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Cosa non ho ancora imparato dalla guerra sulla pandemia

Tira vento, forte, e sono inquieta. Non per il vento, non lo so ben spiegare. È per qualcosa che arriva da lontano.

Di Italia ‘90 non ho alcun ricordo. Eppure non ero poi così piccola. Il mio amico e coetaneo Gianluca, la persona che conosco direttamente con la maggiore cultura sportiva dopo mio padre, credo ricordi quei mondiali minuto per minuto. Avevamo 8 anni ma le nostre estati erano diverse. Io ero nel mio altrove, nel mio mondo parallelo. Era l’ultima lunga estate che trascorrevo in Iugoslavia ma non lo sapevo. Quella vita a metà, che seguiva il ritmo del campionato di pallamano e della scuola, incideva sulla mia percezione e costruzione personale della realtà. Così i mondiali in Italia non esistevano perché io giocavo fuori nel quartiere tutto il giorno, e altro non mi interessava. Immagino che mio papà qualche partita di Italia ’90 l’avrà vista, ma non me lo ricordo. Chissà perché invece ho vivissimi ricordi dei match di Monica Seleš e Martina Navratilova. Chissà.
Barcellona ‘92 sono Olimpiadi che ricordo bene, perché la nostra vita a metà era finita, eravamo intrappolati in Italia, o meglio in tutto il resto del mondo che non fosse la Iugoslavia con le frontiere chiuse e le ferite aperte, al galoppo verso l’orrendo prefisso di “ex”. Tutto nella mia vita lo conto tra prima e dopo il 1991, anno in cui è iniziata la guerra, e tra prima e dopo il 1995, anno in cui la guerra non è finita. Anche i ricordi legati allo sport.

*

Ora è buio e freddo fuori, e sono inquieta. Non per il freddo, quello non lo sento mai davvero, non me lo so ben spiegare. È per qualcosa che arriva da lontano.

La mia doppia vita raddoppiava le bizzarre interpretazioni della realtà tipiche dei bambini, e non solo (i primi tempi in Italia mia mamma dava per scontato che Roma dovesse essere in Romagna). Mi chiedevo perché ci fossero Superman e i Puffi in Iugoslavia ma non Fantozzi, che amavo e non capivo come tanti bambini, e non solo.
E poi erano gli anni ‘80, c’era la musica più assurda di sempre. In quelle estati sempre fuori, nella mia piccola città o al mare quando ci spostavamo “in rivijera”, non avevo bene idea di quanto vecchie o nuove fossero le canzoni onnpresenti. Era per me un blob musicale che nessuno mi aiutava a decodificare, parlando i miei poco con me dell’ottima musica che avevano ascoltato negli anni ‘70. Del resto, come potevano pensare che non ci sarebbe stato il tempo per una educazione musicale come si deve? Per quel che ne sapevo io all’epoca, Marina Marina Marina (ti voglio al più presto sposar, 1959) poteva essere coeva de La Lambada, che nel 1989 era appena uscita e che Nina sapeva ballare e ce lo insegnava. (Ammiravo con una punta di invidia la mia amica Nina che avendo un anno meno di me sapeva sempre fare tutto. Le volevo molto bene.) Quel poco che so del rock iugoslavo l’ho scoperto molti anni dopo, facevo già l’università. Scrissi una tesina di semiotica dei linguaggi musicali sui Bijelo Dugme sull’onda dell’entusiasmo di quella tardiva scoperta. Non mi era mai venuto in mente negli anni liceali di chiedere ai miei Ma c’è della musica iugoslava bella? perché tutto quello che aveva a che fare con la sponda opposta dell’Adriatico (vivevamo sulla Riviera delle Palme allora e qualche volta mi mi pareva quasi di vederla, la sponda “originale”) provocava in tutti noi un dolore quasi fisico, e leggermente diverso per ciascuno, come se il dolore avesse un colore. Se tu soffri magenta non puoi davvero capire chi soffre corallo, anche se somigliano. I Bijelo Dugme hanno scritto pezzi giganteschi e fatto dell’ottima musica, prima che il paese che li aveva incubati si dissolvesse, e molto prima che il loro giovanissimo bassista e fondatore diventasse Goran Bregović. Ma nel 1990 non conoscevo i Bijelo Dugme. Avevo 8 anni e ascoltavo Tajči cantare Hajde da ludujemo ove noći, Stanotte andiamo a far follie, un’esplosione rosa shocking e massimo disimpegno.
E poi c’era Massimo. Che non era nulla di che e non avrebbe somigliato a nulla che io avrei poi ascoltato nei decenni a venire, ma che per strani giri del destino è una pezzo importante delle mie dolorose memorie. Scommetto che i giornali di gossip dell’epoca faticavano a ricordarsi di scrivere Massimo con due s (per @gluca: Sì nella SFRJ avevamo anche i giornali di gossip…). Ricordo che mia mamma sosteneva avesse la mamma italiana, questo Massimo. Ricordo di aver ascoltato quella cassetta a Knin, a casa, assieme alle mie adorate fiabe sonore che ancora so a memoria, specie Palčica, Pollicina, che era così lunga da occupare sia il lato A sia il lato B. Potrei sbagliarmi ma credo fosse stata mia zia Goga a comprare quella cassetta, quella Muzika za tebe, musica per te.

