali di chiedere ai miei Ma c’è della musica iugoslava bella? perché tutto quello che aveva a che fare con la sponda opposta dell’Adriatico (vivevamo sulla Riviera delle Palme allora e qualche volta mi mi pareva quasi di vederla, la sponda “originale”) provocava in tutti noi un dolore quasi fisico, e leggermente diverso per ciascuno, come se il dolore avesse un colore. Se tu soffri magenta non puoi davvero capire chi soffre corallo, anche se somigliano. I Bijelo Dugme hanno scritto pezzi giganteschi e fatto dell’ottima musica, prima che il paese che li aveva incubati si dissolvesse, e molto prima che il loro giovanissimo bassista e fondatore diventasse Goran Bregović. Ma nel 1990 non conoscevo i Bijelo Dugme. Avevo 8 anni e ascoltavo Tajči cantare Hajde da ludujemo ove noći, Stanotte andiamo a far follie, un’esplosione rosa shocking e massimo disimpegno.
E poi c’era Massimo. Che non era nulla di che e non avrebbe somigliato a nulla che io avrei poi ascoltato nei decenni a venire, ma che per strani giri del destino è una pezzo importante delle mie dolorose memorie. Scommetto che i giornali di gossip dell’epoca faticavano a ricordarsi di scrivere Massimo con due s (per @gluca: Sì nella SFRJ avevamo anche i giornali di gossip…). Ricordo che mia mamma sosteneva avesse la mamma italiana, questo Massimo. Ricordo di aver ascoltato quella cassetta a Knin, a casa, assieme alle mie adorate fiabe sonore che ancora so a memoria, specie Palčica, Pollicina, che era così lunga da occupare sia il lato A sia il lato B. Potrei sbagliarmi ma credo fosse stata mia zia Goga a comprare quella cassetta, quella Muzika za tebe, musica per te.

*

È ancora buio fuori, dentro è caldo e tranquillo, ma sono comunque inquieta. Non ho paura del buio, ma di qualcosa che arriva da lontano sì.

Non mi spiego bene perché quelle cassette arrivarono con noi in Italia nel nostro ultimo rocambolesco viaggio. Siamo partiti in gran fretta (siamo fuggiti, sarebbe più corretto dire). Ricordo il mio costume intero rosso, usato come canotta. Dei pantaloncini arancioni sopra. Ricordo i ricci di Ines. Ricordo che ci hanno fermato, le tute militari, le mitragliatrici. Devo aver percepito lo stress dei miei genitori, rivivo dei flash come al cinema. Vedo il profilo di mia mamma e oltre, quella soldataglia. Infine quella domanda assurda Perché non indossate le cinture? Col senno di poi avrei dovuto gridare Santiddio sono appena iniziati gli anni ‘90, nessuno porta ancora le cinture! Ci fecero la multa e ripartimmo. Con un borsone di canotte e costumi da bagno. E una scatola di musicassette che chissà se avevo infilato di nascosto nella vecchia Talbot o se avevo frignato per portarla con me e mi avevano assecondato perché c’erano questioni più importanti a cui badare, tipo salvare la pelle. Alla fine l’ho tirata fuori diversi mesi, forse persino anni dopo, la cassetta di Massimo, dovevo essermela scordata lì per lì. Eravamo tornati in Italia (fuggiti) in piena estate, il giorno dopo avevano chiuso le frontiere, come a dire Okay, lasciateci impazzire con comodo e massacrarci a vicenda per qualche anno eh, do not disturb. Siamo andati al mare sulla sponda sbagliata dell’Adriatico quell’anno, come del resto avremmo fatto per molti anni a seguire. Impegnata a nascondere il mio smarrimento sotto la sabbia del litorale abruzzese, mi ero scordata di Massimo e fui sorpresa mesi dopo di riascoltare la mia prima lingua parlare d’amore e altre sciocchezze. In casa si parlava ormai quasi sempre solo in italiano, ufficialmente per aiutare mia mamma alle prese con la sua seconda laurea, in realtà perché anche parlare faceva male. Ascoltavo quella cassetta anche col walkman durante le gite. Qualche compagno mi chiedeva Che ascolti? Io lo dicevo, posavo le cuffie qualche secondo sulle loro orecchie Che buffo -dicevano- sembra inglese. A volte mi chiedevano di più, mi domandavano come fossero i posti dove avevo vissuto o perché ci fosse la guerra e io avrei voluto dire di più ma non riuscivo. Faceva male e non mi sentivo in diritto di soffrire perché eravamo andati via (fuggiti) e andavamo ancora al mare e io andavo a scuola e alle gite. E non capivo chi combatteva chi e per cosa. Non chiedevo per paura di fare domande stupide ma più di tutto temevo le risposte. I miei genitori erano annichiliti, sgomenti, increduli. Eppure sono riusciti a farci proseguire una infanzia bella e piena d’amore. La parvenza di vita normale rendeva ancora più doloroso il pensiero che si affacciava repentino e crudele: il tuo paese si sta autodistruggendo e tu stai crescendo in un altrove dove sei prigioniera anche se non sembra. Erano pensieri molto spaventosi per una bambina, lo sarebbero per chiunque. Qualche mese fa mia mamma mi ha chiesto -intendendola come un’iperbole- Allora tutto il popolo sarebbe dovuto andare in terapia dopo, venti milioni di persone! ma io le ho risposto, seria, Sì, proprio così. Era straniante con questo stato d’animo pesante ascoltare il pop sdolcinato di Massimo che sembrava arrivare da un altro secolo, non da appena pochi mesi prima. Un po’ come ora ci appaiono lontane le settimane in cui potevamo ancora uscire.

