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Quando Milošević e Tuđman rubarono la tazza del water rosa

Questo post parlerà di tazze del water. Chi mi frequenta con una certa regolarità sa bene che non parlo di funzioni corporali, quindi è parecchio strano che io scriva di tazze del water. Ma sempre più mi sto rassegnando al fatto che la vita è fatta anche di funzioni corporali e di necessità di cui per anni ho sognato di poter fare a meno, come dormire.

Questa storia è una storia privata, che rendo pubblica per un misto di amore, terrore, odio, paura per quell’odio, narcisismo, esasperazione, rabbia, schifo, malinconia, (iugo)nostalgia, voglia sopita e rimossa di vendetta, gratitudine. E tanto altro ancora. Questa storia è una storia privata e come sempre faticherà a scriversi, perché se sono pudica rispetto alle funzioni del corpo figuriamoci rispetto alle funzioni del cuore.

La prima tazza

Quando mio nonno era andato in pensione, lui e la nonna erano tornati a vivere nel “selo”. Il selo è un piccolo centro agreste che gravita attorno alla città, ma già solo sul concetto di selo dovrei scrivere un post a parte. Diciamo “villaggio”, con molta approssimazione. Poiché avevano vissuto in città nelle “case dei ferrovieri” per tanti anni, non avevano mai costruito il bagno nella casa al villaggio, e ora era ora. Bisognava dunque comprare una tazza del water. “Vado in città a prenderla” disse il nonno. “Biljo, come la prendo?” Cosa poteva rispondere una bambina di sette anni? “Rosa! Dido, prendila rosa!” E giù a ridere. (Ridevo sempre.) Grandissima fu la mia sorpresa quando il nonno tornò dalla città con una tazza del water rosa. Voglio dire, non pensavo che il nonno avrebbe preso davvero una tazza rosa. E invece mio nonno era così: semplicemente straordinario. E così per un paio d’anni le nostre funzioni corporali poterono contare su quella tazza rosa, le volte che andavamo a trovare i nonni nel corso di quella strana e meravigliosa vita a metà tra le due sponde dell’Adriatico selvaggio.

La barbarie, e la seconda tazza

Quando la città, il villaggio dei miei nonni e tutti i villaggi attorno furono saccheggiati, i saccheggiatori si portarono via anche la tazza rosa. Poi forse semplicemente l’avevano rotta e fatta in mille pezzi. Ma invece “Hanno portato via ogni cosa, anche la tazza rosa che aveva scelto Biljana” dicevano le cronache familiari. Perché come si raccontano e si tramandano le storie è importante. Di fatto quella tazza rosa era stata fatta sparire, portandosi via la mia risata e la cura che aveva avuto mio nonno nell’assecondare la mia richiesta birichina, perché in fondo se puoi far felice qualcuno perché non dovresti farlo? I miei nonni erano fuggiti assieme a centinaia di migliaia di persone poco prima di quel saccheggio e la loro epopea meriterebbe che io trovassi la forza di raccontarla e condividerla. Ma questo post parla più modestamente di tazze del water, e bisognerà pur quagliare. I miei nonni resistettero qualche tempo in Italia da noi e da mia zia. Ma poi coraggiosamente o per incoscienza o inevitabilmente tornarono appena poterono. “Hanno portato via tutto, persino la tazza rosa di Biljana” aveva raccontato il nonno al telefono. “E tu cosa hai fatto?” aveva chiesto mio papà. “Sono andato in città a comprare una tazza del water, perché la nonna potesse usare il bagno.” Nessuna guerra, nessun saccheggio, nessuna malattia (come scoprimmo con dolore poi) potevano togliere a mio nonno l’amore sconfinato per i suoi e la voglia di mostrarlo sempre. La stessa cura con cui aveva risposto al mio innocente capriccio di bambina in tempo di pace la metteva nel risparmiare a mia nonna l’umiliazione di non potersi occupare delle funzioni corporali con normalità dopo la guerra.