*

È ancora buio fuori, dentro è caldo e tranquillo, ma sono comunque inquieta. Non ho paura del buio, ma di qualcosa che arriva da lontano sì.

Non mi spiego bene perché quelle cassette arrivarono con noi in Italia nel nostro ultimo rocambolesco viaggio. Siamo partiti in gran fretta (siamo fuggiti, sarebbe più corretto dire). Ricordo il mio costume intero rosso, usato come canotta. Dei pantaloncini arancioni sopra. Ricordo i ricci di Ines. Ricordo che ci hanno fermato, le tute militari, le mitragliatrici. Devo aver percepito lo stress dei miei genitori, rivivo dei flash come al cinema. Vedo il profilo di mia mamma e oltre, quella soldataglia. Infine quella domanda assurda Perché non indossate le cinture? Col senno di poi avrei dovuto gridare Santiddio sono appena iniziati gli anni ‘90, nessuno porta ancora le cinture! Ci fecero la multa e ripartimmo. Con un borsone di canotte e costumi da bagno. E una scatola di musicassette che chissà se avevo infilato di nascosto nella vecchia Talbot o se avevo frignato per portarla con me e mi avevano assecondato perché c’erano questioni più importanti a cui badare, tipo salvare la pelle. Alla fine l’ho tirata fuori diversi mesi, forse persino anni dopo, la cassetta di Massimo, dovevo essermela scordata lì per lì. Eravamo tornati in Italia (fuggiti) in piena estate, il giorno dopo avevano chiuso le frontiere, come a dire Okay, lasciateci impazzire con comodo e massacrarci a vicenda per qualche anno eh, do not disturb. Siamo andati al mare sulla sponda sbagliata dell’Adriatico quell’anno, come del resto avremmo fatto per molti anni a seguire. Impegnata a nascondere il mio smarrimento sotto la sabbia del litorale abruzzese, mi ero scordata di Massimo e fui sorpresa mesi dopo di riascoltare la mia prima lingua parlare d’amore e altre sciocchezze. In casa si parlava ormai quasi sempre solo in italiano, ufficialmente per aiutare mia mamma alle prese con la sua seconda laurea, in realtà perché anche parlare faceva male. Ascoltavo quella cassetta anche col walkman durante le gite. Qualche compagno mi chiedeva Che ascolti? Io lo dicevo, posavo le cuffie qualche secondo sulle loro orecchie Che buffo -dicevano- sembra inglese. A volte mi chiedevano di più, mi domandavano come fossero i posti dove avevo vissuto o perché ci fosse la guerra e io avrei voluto dire di più ma non riuscivo. Faceva male e non mi sentivo in diritto di soffrire perché eravamo andati via (fuggiti) e andavamo ancora al mare e io andavo a scuola e alle gite. E non capivo chi combatteva chi e per cosa. Non chiedevo per paura di fare domande stupide ma più di tutto temevo le risposte. I miei genitori erano annichiliti, sgomenti, increduli. Eppure sono riusciti a farci proseguire una infanzia bella e piena d’amore. La parvenza di vita normale rendeva ancora più doloroso il pensiero che si affacciava repentino e crudele: il tuo paese si sta autodistruggendo e tu stai crescendo in un altrove dove sei prigioniera anche se non sembra. Erano pensieri molto spaventosi per una bambina, lo sarebbero per chiunque. Qualche mese fa mia mamma mi ha chiesto -intendendola come un’iperbole- Allora tutto il popolo sarebbe dovuto andare in terapia dopo, venti milioni di persone! ma io le ho risposto, seria, Sì, proprio così. Era straniante con questo stato d’animo pesante ascoltare il pop sdolcinato di Massimo che sembrava arrivare da un altro secolo, non da appena pochi mesi prima. Un po’ come ora ci appaiono lontane le settimane in cui potevamo ancora uscire.