Massimo scriveva e cantava

La tua piccola cameretta
come una scatola azzurra
fuori una notte fredda 
senza luna

Non so se è senza luna la notte fuori, ma ora piove, e sono inquieta. I grandi sconvolgimenti tirano fuori qualcosa che viene da lontano.

È andato tutto male, dopo la guerra. Il dopoguerra è stato peggio della guerra stessa. Che è stata orribile e nefasta, ma perlomeno ha avuto una durata circoscrivibile, anche emotivamente. I grotteschi accordi di Dayton hanno chiuso la fase bellica e aperto un dopo che non si è mai chiuso, e quel veleno si è diluito come nei prodotti omeopatici, solo che è ancora attivo. Dopo la guerra è andato tutto male perché i buoni che già avevano perso la guerra hanno continuato a pagare il prezzo più alto. Hanno faticato a ricostruire le loro case o a farvi ritorno, a far studiare i figli o evitare che migrassero, a fare una vita se non migliore almeno non peggiore di prima. I cattivi, che già avevano vinto la loro stupida sporca guerra, hanno continuato in varie forme a governare i nuovi paesi con sospetta affinità e malcelata sintonia.
La gran parte delle persone che conoscevo ha perso la guerra. Ne è uscita impoverita, espatriata, disillusa, scoraggiata, traumatizzata senza saperlo e senza potersene occupare. Non c’è stato tempo e modo di piangere la patria perduta, per divieto dei cattivi vittoriosi o per autocensura di noi che siamo stati alla finestra a guardare, impotenti e sgomenti. Le persone normali che frequentavo, le persone buone, hanno perso la guerra. Un’enorme massa di sommersi, anche quando avevano l’apparenza di salvati.
È di questo che ho paura oggi.

*

Adesso è sereno fuori, anche se è ancora buio. La notte è quieta, io sono inquieta. Ma sono anche felice.

Accanto a me dorme mia figlia Daria che compie 9 mesi di sconfinato amore, e la vita non è mai stata così degna di essere vissuta. Certo, l’inquietudine arriva da lontano e tornerà tutte le volte che ci sarnno delle difficoltà dentro e fuori di me. La rabbia e un sentimento strabordante di ingiustizia mi accompagneranno sempre quando ripenserò alla guerra civile in Iugoslavia, e ancora di più al dopoguerra. La moltitudine triste di sommersi ha vissuto gli ultimi decenni in una solitudine emotiva che non ha concesso loro nemmeno il balsamo della condivisione. Ho scritto non so quanti caratteri già solo in questo post (sto facendo la prima stesura a mano) e non ho tirato fuori quasi nulla di quel dolore profondo. Estraggo pochi lacerti e fa già troppo male, prevale l’autoconservazione e la voglia di restare in superficie. Ho paura che questa pandemia sommerga molti nella povertà (non solo materiale) e nella solitudine, e che pochi si salvino, e non i più meritevoli. Temo che qualcuno possa approfittare del post pandemia come succede nei dopoguerra. E che alla fine questo esito venga accettato come inevitabile anziché giudicato come ingiusto. Non so se queste mie paure siano fondate, sensate o strampalate. Sono sensazioni che non hanno fondamento nella ragione ma in un vissuto in qualche modo compresso, come il gas in una bomboletta. Come detto, arrivano da lontano. Non posso trarre beneficio per il mio malessere pensando alla grande il proverbiale barca comune. Condivido la croce della guerra civile con milioni di iugoslavi sommersi, e non ci siamo potuti consolare in nessun modo.
So di un gruppo di profughi della mia città natale che si incontra in una kafana nel posto dove sono finiti a vivere. Al muro della sala dove si trovano a bere hanno appeso la foto della fortezza che da oltre mille anni fa ombra alle case e strade di Knin e quando alzano un poco il gomito si mettono tutti a piangere. Dovrei ridere, ma mi si stringe sempre il cuore a figurarmi la scena. Quando si perde si è soli, anche in mezzo agli altri. 
È giusto l’appello a bandire le metafore guerresche questi giorni. Non siamo in guerra. E così il parallelismo più grande rischia di essere purtroppo quello con i sommersi dalla situazione e con le ingiustizie che dovranno subire. Io non posso lasciarmi andare alla disperazione perché Daria dorme qui accanto con l’abbandono dei neonati e perché un suo sorriso sbriciola ogni paura possibile. Ma mi fa soffrire pensare che è più probabile un aumento delle ingiustizie già mostruose che non una loro diminuzione. Poiché però non siamo in guerra, anche se siamo in una brutta situazione, spero che almeno qualcosa, collettivamente e individualmente, risulterà positivo. Scaravento qui i miei desideri ingenui sparsi.

  • Voglia di godere di quelle strade senza auto che abbiamo agognato dai balconi.
  • Rispetto e riscoperta di varie forme di natura.
  • Riflessione sulle interconnessioni, tra gli uomini ma anche tra i paesi e tra i processi produttivi, logistici e distributivi.
  • L’Internazionale, anche non socialista.
  • Valorizzare, spargere e apprezzare le coccole.
  • L’esistenza dei più fragili, da non negare.
  • Le piazze, i crocicchi, i muretti, i giardini, i portici, ma pure i lungofiume e i viali sottoutilizzati di periferia.
  • Il lavoro come impegno e come risultato non come occupazione per ore e ore di una scrivania.
  • Meno parole, ma meglio scelte (questo post è un pessimo esempio, lo so).
  • Nazionalismi al rogo.
  • Rigetto del poverty shaming.
  • Il lievito madre e tutte le robe buone che vi ho visto preparare usandolo.