Epilogo: di tazza in tazza

Oggi è la giornata del rifugiato. Non sono stata rifugiata per caso, e per un’intuizione di mio papà che meriterebbe un lungo e sofferto racconto. Ma questo post parla di tazze del water, e immaginate incamminarvi verso l’ignoto con la morte nel cuore e il pensiero alla prossima tazza del water su cui vi potrete sedere, che chissà tra quanto tempo e tra quanto spazio sarà. Non sono stata rifugiata per un pelo, e ancora combatto con il più assurdo dei sensi di colpa. Sono stati rifugiati quasi tutti i miei familiari e quasi tutti gli amici e conoscenti della città dove sono nata, le mie compagne di giochi, gli alunni di mia mamma, i giocatori di mio papà. Sono stati rifugiati negli anni Novanta del Novecento in Europa, per colpa di chi quella guerra l’ha voluta e di chi non l’ha voluta fermare. Quando sono tornata in città dopo più di sette infiniti anni in casa dei nonni c’era la tazza bianca di quel primo viaggio in città di mio nonno. E c’erano anche delle coperte grigie che pizzicavano un po’. E delle scodelle semplici in alluminio di foggia militaresca. Pochi oggetti uguali per tutti, come in un involontario buffo omaggio alla repubblica socialista seppellita da quella guerra. Un kit di sopravvivenza indispensabile, portato dall’UNHCR e da pochissime altre organizzazioni (mia nonna parlava sempre bene di certe chiese protestanti, mi spiace non saperne di più). Provo ancora un dolore che non riesco a dire per una guerra civile di cui non mi capacito, e di odio verso chi l’ha scatenata. Ma sono grata a chi ha aiutato i miei nonni durante la dolorosa marcia, e a chi li ha sostenuti in un altrettanto doloroso ritorno a una casa che non era più casa.

Il mondo fa talmente schifo che può capitarvi che qualcuno vi porti via tutto, pure la tazza del cesso. Ma se siete fortunati magari avete chi vi ama tanto da avervi regalato una tazza del water del colore che volevate. E magari pure se vi hanno portato via tutto qualcuno durante una dolorosa marcia vi apre la porta di casa consentendovi di pensare alle funzioni corporali. E qualcun altro vi aiuta poi a cercare una vostra nuova tazza del water -di qualunque colore sia- a casa vostra anche se non sarà più casa, o da qualche parte del mondo, perché ciascuno che ama ne merita un pezzetto.

E ora pensate, fate, donate.

***

Il titolo del post si ispira a un libro per ragazzi molto bello, Quando Hitler rubò il coniglio rosa: regalatelo!

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A San Nicola il Sole è alto

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Nella lista dei migliori film della mia rivista preferita c’è il film girato nella mia città e scrivo che è ancora San Nicola che è la festa della mia famiglia. E detta così sembrerebbe quasi che ci sia da festeggiare invece sono triste anche se questo annus horribilis volge al termine e forse ci darà un po’ di tregua. Sole alto è un film bello anche se non me lo ricordo tanto bene e le recensioni andrebbero scritte subito dopo aver visto il film. Per dire avrebbe molto più senso scrivere di È solo la fine del mondo che l’ho visto da poco anche se non è bello come Mommy e in qualche snap ho detto pure che alla fine non vuoi tanto bene a nessuno dei personaggi, mentre ero in bici. Ma sono davvero triste ed è San Nicola e i nonni non ci sono più e penso che vorrei piangere fino a Capodanno quando viene Nonno Gelo. Che poi sarebbe San Nicola, e alla fine tutto si tiene. Non capirete mai Sole alto, ma vedetelo lo stesso.

Dalibor Matanić ha girato questo film a Knin ma non gli ho chiesto perché. Uscita dalla Sala estense dove l’avevo visto in anteprima italiana al Festival di Internazionale a Ferrara gli ho stretto la mano, fatto i complimenti e detto che sono di Knin. Che è vero e falso insieme. Perché è come dire Sono di Fantàsia, Sono di Babilonia, Sono di Mordor. Lui ha detto qualcosa come Ah, carino! a riprova del fatto che non è quasi mai una buona idea approfondire con gli artisti. (Questa memoria è un po’ ingenerosa, perché mi lascio influenzare da mio papà che ha spesso dei giudizi sommari che travolgono ogni mio tentativo di pensiero autonomo.)

Non gliel’ho chiesto, ma forse il film è stato girato a Knin perché costava poco. O forse perché c’era natura selvaggia abbastanza e desolazione abbastanza e villaggi semiabbandonati abbastanza per girare questo film che sono tre ma che è sempre lo stesso e infatti gli attori sono sempre loro due anche se hanno nomi diversi e capigliature diverse. Un film sulla guerra, chiaro, perché un film di un croato molto zagabrese girato a Knin che vince premi internazionali con attrice serba di che cosa vuoi che parli, Che cliché signora mia, questi balcanici sempre a parlare delle loro guerre quando la gente muore ad Aleppo. Non capirete mai i Balcani, ma andateci lo stesso.

