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Sulla Drina, un ponte

Ho chiamato questo blog Most prima di leggere Il ponte sulla Drina, si vede che era destino. Perché non ho letto prima Il ponte sulla Drina? Non lo so. Eppure tanti me lo avevano nominato, non necessariamente avendolo letto. Oppure lo so. Non ho letto Il ponte sulla Drina perché era doloroso, come tutto il resto.

Il ponte sulla Drina è uno dei libri più straordinari mai letti in vita mia. I libri letti in vita mia sono sempre meno di quelli che avrei voluto, ma non sono nemmeno così pochi.

Quando un libro fai fatica a definirlo, a incasellarlo, a mettergli un’etichetta e financo a paragonarlo a qualche altro, o è un capolavoro o è una schifezza. Che siamo nel primo caso non lo dico io, lo disse l’Accademia di Svezia che a Ivo Andrić ha assegnato il Nobel per la letteratura principalmente per quest’opera grande.

(Non) è un romanzo, (non) è una cronaca, (non) è un testo storico, (non) è un’epopea. È tutto questo, e di più. E lo so che sembra una scappatoia definirlo così, ma davvero è una scatola lucente di racconto, analisi, previsione, riflessione antropologica. E –aspetto notevole per un libro uscito nel 1945– sembra scritto l’altro ieri. Da uno davvero bravo, l’altro ieri.

Che lingua, gente, che uso sapiente. Nella mirabile traduzione di Dunja Badnjević (dunja vuol dire mela cotogna, non è bellissimo?), Il ponte sulla Drina si legge con una immediatezza che mette in pace col mondo. Al terzo capitolo mi ero già pentita di non aver avuto fiducia nelle mie capacità e nella prosa di Ivo e di non averlo approcciato in serbocroato. Ma ormai non potevo più staccarmene, e aspettare di reperirne una versione in lingua originale era impensabile.

Ma pure il titolo, che finezza. Andrić ha scritto nel 1925 Il ponte sulla Žepa. Che noioso! direte voi. Niente affatto. Il titolo originale di questo è Most (!) na Žepi. Invece Il ponte sulla Drina è in realtà Na Drini, ćuprija. Quell’inversione è da brividi, e ćuprija è parola di origine turca, perché quel ponte, quel “most” fu voluto da un visir quando Višegrad –la cittadina dove succede tutto quel che è raccontato– era parte insignificante dell’Impero Ottomano, al suo massimo splendore e all’apice della sua durezza e crudentà.

Ci ho messo tanto, a leggerlo. Me lo sono gustato. L’ho sorseggiato. Come una scemetta, ne scrivevo alcune citazioni che mi sembravano universali su Twitter. Credo che Lisa ne abbia retuittati il 95%, a occhio. Ma non fidatevi della mia scelta di frammenti. Leggete questo libro, perlamiseria! È imperdibile per ogni europeo. È il casino, è il vero melting pot, siamo noi.

Non ci sono moltissimi iugonomi e iugoparole in genere in questo post. Ma se avete dubbi sulla pronuncia c’è sempre il post ad hoc, qui

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