*

È sempre buio fuori e tutto tace. Non una macchina passa, e questo è comunque bello.

L’inquietudine che arriva da lontano perlomeno la so riconoscere, ho dovuto imparare a conviverci. Aver imparato a condividere frammenti di questo dolore è un antidoto non pienamente efficace, ma bastevole, anche per la generosità di molte orecchie che con affetto si sono prestate all’ascolto. Non so come ne usciremo, e forse qualche parallelismo lo riconoscerò. Ma non siamo in guerra. È già una buona cosa. Lunga vita al lievito madre! 

Standard
mostovi

7 balcanici motivi per vedere la serie croata Novine | The paper

31174483_165561227461564_4006707211559501824_n

La serie imperdibile dell’anno non è né americana né inglese. E non è nemmeno italiana. L’anno è ormai a metà, ma voi dedicatevi a guardare Novine e non ve ne pentirete. La trovate su Netflix con il titolo internazionale The paper, perché “novine” significa giornale quotidiano, e delle vicende di un giornale tratta, con una qualità che forse non ti aspetteresti da una produzione tutta croata. Chi scrive l’ha iniziata a vedere per motivi biografici, essendo nata in Dalmazia che della Croazia è la regione costiera più bella, e per noia, avendo una volta oziosamente digitato “serbocroatian” nella barra di ricerca di Netflix, poi dice che divanarsi non serve a nulla… Ma voi potete vederla anche senza avere un cognome in -ić perché le cosebelle sono universali. Ecco 7 buonissimi motivi per non perderla.

Europea, ma esotica.

La croazia è un vicino lontano, di cui sappiamo pochissimo perché i media se ne disinteressano, e che visitare una settimana d’estate non basta. Guardando Novine la si avverte esattamente così, vicina come tanti altri paesi dell’UE (dal 2014) e remota come può esserlo un luogo in cui “prima della guerra” vuol dire meno di trenta anni fa.

Dark, molto dark, e cattivi cattivissimi.

Novine racconta la vita travagliata di una redazione di giornalisti bravi e dediti, alle prese con lo strapotere di politici, poliziotti, giudici e uomini e donne d’affari dal passato sempre inevitabilmente opaco e privi di ogni scrupolo morale. Il più pulito ha la rogna, e House of cards pare un collegio di educande al confronto.

Tutti i mali del sovranismo, spiegati bene.

Soprattutto nella seconda stagione (uscita su Netflix a inizio di quest’anno) la connessione tra deriva morale e nazionalismo cieco è palese e raccontata attraverso le azioni, i gesti e le parole di personaggi eterogenei tra loro, di parti politiche avverse e di estrazioni tra le più varie. Non si scende mai nella retorica del “tutto un magna magna”, però: le contraddizioni sono mostrate in modo piano e crudo, con una sensazione di inevitabilità che mette angoscia ma tiene pure incollati allo schermo.

Fiume fotogenica.

Novine non è girato né ambientato nella scontata capitale Zagabria, ma in una città costiera e portuale che fu a lungo italiana. Rijeka d’inverno è una scenografia livida perfetta, ripresa da ogni angolazione anche con droni parsimoniosi e benevoli. Ci sono le calli del centro, i portoni socialisti di periferia, le opulente stanze del potere, le ville di design in collina, i bar dall’aria densa.

Croatian way of life, sesso fumo e alcool.

Non siamo più abituati (per fortuna) a vedere fumare ovunque, dal bar al ristorante alla casa di qualcun altro. In Novine tutti fumano e bevono (whisky, soprattutto) tantissimo, in continuazione e con voluttà disperata. Può essere utile per ricordarci che tutto sommato stiamo meglio ora che si fuma solo all’aperto, ma anche per rivedere dei gesti che da decenni abbiamo associato ai film su crimini e complotti, con gente che fuma a prescindere, ovunque, e se ne frega. Persino per i non fumatori, liberatorio.

Il serbocroato in tante sfumature, imprecazioni comprese.

Le serie (e internet) hanno compiuto il miracolo che tutte le VHS di English movie collection non potevano sperare di raggiungere. È molto bello godersi le voci originali degli attori e aiutarsi con i sottotitoli se lo slang di Boston (o di LA, o di Londra) non sono alla nostra portata. È altrettanto bello però godersi lingue di cui non capiamo quasi nulla ma che sono intimamente legate all’ambientazione che le caratterizza. Pur trattando temi universali in cui vi riconoscerete di certo, Novine è balcanica fino al midollo, e i personaggi devono parlare una lingua slava. Godetevi Novine in lingua, assaporate gli accenti (una delle giornaliste è serba e non lo nasconde), non arrossite per le parolacce e bestemmie a ripetizione, fanno parte del gioco.

La qualità sta dove si sa esprimerla.

Attori bravi, fotografia curata e chirurgica, regia sapiente del folletto pluripremiato del cinema croato Dalibor Matanić, quello di Sole alto. La realizzazione della serie è stata all’altezza delle ambizioni della produzione, e dei migliori prodotti internazionali in circolazione.
Novine parla di noi e a noi senza pretese universalistiche o pipponi morali. Lo fa perché chi meglio di un vicino lontano può aiutarci a fare quel passetto indietro per guardarsi un po’ da fuori, che è sempre tanto utile quanto difficile? Ci pare che il vantaggio valga lo sforzo di saggiare la prima puntata.