Ho sempre pensato che se avessi scritto un libro avrebbe parlato della guerra. In un modo o nell’altro. Anche se mi censuro un sacco di volte. Perché penso quasi sempre che a voi giustamente non ve ne frega e v’annoia. Quando sono triste piango. Ma non vi cerco perché penso che vi stufo. L’ho pensato per vent’anni, da che è finita la guerra, ma oggi è Sveti Nikola ed è la festa della mia famiglia e un bellissimo film è stato girato nei dintorni scenograficissimi della mia città e se anche vi stufate vi scrivo quanto è stato doloroso vederlo e quanto la guerra faccia male anche se è finita da ventuno anni e qualche mese. Era iniziata quattro lunghi anni prima, che è quando è ambientato il primo triste episodio. Loro sono giovani e vanno al fiume. Lei è bellissima e lui lo sa. Lei è bellissima e lui non ci crede quasi che una bella così gli dia retta. Lui suona la tromba, ma mentre spirano forte venti di guerra non è il caso di mettersi a suonare uno strumento tanto marziale. Non capirete mai Jelena e Ivan, ma andateli a vedere lo stesso.

Andarsene è stato doloroso. Ne ho ricordi vividi e angosciosi. Faceva caldo come fa sempre caldo nei giorni attorno al mio compleanno, e il Sole era alto mentre passavamo da un posto di blocco all’altro. Andarsene è stato doloroso, ma mai come ritornare. Nel secondo episodio c’è un ritorno. Ed è tutto sgarrupato e tutto triste e faticoso. Ricordo i colpi di proiettile in tutti i muri e tutto che mi sembrava minuscolo perché ero andata via che ero un metro e quaranta sì e no. E nel secondo episodio c’è una scena di sesso intensa e piuttosto esplicita che è sempre un poco strano vedere una scena di sesso al cinema (anche se la Sala estense non è proprio un cinema) seduta accanto ai tuoi genitori. E la scena di sesso esplicita finisce con un To je to che è poco traducibile e che mi chiedo come abbiano devastato come al solito nel doppiaggio che come al solito chi gli piace il doppiaggio e i doppiatori italiani più bravi del mondo verrà defenestrato. Non capirete mai Nataša e Ante anche se fate del sesso esplicito, ma andateli a vedere lo stesso.

Non sono una grande fan dei finali. Un brutto finale non mi rovinerà un film amatissimo. E viceversa un buon finale non risolleverà le sorti di una pellicola già condannata da un giudizio sommario di impronta paterna. Non me lo ricordo bene come finisce Sole alto. Meglio così. Così non faccio spoiler e così Ines non mi sgrida. Del terzo episodio mi piace che i protagonisti siano miei coetanei più o meno e che siano smarriti e incazzati anche se pure loro si mordono la lingua perché tanto non serve a niente. C’è una festa al lago o al fiume che devono essere uno dei miei laghi o dei miei fiumi (i miei fiumi, come Ungaretti). C’è il tentativo di sottrarsi all’impegno perché forse è più facile. Per sopravvivere all’assurdo, al passato che devi archiviare ma mica è una pratica, e comunque ti sei scordato l’ordine alfabetico per farlo. E poi quale alfabeto vale, che sono due e manco nello stesso ordine? Lei è serba e lui è croato, o viceversa. Ma vi siete mica mai innamorati pensando che era vietato, voi? Non capirete mai Marija e Luka, ma andateli a vedere lo stesso.