Be cool, watch The paper. O, meglio. Budite pametni, gledajte Novine.

Standard
mostovi

Buon Natale, di nuovo

20687307_1669472193066019_2154505786384973824_n

Radovan Prijic arrivò nel villaggio del water rosa nel 1689 alla guida di 48 famiglie che verosimilmente espletavano ancora le funzioni corporali senza supporti ceramici. Arrivavano da varie tappe di una peregrinazione un po’ bellica e un po’ di sostentamento. La leggenda dice che come ricompensa per un aiuto contro i turchi gli avessero detto Fa’ un giro col cavallo dall’alba al tramonto e quel che ci sta dentro è per te e per le famiglie al tuo seguito.

Provo una pacata fascinazione per questo antenato dal nome allegro e dal volto ignoto che avrà guardato mille volte come me la Dinara da sotto in su, bruciata d’estate, innevata d’inverno, sempre battuta dal vento che soffia forte dove sono nati i Prijic. Mi chiedo spesso come fosse la vita di quelle 48 famiglie, come trascorressero le loro giornate nei luoghi che ho tanto amato e che amo ancora nonostante tutto, perché ti possono espropriare la casa e rubare la tazza del water, ma non possono toglierti i ricordi.

Quando si avvicina il 7 gennaio penso spesso che quei Prijic certamente aspettavano il loro Natale con molta più trepidazione di quanto non succedesse quando io ero piccola e avevo le idee molto confuse su tutta la questione religiosa. Andavano a messa? Si faceva di mezzanotte come oggi quella cattolica? Cosa mangiavano? Si scambiavano doni? Avevano con sé le icone tipiche del culto ortodosso? Non so nulla di loro, e non ho modo di sapere nulla di loro. Ci penso di rado, ma quando ci penso mi prende il solito nodo alla gola che non so spiegare. Si tratta di gente morta e sepolta da tempo, ma in qualche modo sono legata a quella avventura e alla scelta che fecero di stabilirsi lì, dove nasce la Krka e soffia gagliarda la bora.

I Balcani di fine ‘600 dovevano essere un posto piuttosto impegnativo da girare con vecchi donne e bambini al seguito. Il Ponte sulla Drina è ambientato a diverse centinaia di chilometri da dove sono nata io, ma leggendo quelle pagine magnifiche mi si era attaccato addosso un certo mal dei balcani come se avessi sentito il peso di quei secoli che sembrano millenni, con le dominazioni che si susseguono e le popolazioni che scoprono se è il loro turno nell’essere perseguitati, vessati o premiati.

Non sono religiosa ma sono molto spirituale, ha detto poco tempo fa una donna che ammiro molto e che è stata un sostegno prezioso in questo ultimo periodo così difficile. È un bel modo per prendere le distanze senza rinnegare un collegamento emotivo che è sciocco mettere a tacere. Non mi identifico in nessuna religione, non frequento luoghi di culto se non per godimento artistico e architettonico, ma sono nata in una famiglia di antiche tradizioni cristiane ortodosse, e verso questa eredità storica e umana provo molta tenerezza e un po’ di senso di responsabilità.

Forse Radovan Prijic sarebbe deluso se sapesse che la sua bisbisbisnipote non va a messa e non è nemmeno battezzata. Ma credo sarebbe contento nel sapere che la stessa nipote si emoziona quando pensa a quel giro a cavallo nel 1689 e immagina la sera di Natale di quelle famiglie che festeggiavano quando un’altra parte del mondo cristiano si congeda anche dall’Epifania chiudendo un pezzo importante dell’anno liturgico. Chissà cosa sapevano dello Scisma d’Oriente e della questione del filioque. Chissà se avevano vicini cattolici come avevo io da bambina, senza saperlo.

La guerra civile che ha insanguinato il paese in cui sono nata non è stata una guerra religiosa. Ma la religione è stata un simbolo di divisione “facile” e anche mediaticamente efficace per raccontare il senso di quel che un senso non l’aveva. Io sono italiana e sono nata iugoslava. Sono dalmata, sono croata e sono serba, ma non mi faccio dire cosa sono da qualcun altro, mai. Festeggio il Natale cattolico perché così ho imparato a fare nel paese dove vivo, perché anche i bambini non battezzati possono fare i lavoretti natalizi con il DAS e la pittura a tempera. Festeggio anche il Natale ortodosso, perché sono nata dove Radovan aveva scelto la sua casa e quella dei suoi discendenti, almeno fino a me e a mia sorella.

Amo fare i regali alle persone che amo. Ma quest’anno ho scelto di farne solo a persone che non conosco, dedicando questo pensiero a chi mi è stato accanto con tante carezze, persino a distanza. Ci sono tantissimi rifugiati nel mondo che cercano dove potersi sentire a casa e riavere il loro water rosa. Pochi di loro saranno ordotossi, ma del resto non lo sono nemmeno io. Eppure a tutti loro, alle persone che amo e a voi tutti auguro Buon Natale, di nuovo.

Standard
mostovi

Quando Milošević e Tuđman rubarono la tazza del water rosa

Questo post parlerà di tazze del water. Chi mi frequenta con una certa regolarità sa bene che non parlo di funzioni corporali, quindi è parecchio strano che io scriva di tazze del water. Ma sempre più mi sto rassegnando al fatto che la vita è fatta anche di funzioni corporali e di necessità di cui per anni ho sognato di poter fare a meno, come dormire.