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Eravamo 4 amici al Balkan

 

Ho imparato a camminare al Balkan. Un bar senza pretese ma con un giardino estivo sulla strada principale della città dove tutti e quattro siamo nati, “nello stesso ospedale” (chissà perché precisiamo spesso questo dettaglio, specie quando mi chiedono se uno dei miei due genitori sia italiano, o se mia sorella sia nata in Italia, circostanze entrambe non vere).
Il Balkan aveva delle sedie bianche in plastica finto vimini. I miei genitori e i loro amici le occupavano fino a tardi nelle calde sere d’estate, e c’ero io che non volevo andare a dormire mai, e che stavo buonissima perché sapevo che al primo capriccio avremmo preso la strada di casa e sarebbe così finito il divertimento.
Le sedie del Balkan erano stabili ma leggere. Almeno lo erano abbastanza da poterle afferrare per il telaio e trascinarne una in giro per la veranda a meno di un anno di età, rendendo meno traumatico il passaggio verso una posizione eretta stabile. Ho portato in giro per settimane una di quelle sedie, alternandola con la mano del più premuroso dei padri. Nelle estati successive ho continuato a godermi quelle piacevoli serate di chiacchiere e risa, finché è stato possibile.
Balkan nella mia memoria è ancora oggi prima di tutto un posto dell’anima. Solo in secondo ordine è la penisola che fa da polveriera all’Europa da secoli, e ogni tanto fatalmente esplode.
Mi stupisce e sconvolge che tanti amici amino i miei luoghi natale, le mie infinite ex patrie. Quasi tutti li ho conosciuti attraverso quel luogo di isolamento e solitudine e freddezza dei rapporti sociali che certuni chiamano “il mondo del web” come fosse un altro, che chissà con quale orbita gira attorno al Sole.
Con tutti loro –se esistesse ancora– mi siederei ai tavolini della veranda estiva del Balkan a condividere una Karlovačko e a scambiarci pareri fino a notte fonda.
Non essendo ciò possibile perché han fatto saltare in aria la polveriera negli anni Novanta del Novecento meno di un decennio dopo quei miei primi passi col supporto di una sedia, li saluto da queste pagine, e li ringrazio.

Aldo

Aldo è un uomo di confine. Iugoentusiasta con cognizione di causa, perché è sempre stato lì, a un tiro di schioppo (scusate…), prima durante e dopo la guerra. Per Aldo cenare in Slovenia non è più complicato che in tanti altri posti della sua regione, la più a est d’Italia, già in odor di Balcani.

Maresciallo Tito

Saša deve essere nato dalla parte sbagliata dell’Adriatico, non c’è altra spiegazione. Conosce ogni dettaglio della geografia, della storia, della musica e della gastronomia iugoconnessa. E sarà contento che lo chiami Saša, piccolo Aleksandar, ci scommetto.

Liza

La quota rosa di questa mia classifica predilige delle mie terre uno dei suoi prodotti migliori: lo sport, e nello specifico il basket. E come darle torto? Per capire qualcosa dello sport iugoslavo e molto delle guerre iugoslave consiglio sempre di guardare questo splendido documentario americano (segnalatomi da Vittorio, che ancora ringrazio per questo regalo).

Beppe

Un giurista torinese follemente innamorato di quel che c’è a est di Trst. Per me è un mistero. Ma un mistero piacevole che non voglio sondare. Gli piacciono i miei luoghi, la mia lingua. Così. Che bello è?

Frane

Francesco ha un incomprensibile profilo col lucchetto. Potete però leggere il suo libro. Per chi studia comunicazione è più utile questo testo di certi manuali general generici che sproloquiano di débrayage facendo esempi pescati sulla luna. Belgrado e Mostar sono testi (in senso semiotico) all’aria aperta, benissimo raccontati da una bella penna e da una bella persona.

Rodolfo

Quando sento che i giornalisti “di oggi” non hanno più voglia di consumare la suola delle scarpe sento ribollire il sangue nelle vene. Che cretinata. Rodolfo Toè consuma le sue suole sulle strade di Sarajevo, dove già fa un freddo cane.

Davide

Non solo studia i Balcani, ma ama parlarne e scriverne. Retuittatore entusiasta (vi ho avvisati), ma solo di quel che vale la pena leggere.

Ovviamente queste sviolinate valgano come FollowFriday. Perché la scorsa settimana Simone mi ha fatto questo imbarazzante scherzetto.

Nessuno può meritare una descrizione tanto impegnativa, ma questi GenteDaSeguireSuggeritaOgniVenerdì in forma più lunga e ragionata dei 140 caratteri canonici di PratoSfera mi son piaciuti molto. E allora ho ripescato questo post in bozza da molto e ve lo vendo come #FF. Furbissima, eh?

Ma io –poi– ho davvero l’accento bolognese?