Questa storia è una storia privata, che rendo pubblica per un misto di amore, terrore, odio, paura per quell’odio, narcisismo, esasperazione, rabbia, schifo, malinconia, (iugo)nostalgia, voglia sopita e rimossa di vendetta, gratitudine. E tanto altro ancora. Questa storia è una storia privata e come sempre faticherà a scriversi, perché se sono pudica rispetto alle funzioni del corpo figuriamoci rispetto alle funzioni del cuore.

La prima tazza

Quando mio nonno era andato in pensione, lui e la nonna erano tornati a vivere nel “selo”. Il selo è un piccolo centro agreste che gravita attorno alla città, ma già solo sul concetto di selo dovrei scrivere un post a parte. Diciamo “villaggio”, con molta approssimazione. Poiché avevano vissuto in città nelle “case dei ferrovieri” per tanti anni, non avevano mai costruito il bagno nella casa al villaggio, e ora era ora. Bisognava dunque comprare una tazza del water. “Vado in città a prenderla” disse il nonno. “Biljo, come la prendo?” Cosa poteva rispondere una bambina di sette anni? “Rosa! Dido, prendila rosa!” E giù a ridere. (Ridevo sempre.) Grandissima fu la mia sorpresa quando il nonno tornò dalla città con una tazza del water rosa. Voglio dire, non pensavo che il nonno avrebbe preso davvero una tazza rosa. E invece mio nonno era così: semplicemente straordinario. E così per un paio d’anni le nostre funzioni corporali poterono contare su quella tazza rosa, le volte che andavamo a trovare i nonni nel corso di quella strana e meravigliosa vita a metà tra le due sponde dell’Adriatico selvaggio.

La barbarie, e la seconda tazza

Quando la città, il villaggio dei miei nonni e tutti i villaggi attorno furono saccheggiati, i saccheggiatori si portarono via anche la tazza rosa. Poi forse semplicemente l’avevano rotta e fatta in mille pezzi. Ma invece “Hanno portato via ogni cosa, anche la tazza rosa che aveva scelto Biljana” dicevano le cronache familiari. Perché come si raccontano e si tramandano le storie è importante. Di fatto quella tazza rosa era stata fatta sparire, portandosi via la mia risata e la cura che aveva avuto mio nonno nell’assecondare la mia richiesta birichina, perché in fondo se puoi far felice qualcuno perché non dovresti farlo? I miei nonni erano fuggiti assieme a centinaia di migliaia di persone poco prima di quel saccheggio e la loro epopea meriterebbe che io trovassi la forza di raccontarla e condividerla. Ma questo post parla più modestamente di tazze del water, e bisognerà pur quagliare. I miei nonni resistettero qualche tempo in Italia da noi e da mia zia. Ma poi coraggiosamente o per incoscienza o inevitabilmente tornarono appena poterono. “Hanno portato via tutto, persino la tazza rosa di Biljana” aveva raccontato il nonno al telefono. “E tu cosa hai fatto?” aveva chiesto mio papà. “Sono andato in città a comprare una tazza del water, perché la nonna potesse usare il bagno.” Nessuna guerra, nessun saccheggio, nessuna malattia (come scoprimmo con dolore poi) potevano togliere a mio nonno l’amore sconfinato per i suoi e la voglia di mostrarlo sempre. La stessa cura con cui aveva risposto al mio innocente capriccio di bambina in tempo di pace la metteva nel risparmiare a mia nonna l’umiliazione di non potersi occupare delle funzioni corporali con normalità dopo la guerra.

Epilogo: di tazza in tazza

Oggi è la giornata del rifugiato. Non sono stata rifugiata per caso, e per un’intuizione di mio papà che meriterebbe un lungo e sofferto racconto. Ma questo post parla di tazze del water, e immaginate incamminarvi verso l’ignoto con la morte nel cuore e il pensiero alla prossima tazza del water su cui vi potrete sedere, che chissà tra quanto tempo e tra quanto spazio sarà. Non sono stata rifugiata per un pelo, e ancora combatto con il più assurdo dei sensi di colpa. Sono stati rifugiati quasi tutti i miei familiari e quasi tutti gli amici e conoscenti della città dove sono nata, le mie compagne di giochi, gli alunni di mia mamma, i giocatori di mio papà. Sono stati rifugiati negli anni Novanta del Novecento in Europa, per colpa di chi quella guerra l’ha voluta e di chi non l’ha voluta fermare. Quando sono tornata in città dopo più di sette infiniti anni in casa dei nonni c’era la tazza bianca di quel primo viaggio in città di mio nonno. E c’erano anche delle coperte grigie che pizzicavano un po’. E delle scodelle semplici in alluminio di foggia militaresca. Pochi oggetti uguali per tutti, come in un involontario buffo omaggio alla repubblica socialista seppellita da quella guerra. Un kit di sopravvivenza indispensabile, portato dall’UNHCR e da pochissime altre organizzazioni (mia nonna parlava sempre bene di certe chiese protestanti, mi spiace non saperne di più). Provo ancora un dolore che non riesco a dire per una guerra civile di cui non mi capacito, e di odio verso chi l’ha scatenata. Ma sono grata a chi ha aiutato i miei nonni durante la dolorosa marcia, e a chi li ha sostenuti in un altrettanto doloroso ritorno a una casa che non era più casa.

Il mondo fa talmente schifo che può capitarvi che qualcuno vi porti via tutto, pure la tazza del cesso. Ma se siete fortunati magari avete chi vi ama tanto da avervi regalato una tazza del water del colore che volevate. E magari pure se vi hanno portato via tutto qualcuno durante una dolorosa marcia vi apre la porta di casa consentendovi di pensare alle funzioni corporali. E qualcun altro vi aiuta poi a cercare una vostra nuova tazza del water -di qualunque colore sia- a casa vostra anche se non sarà più casa, o da qualche parte del mondo, perché ciascuno che ama ne merita un pezzetto.

E ora pensate, fate, donate.

***

Il titolo del post si ispira a un libro per ragazzi molto bello, Quando Hitler rubò il coniglio rosa: regalatelo!

Standard
téchne

7 punti per cui Tangible.is good (e il ciabattino ha sempre le scarpe rotte)

Ho dovuto dire addio a un mio fornitore amatissimo. In una occasione normale la circostanza mi avrebbe spezzato il cuore, perché mi pesa lasciare i fornitori bravi. Ma in questo caso l’occasione era speciale: il fornitore ha cambiato pelle. Quindi ho detto addio a un bel bruco per salutare una meravigliosa farfalla.

Fatti e istruzioni:

  • GNV&Partners diventa Tangible dopo un lungo percorso di rebranding
  • Se li conosce(va)te, leggete pure ma poi fatevelo raccontare anche da loro, il percorso
  • Se non li conosce(va)te beati voi: avete la fortuna di conoscerli ora! Sbirciate almeno in velocità il loro sito dopo (o meglio prima) di aver letto qui

Le mie impressioni

1. Un nome internazionale ma di derivazione latina. Concreto e quasi sinestesico

Tangible in quanto parola è una promessa (saremo tangibili, pare dire). E quindi è un progetto in sé, che è quello che fanno i professionisti di Tangible. E ha questo suono a raffica che promette idee, scambi, confronti.

2. Fatto a mano per parlare di esperienze digitali: dai post-it ai bit

Commovente che chi lavora oggi prevalentemente col computer sia cultore della calligrafia e della bellezza della scrittura a mano. Del resto io ho scoperto #scriviamoamano grazie a una regina del web come Alessandra. Il logo di Tangible è bello senza strafare, netto ma con le meravigliose imprecisioni del tratto a mano, preludio degli sketch imperfetti ma utilissimi che userete se avrete la fortuna di lavorare con questo team.

3. Magenta GNV ma immerso in colori che lo riequilibrano con garbo

Rebranding vuol dire non ripartire da zero (Ricomincio da tre, direbbe Troisi: e in comunicazione vale sempre, ché non si butta via niente). Di GNV&Partners è stato mantenuto un colore così caro ai graphic designer come il magenta, perché è un po’ materia prima (in quanto colore base) e un po’ già manufatto (in quanto dotato di personalità e –come dice Nicolò– molto “umano”).

4. Carattere anche con un carattere neutro: la rivincita del bastone

Con un logo così, la scelta del set tipografico è ardua. Approvo la volontà di non “sbocciare” come si dice a Bologna. E ammiro la capacità di selezionare in ogni caso un carattere pulito ma riconoscibile, che a ogni navigazione sul sito sento sempre più come “ah, sì: la font di Tangible”.

5. Da desktop bellissimo, da mobile te ne innamori

Il brand new brand immerso nel suo ambiente naturale funziona a meraviglia. Ho letto tutti i testi manco dovessi fare proofreading (che ho fatto, ma i refusi si lavano in privato). Mi piace l’esattezza delle frasi che hanno usato, non una di più, e certamente non una di meno. Questa stesso pezzo che state leggendo si compone di un sacco di parole inutili che avrei potuto e dovuto tagliare. Scrivo sempre troppo di getto e poco con struttura. Nel sito di Tangible no.

6. Foto facce figure… in delizioso equilibrio

So bene quanto sia difficile raccontarsi come agenzia / società di consulenza. Il B2B è una fregatura da questo punto di vista. Vendere la nutella è facile, vendere la ditta (“ditta” ♥) che trasporta la nutella è difficile. Vendere post-it è facile, vendere gente bravissima che usa post-it per lavorare è difficile. Ma se chiami un fotografo per uno shooting comediocomanda e non ti vergogni di qualche faccia buffa o posa insolita, materiale per dare pepe al sito ne hai. E poi ci sono le animazioni, gli schemini: belli e mai superflui. Resta vera una cosa: per quando bello sia il loro sito, i siti che fanno per gli altri lo sono di più. Ah, i ciabattini.

7. E infine, chicca: una url da bacetti

Ma quanto siete bravi quando fate lo sforzo di non fare la scelta più ovvia, e di non perdere l’occasione per fare anche di un dettaglio un pezzo di identità? L’estensione .is mi permette di fare il titolo di questo post, ma consente anche mille giochi di senso su Tangible is… Un’altra promessa, proprio come il nome.