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Poplave pop (alluvioni e altre disgrazie)

Foto di @tompeter da altri disastri europei

L’Europa affonda e l’Europa non lo sa. In Europa le acque di fiumi esondati travolgono uomini e terre e l’Europa guarda le devastazioni da lontano, un po’ come quando in Europa si sparavano tra di loro e l’Europa diceva che avevano l’odio nel sangue e che erano guerre di religione.

Le alluvioni in Bosnia, Croazia e Serbia (in salvifico ordine alfabetico) sommergono case e cose ma almeno fanno emergere ancora una volta le contraddizioni di un continente ambientalmente fragile, geograficamente unico, culturalmente ricco e politicamente diviso.

A poco è valso alla Croazia essere oggi il 28esimo Stato dell’Unione Europea (non dell’Europa, ma dell’Unione Europea: la differenza è chiara, vero?), visto che a quanto pare chiederà gli aiuti per l’alluvione del secolo assieme a Serbia e Bosnia, che nell’UE ci entreranno –forse– solo tra molti anni. Quello che non ha potuto la passione antimilitarista e antinazionalista di tantissimi cittadini dei tre paesi hanno potuto le devastazioni dei giorni scorsi. È rinata una sorta di Iugoslavia della solidarietà palustre, in cui tutti aiutano tutti, in cui la piccola Macedonia manda cibo e altro di prima necessità ai grandi vicini per ricordare la mobilitazione nazionale per il terremoto di Skopje nel 1963. Una vita fa.

Questa solidarietà vive sul web solo dopo esser circolata sulle strade dissestate e nei campi allagati, tra una iugonostalgia finalmente non fine a se stessa ma utile e pragmatica, il solito humor balcanico agrodolce tendente al nero, e l’ambientalismo consapevole di chi vive in simbiosi con la natura da sempre. Perché i Balcani sono così: terre fragili e selvagge con una natura prorompente, piccoli villaggi e cittadine più che grandi metropoli, ove anche chi è nato e cresciuto in città ha sempre un “selo” (borghetto di campagna) ove tornare.

Riporto qui un compendio minimo tradotto e commentato di quel che succede a pochi chilometri dai nostri confini, per ascoltare quelle voci che sempre ci parlano, ma che nel 1991, poi nel ’92, fino al ’95 e poi ancora nel ’99 abbiamo ascoltato distrattamente, convinti forse che l’Europa non fosse abbastanza Europa per essere considerata dall’Europa.

Il territorio

Che sia dallo spazio o dal livello del mare, lo scenario è desolante.

Gunja (vicino Vukovar, in Croazia): senza parole.

La Sava (marrone) che entra nel bel Danubio blu: impressionante.

“Solidarietà, coraggio, tristezza e abbracci.” Niente da aggiungere.

“Golubac è l’unica città in Serbia che abbia un sistema permanente di difesa dalle alluvioni. L’unico!”
In un paese con tanti fiumi non è una scelta saggia. Certo che anche in Italia…

 

I numeri magici

1003 è il numero magico per gli SMS: tantissimi lo hanno scritto OVUNQUE: “Già che stai fermo al semaforo, manda un SMS al 1003”.

“Affinché la mucca del vicino sopravviva manda un SMS al 1003!”

E la storia finisce anche bene: “Sapete quella mucca che si è salvata salendo sulle scale, che tutti avete condiviso? Le hanno portato da mangiare!”

 

Fratellanza e unità

“Ok, la vecchia Iugoslavia s’è sfasciata, ma servirebbe che per queste catastrofi si formasse un piano di intervento per l’intera regione. Siamo troppo piccoli per combattere da soli queste calamità.”

“Chi nemmeno dopo tutto questo ha capito che tra gli uomini esiste solo la divisione tra uomini e merde, nemmeno un asteroide in testa l’aiuterebbe.”

“Ehi, Vučić, sei il migliore. Ora via, lasciaci in pace a fare il lavoro per il quale ti paghiamo.”

“Ci sarà il tempo per la rabbia e per lo scaricabarile. Prima sopravvivere.”

 

Gli angeli del fango

“La squadra dei volontari da Paracin nelle zone più colpite della città.”

 

Sportivi e altri famosi

“Dall’alluvione è riemersa la Iugoslavia” e “Lunga vita ai popoli della vecchia Iugoslavia.”

Tanta bellezza al lavoro.

Solidarietà alle terre del basket.

E il campo da basket si fa campeggio.