  • Ho scritto questo post per Medium ma si trova anche qua perché POSSE.
  • Questo post è stato scritto con un vecchio iPad sull’app di Medium e pensato per Medium dove vorrei scrivere non troppo saltuariamente di robe di lavoro & dintorni.
  • Questo post non è una marchetta nel senso che non mi hanno pagato. Del resto sono io che pago loro. Soldi ben spesi.
  • Addio bruco giennevì, sai che ti chiamavano anche giennevù? Benvenuto Tangible, benvenuta consapevolezza.
Standard
mostovi

A San Nicola il Sole è alto

11356714_101038330236090_1024993480_n

Nella lista dei migliori film della mia rivista preferita c’è il film girato nella mia città e scrivo che è ancora San Nicola che è la festa della mia famiglia. E detta così sembrerebbe quasi che ci sia da festeggiare invece sono triste anche se questo annus horribilis volge al termine e forse ci darà un po’ di tregua. Sole alto è un film bello anche se non me lo ricordo tanto bene e le recensioni andrebbero scritte subito dopo aver visto il film. Per dire avrebbe molto più senso scrivere di È solo la fine del mondo che l’ho visto da poco anche se non è bello come Mommy e in qualche snap ho detto pure che alla fine non vuoi tanto bene a nessuno dei personaggi, mentre ero in bici. Ma sono davvero triste ed è San Nicola e i nonni non ci sono più e penso che vorrei piangere fino a Capodanno quando viene Nonno Gelo. Che poi sarebbe San Nicola, e alla fine tutto si tiene. Non capirete mai Sole alto, ma vedetelo lo stesso.

Dalibor Matanić ha girato questo film a Knin ma non gli ho chiesto perché. Uscita dalla Sala estense dove l’avevo visto in anteprima italiana al Festival di Internazionale a Ferrara gli ho stretto la mano, fatto i complimenti e detto che sono di Knin. Che è vero e falso insieme. Perché è come dire Sono di Fantàsia, Sono di Babilonia, Sono di Mordor. Lui ha detto qualcosa come Ah, carino! a riprova del fatto che non è quasi mai una buona idea approfondire con gli artisti. (Questa memoria è un po’ ingenerosa, perché mi lascio influenzare da mio papà che ha spesso dei giudizi sommari che travolgono ogni mio tentativo di pensiero autonomo.)

Non gliel’ho chiesto, ma forse il film è stato girato a Knin perché costava poco. O forse perché c’era natura selvaggia abbastanza e desolazione abbastanza e villaggi semiabbandonati abbastanza per girare questo film che sono tre ma che è sempre lo stesso e infatti gli attori sono sempre loro due anche se hanno nomi diversi e capigliature diverse. Un film sulla guerra, chiaro, perché un film di un croato molto zagabrese girato a Knin che vince premi internazionali con attrice serba di che cosa vuoi che parli, Che cliché signora mia, questi balcanici sempre a parlare delle loro guerre quando la gente muore ad Aleppo. Non capirete mai i Balcani, ma andateci lo stesso.

Ho sempre pensato che se avessi scritto un libro avrebbe parlato della guerra. In un modo o nell’altro. Anche se mi censuro un sacco di volte. Perché penso quasi sempre che a voi giustamente non ve ne frega e v’annoia. Quando sono triste piango. Ma non vi cerco perché penso che vi stufo. L’ho pensato per vent’anni, da che è finita la guerra, ma oggi è Sveti Nikola ed è la festa della mia famiglia e un bellissimo film è stato girato nei dintorni scenograficissimi della mia città e se anche vi stufate vi scrivo quanto è stato doloroso vederlo e quanto la guerra faccia male anche se è finita da ventuno anni e qualche mese. Era iniziata quattro lunghi anni prima, che è quando è ambientato il primo triste episodio. Loro sono giovani e vanno al fiume. Lei è bellissima e lui lo sa. Lei è bellissima e lui non ci crede quasi che una bella così gli dia retta. Lui suona la tromba, ma mentre spirano forte venti di guerra non è il caso di mettersi a suonare uno strumento tanto marziale. Non capirete mai Jelena e Ivan, ma andateli a vedere lo stesso.

Andarsene è stato doloroso. Ne ho ricordi vividi e angosciosi. Faceva caldo come fa sempre caldo nei giorni attorno al mio compleanno, e il Sole era alto mentre passavamo da un posto di blocco all’altro. Andarsene è stato doloroso, ma mai come ritornare. Nel secondo episodio c’è un ritorno. Ed è tutto sgarrupato e tutto triste e faticoso. Ricordo i colpi di proiettile in tutti i muri e tutto che mi sembrava minuscolo perché ero andata via che ero un metro e quaranta sì e no. E nel secondo episodio c’è una scena di sesso intensa e piuttosto esplicita che è sempre un poco strano vedere una scena di sesso al cinema (anche se la Sala estense non è proprio un cinema) seduta accanto ai tuoi genitori. E la scena di sesso esplicita finisce con un To je to che è poco traducibile e che mi chiedo come abbiano devastato come al solito nel doppiaggio che come al solito chi gli piace il doppiaggio e i doppiatori italiani più bravi del mondo verrà defenestrato. Non capirete mai Nataša e Ante anche se fate del sesso esplicito, ma andateli a vedere lo stesso.

Non sono una grande fan dei finali. Un brutto finale non mi rovinerà un film amatissimo. E viceversa un buon finale non risolleverà le sorti di una pellicola già condannata da un giudizio sommario di impronta paterna. Non me lo ricordo bene come finisce Sole alto. Meglio così. Così non faccio spoiler e così Ines non mi sgrida. Del terzo episodio mi piace che i protagonisti siano miei coetanei più o meno e che siano smarriti e incazzati anche se pure loro si mordono la lingua perché tanto non serve a niente. C’è una festa al lago o al fiume che devono essere uno dei miei laghi o dei miei fiumi (i miei fiumi, come Ungaretti). C’è il tentativo di sottrarsi all’impegno perché forse è più facile. Per sopravvivere all’assurdo, al passato che devi archiviare ma mica è una pratica, e comunque ti sei scordato l’ordine alfabetico per farlo. E poi quale alfabeto vale, che sono due e manco nello stesso ordine? Lei è serba e lui è croato, o viceversa. Ma vi siete mica mai innamorati pensando che era vietato, voi? Non capirete mai Marija e Luka, ma andateli a vedere lo stesso.