“Ringraziate ancora un po’ e chiamate re gente che della Serbia se ne frega” (e ricicla foto di campagne precedenti).

Invece i veri VIP (il mio gruppo croato contemporaneo preferito) aiuta davvero: “Ogni prodotto (degli aiuti) marcate con la lettera H per evitare che finiscano in vendita!”

 

Non ci resta che ridere

“Anche il Compagno Maresciallo vuole aggiungere qualcosa: Ora dopo queste alluvioni vi è chiaro che è più utile avere il piano Difesa e protezione che il Catechismo a scuola?”

 

Per aiutare dall’Italia

Le indicazioni migliori sono ancora una volta da Osservatorio Balcani. Quindi, ancora una volta: hvala.

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Lavoro vecchio fa buon brodo*

Ho un nuovo lavoro. Evviva. Ma ho anche un vecchio lavoro. Evviva, evviva. Così dico Ho un nuovo incarico, che fa un po’ ridere ma almeno evito che la gente chieda Ma allora hai lasciato Kitchen?! Perché ho sempre raccontato la mia agenzia come un luogo bellissimo per lavorare. E lo è ancora. E sono contenta di essere ancora qui. Ma anche il mio nuovo lavoro/incarico è una stupenda scommessa, che mi sta facendo imparare una valanga di nozioni nuove. Mi sento una spugna. Di come andrà questo esperimento avrò modo di riflettere. E per quanto mi fidi poco delle prime impressioni, ne ho già collezionate un monte. Di questo primo periodo schizofrenico in cui passo mezza giornata da una parte e l’altra mezza dall’altra parte ho collezionato alcune impressioni che non voglio dimenticare. Eccole, non esaustive e in ordine sparso.

Conclave

κ Ho da sempre le chiavi del mio vecchio ufficio. Entro, esco. Al sabato, nei rari pomeriggi di compere, ci mollo le sporte se poi voglio restare in giro in centro. Se voglio finire un lavoro di domenica pomeriggio non devo chiedere. L’ufficio è la mia, la nostra casa. Amata e odiata come tutti i posti dove passi un sacco di tempo.

ρ Nel nuovo ufficio suono come un ospite qualsiasi. Al citofono qualche volta chiedono di identificarmi, altre volte danno il tiro e basta. È strano. (Ma è anche bello. Detesto usare le chiavi, sono una scampanellatrice indefessa.)

Signorina Sotuttoio

κ Io e i miei colleghi storici abbiamo profili diversi (ci sono i creativi, gli amministrativi, i webqualsiasicosa), ma condividiamo un vastissimo background comune. Un lessico condiviso sterminato. Prepara gli esecutivi, controlla la ciano, facciamo una ricerca di anteriorità, stampa i layout. Io parlo, loro capiscono e rispondono; e viceversa. È bello, è utile, è efficiente.

ρ Con i miei nuovi compagni di viaggio non condivido nemmeno la nazionalità, in taluni casi. Che poi pure io a nazionalità sono un casino, e quello è il problema minore. Ho dovuto spiegare che no, non ho competenze artistiche e grafiche di alcun tipo. Pian piano imparano a inquadrarmi, e mi fanno domande cui rispondo con piacere. Ne faccio tante anche a loro, che sono bravissimi e superorganizzati, è un piacere farmi contaminare su temi di economia e politica internazionale.

Camera cafè

ρ Nel nuovo ufficio c’è la macchinetta automatica del caffè, quella ad armadio. Quella brodaglia mi buca lo stomaco, ma ho comunque preso la chiavetta, di base perché la segretaria superpiù mi terrorizza e mi pareva brutto dire di no. Non ci vado mai, alla macchinetta armadio. Ma sento i colleghi che ci chiacchierano davanti, come Luca Nervi e Paolo Bitta.

κ Nel vecchio ufficio abbiamo la moka. Anzi, due. La domanda, da sempre, è la stessa. Faccio la grande o basta la piccola? Quel rituale dell’apertura, dello svuotamento, sciacquo, e riempimento con nuova miscela è un segno di pausa, cura e pazienza. Ti faccio un caffè? quando un collega è un po’ abbattutto è una grande dichiarazione d’amore. Di moka.