Standard
téchne

Tutti al cinema! 3 pseudorecensioni senza sottotitoli

Sto vedendo tanti bei film in sala e ne sono felice. Essendo una frantumascatole fissata con la v.o. sottotitolata, vedere un film italiano al cinema è liberatorio perché posso andare in qualunque sala lo facciano senza controllare che non sia orrendamente doppiato come il 99% dei film stranieri. (Sono seria: il primo che dice che i doppiatori italiani sono i migliori della galassia lo defenèstro.)

Per questo, avendo visto tre film italiani di fila che mi hanno entusiasmato, ho pensato fosse un ottimo segnale per un cinema che ha una specie di dovere morale d’esser grande, e ho pure pensato bene di farvene recensioni totalmente destrutturate e inutili se non ne avete lette di ordinate e pregnanti.

I tre film non potrebbero essere più diversi tra loro.

Perfetti sconosciuti e non dite “quello dei cellulari”

Poi lo potete chiamare come vi pare, eh, ma davvero la storia dei telefoni è uno spunto (fertile, utile e attuale, ci mancherebbe) per parlare di rapporti, di amicizia, matrimonio, genitori, convivenze e nuovi amori. Lo smartphone e l’esser costantemente connessi e chini sul suo schermo sono pretesti, non feticci di una denuncia antitecnologica.

E tra le storielle e storiacce di corna vere e finte, di tradimenti e incroci di talamo, spuntano minoritari ─ma secondo me molto azzeccati─ episodi meno pruriginosi ma ugualmente “scomodi”. Quali sono i pensieri e le azioni su cui taciamo? Non è solo il filarino collo sconosciuto di Facebook. Non diciamo dei preservativi dati alla figlia adolescente; dell’ospizio contattato pensando alla suocera invadente; non diciamo che abbiamo messo in vendita la licenza del tassì vergognandoci dell’ennesimo fallimento dopo i beagle, le sigarette elettroniche… (i dettagli: quanto sono importanti i dettagli?).

Se le questioni vere o presunte di letto ci fanno ridere e magari pensare a una cancellazione di ogni cronologia del telefono all’uscita dal cinema, sono stati questi altri argomenti quotidiani a farmi riflettere e alla fine a farmi amare questo piccolo film che non ha per niente il sapore del cinema indipendente intelletualoide ma che si presenta per quel che è: un lavoro ben fatto, ben scritto (la scrittura: quanto è importante la scrittura?) e quasi sempre ben interpretato.

Due appunti da frantumascatole: alla Smutnjak un paio di battute gliele avrei fatte rigirare; basta basta basta con i titoli di testa/coda che giocano su due corpi diversi della stessa font (tipo light + bold).

Fuocoammare che vuol dire quel che dice

Mi credevo chissà che significato dietro al titolo, invece si riferisce letteralmente al fuoco che si specchia nel mare, quindi “fuoco al/sul mare”. Come al solito non capisco una fava, ma mi consolo perché una volta una compagna di studi mi disse Massì, dai: quel film di Fellini col titolo in una lingua straniera… ed era Amarcord. Insomma, c’è sempre chi fa peggio.

Amo i documentari che riescono a essere belli e utili senza voce off, senza didascalie con simulazione di typewriting, senza infografiche. Fuocoammare è quanto di più lontano dallo “spiegone” si possa immaginare, eppure si fa anche testimonianza.

È il racconto poetico di un frammento di realtà che non si spaccia per verità assoluta. Il regista racconta a Radiotre che candiderebbe i lampedusani al Nobel per la Pace, ma li dipinge senza farne agiografia alcuna, indugiando anzi su dettagli di divertente umanità come il risucchio di una pasta lunga col sugo di pesce che a me balcanica impenitente ha suscitato riso e una punta di invidia. (Sono una frana ad arrotolare gli spaghetti, deve essere una dote genetica mancante cui decenni di vita in Italia non possono sopperire.)

Ma Jeeg Robot il cartone ve lo ricordavate?

“Parliamo di robe serie: avete visto Jeeg Robot?” ho chiesto ieri a pranzo, ed ero seria davvero. Il cinema italiano qua ha fatto “clac” e s’è inventato qualcosa che non c’era e il primo che dice Hanno copiato gli americani fa la fine di quello amante dei doppiatori. A me questo pastiche cinematografico ha divertito come una ragazzina. Fa ridere, fa ribrezzo, fa ogni tanto tenerezza e mette pure un po’ di malinconia.

Come non amare un film in cui contro il cattivone magnifico viene scagliata la tazza di un water dello stadio Olimpico? In cui lo stadio Olimpico viene opportunamente classificato più in alto per rilevanza del Parlamento? In cui la strategia della tensione edizione 2016 è la macchietta consapevole di quella di anni passati? In cui Buona Domenica viene confusa continuamente ora con il Grande Fratello ora con Xfactor? E via così.

Esci dal cinema che pensi che Gotham City è sempre stata Torbellamonaca e non ce ne eravamo mai accorti.

Standard