Mezzogiorno di fuoco

ρ Nel nuovo ufficio siamo tanti. Troppi e con orari troppo diversi per poter pensare di pranzare tutti assieme contemporaneamente. Chi esce, chi va a casa, chi si porta la schiscetta (che termine meraviglioso, schiscetta). Sembra tutto caotico, in realtà è fluido e rodato.

κ In Kitchen abbiamo da sempre onorato il nome della nostra agenzia, cucinando nella cucina della Cucina piatti semplici e salutari, sempre deliziosi. Risotti con zucca o radicchio, paste dai mille condimenti colorati, zuppe di legumi e cereali, insalate con le verdure della cassetta bio che arriva ogni martedì mattina. In tanti anni non sono mai rimasti i piatti nell’acquaio, dopo. C’è sempre chi riconosce lo sforzo di chi ha cucinato per tutti e lava pentole e quel che c’è. Mi pare una gran cosa.

Il signor Porter e io

κ La mia storica agenzia offre servizi di comunicazione, e io seguo alcuni dei progetti che nascono dall’inizio alla fine. La comunicazione è il prodotto e sono in prima linea con soci, collaboratori, clienti e fornitori.

ρ Roncucci&Partners è una business consultancy che aiuta le imprese italiane a internazionalizzarsi per crescere e restare competitive su un mercato che è globale e sempre più complesso. Io sostengo la mia nuova impresa impostando la comunicazione istituzionale e aiutando i miei nuovi colleghi a curare una comunicazione di progetto più efficace. Sono una funzione trasversale, di supporto. La circostanza mi piace e mi fa riflettere.

Sarà impegnativo, ma sono contenta.

* Questo titolo è brutto come ogni azione di copywriting scaturita dalla mia testa poco brillante. Non vuole essere irrispettoso, anzi. Il brodo è la pietanza nazionale di dove sono nata, ed è buonissimo. L’ho scritto mentre il post era in bozza pensando di cambiarlo, ma poi non l’ho fatto. Mi affeziono ai titoli, pure se sbagliati, come mi affeziono ai posti di lavoro meravigliosi, pure se poi li tradisco a metà per imparare qualcosa di nuovo.

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Il primo dicembre io esco a vado a votare CONTRO.

CONTRO i froci.

Perché i froci non esistono in natura, come la plastica, gli occhiali e gli aerei.
È una cosa contro dio e contro natura. Se dio avesse voluto che volassimo avremmo tutti avuto un biglietto aereo o ci avrebbe regalato un aereo alla nascita. Per questo io non prendo più l’aereo e non sono frocio né niente.

Ed è una malattia, lo sapete? I froci sono malati. Sì sì sì. E la malattia si cura così li possiamo picchiare. Pure i malati di tubercolosi gli dai due ceffoni e non hanno più la malattia, perché è colpa loro se hanno avuto la tubercolosi. Eh sì.

E sapete cosa? Io voterò CONTRO anche perché quella signora tanto elegante ha detto con una bella voce tranquilla (con le manine congiunte) che dobbiamo votare CONTRO i froci, sapete, eh? Perché lei crede in dio, lei è una vera credente. E in nome di dio MAI sono state compiute violenze. E se lei crede in dio allora è così e basta, è di sicuro nel giusto.

Persino Gesù ha detto Ama il prossimo tuo. Tranne se è frocio! Altrimenti ti piacerà e pure tu diventerai frocio.

E ricordate. È una malattia!

(Domani andrà a votare PRO la Croazia peggiore, l’esatto opposto di quella che avevo incontrato a Bruxelles. Per questo domani voterei CONTRO. Il testo non è mio, ma la mia traduzione di questo spassoso intervento in croato di Ivan Šarić.)

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Primo dicembre contro

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Tra Natale e Santo Stefano (ci sono 15 giorni)

A Bologna ci sono già le luminarie di Natale. Anche nella vostra città, non dite di no. Se nella vostra città non ci sono ancora le luminarie, non vivete in Italia. O siete molto distratti e non vedete le luminarie che ci sono già.

Ljubljana, ex iugoslavia molto ex, un anno fa

Dopo tutti questi anni, vivo ancora il Natale come qualcosa che mi riguarda poco. L’imprinting familiare è più forte di tutta la pubblicità dell’orrida televisione italiana, dei film natalizi che tornano più puntuali del solstizio, della messa di mezzanotte che mi toccava quando frequentavo gli scout. Il Natale non è roba mia.

Babbo Natale in realtà è Nonno Gelo e porta i regali a tutti i bambini (i bambini sono buoni per definizione) la notte del 31 dicembre, a Capodanno. La festa di tutti. Perché il Natale discrimina, il Capodanno no. Eh. Scusate se mi ripeto, ma la SFRJ stava avanti. Talmente avanti, che hanno ricacciato tutto ciò che la componeva indietro di qualche decennio.

Da piccola, con la scusa che avevo due Natali finivo per non festeggiarne davvero nessuno. Tanto c’era Capodanno. Da grande, ripeto esattamente lo stesso schema. Solo, con un po’ di consapevolezza in più.

Tutte le volte che posso provo a stare con la mia famiglia il 7 gennaio, data del Natale ortodosso. Il Gesù è lo stesso, la stalla anche, ci sono il bue e l’asinello e pure i Magi. È lo stesso evento. La colpa dello sfasamento non è attribuibile al Bambino, insomma, ma unicamente a Gregorio Ottavo che cancellò un paio di settimane sul finire del Cinquecento per far tornare certi calcoli astronomici e i popi ortodossi non la presero benissimo e continuarono a usare il calendario giuliano.

Quindi il Natale ortodosso è sfalsato di due settimane. E così Santo Stefano e l’Epifania. A Halloween qualche spiritoso su Twitter si chiedeva se i bambini serbi potessero uscire a fare Dolcetto o scherzetto? o se dovessero aspettare due settimane. (Adoro l’umorismo balcanico, ha sempre una toccante nota triste/disfattista/malinconica/misantropa/autodistruttiva.)

Ma io questo Natale ortodosso lo amo proprio perché riesco spesso a stare con la mia famiglia stretta (grazie ai miei colleghi per questo giorno extra che mi hanno concesso spesso e volentieri). Non ha un significato religioso. Immagino che questo valga anche per molti italiani rispetto al 25 dicembre. Però per molti di questi molti c’è almeno un retaggio di lettere al Bambin Gesù o a Santa Lucia qualche settimana prima (il 13 dicembre, mi pare: che confusione). A me manca anche questo minimo aggancio.

Una volta alle elementari ci fecero scrivere la lettera dei regali. A parte che per una bambina socialista chiedere dei regali per sé scegliendoli era una bizzarria anche un po’ blasfema, io non sapevo proprio che pesci pigliare. Ma a Gesù o a Dio? chiesi a un’amica. Tanto sono la stessa Persona! fece lei che già andava a catechismo. Massimamente confusa, scrissi questa letterina che principiava con Caro Dio, e proseguiva suppongo in modo altrettanto sconclusionato.

L’ho capito dopo che non è che in Iugoslavia non avevamo il Natale. Anzi, ne avevamo due! Solo che erano privati e non pubblici. Se uno voleva, li festeggiava. Se no, no. E noi di solito no, o almeno non in modo vistoso. Invece le feste di tutti, quelle erano in grande stile. Il Giorno della Repubblica, 29 novembre. Capodanno, con l’albero di Capodanno (un abete con le palle rosse, sì). Il Primo Maggio, LA festa (il lavoro, le fabbriche autogestite, blablabla).

Non voglio essere fraintesa. Non sono nata nel paradiso in terra. Se qualcuno è stato discriminato per la sua religione nella SFRJ (io non conosco nessuno, ma faccio poco testo), me ne dolgo sinceramente. Però l’intento generale era buono e mi piace ancora oggi, nonostante tutto il male che è venuto dopo. A cercare le somiglianze più che le differenze ci si guadagna.

Ci sono sempre più cose in comune di quelle su cui si è in disaccordo. Basta cercarle, valorizzarle. Persino in una società disgregata e a tratti respingente come quella in cui viviamo, c’è così tanto da condividere che non ne abbiamo idea. C’è un ambiente da salvaguardare con maggiore tenacia, e quello è di tutti, no? C’è un paese bellissimo che chiede a gran voce di essere visitato e amato fin dai più piccoli borghi e dagli angoli romiti. C’è tanta vitalità che resta nelle case, nel privato, e che invece è ora di dispiegare nei luoghi pubblici, nelle strade, all’aperto e alla luce del sole. Capodanno arriva presto, ed è per tutti. Mi ricorderò di rifarvi (e rifarci) questo augurio.

Luminaria solo apparente (lampadario di caschetti)

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