Massimo scriveva e cantava

La tua piccola cameretta
come una scatola azzurra
fuori una notte fredda 
senza luna

Non so se è senza luna la notte fuori, ma ora piove, e sono inquieta. I grandi sconvolgimenti tirano fuori qualcosa che viene da lontano.

È andato tutto male, dopo la guerra. Il dopoguerra è stato peggio della guerra stessa. Che è stata orribile e nefasta, ma perlomeno ha avuto una durata circoscrivibile, anche emotivamente. I grotteschi accordi di Dayton hanno chiuso la fase bellica e aperto un dopo che non si è mai chiuso, e quel veleno si è diluito come nei prodotti omeopatici, solo che è ancora attivo. Dopo la guerra è andato tutto male perché i buoni che già avevano perso la guerra hanno continuato a pagare il prezzo più alto. Hanno faticato a ricostruire le loro case o a farvi ritorno, a far studiare i figli o evitare che migrassero, a fare una vita se non migliore almeno non peggiore di prima. I cattivi, che già avevano vinto la loro stupida sporca guerra, hanno continuato in varie forme a governare i nuovi paesi con sospetta affinità e malcelata sintonia.
La gran parte delle persone che conoscevo ha perso la guerra. Ne è uscita impoverita, espatriata, disillusa, scoraggiata, traumatizzata senza saperlo e senza potersene occupare. Non c’è stato tempo e modo di piangere la patria perduta, per divieto dei cattivi vittoriosi o per autocensura di noi che siamo stati alla finestra a guardare, impotenti e sgomenti. Le persone normali che frequentavo, le persone buone, hanno perso la guerra. Un’enorme massa di sommersi, anche quando avevano l’apparenza di salvati.
È di questo che ho paura oggi.

*

Adesso è sereno fuori, anche se è ancora buio. La notte è quieta, io sono inquieta. Ma sono anche felice.

Accanto a me dorme mia figlia Daria che compie 9 mesi di sconfinato amore, e la vita non è mai stata così degna di essere vissuta. Certo, l’inquietudine arriva da lontano e tornerà tutte le volte che ci sarnno delle difficoltà dentro e fuori di me. La rabbia e un sentimento strabordante di ingiustizia mi accompagneranno sempre quando ripenserò alla guerra civile in Iugoslavia, e ancora di più al dopoguerra. La moltitudine triste di sommersi ha vissuto gli ultimi decenni in una solitudine emotiva che non ha concesso loro nemmeno il balsamo della condivisione. Ho scritto non so quanti caratteri già solo in questo post (sto facendo la prima stesura a mano) e non ho tirato fuori quasi nulla di quel dolore profondo. Estraggo pochi lacerti e fa già troppo male, prevale l’autoconservazione e la voglia di restare in superficie. Ho paura che questa pandemia sommerga molti nella povertà (non solo materiale) e nella solitudine, e che pochi si salvino, e non i più meritevoli. Temo che qualcuno possa approfittare del post pandemia come succede nei dopoguerra. E che alla fine questo esito venga accettato come inevitabile anziché giudicato come ingiusto. Non so se queste mie paure siano fondate, sensate o strampalate. Sono sensazioni che non hanno fondamento nella ragione ma in un vissuto in qualche modo compresso, come il gas in una bomboletta. Come detto, arrivano da lontano. Non posso trarre beneficio per il mio malessere pensando alla grande il proverbiale barca comune. Condivido la croce della guerra civile con milioni di iugoslavi sommersi, e non ci siamo potuti consolare in nessun modo.
So di un gruppo di profughi della mia città natale che si incontra in una kafana nel posto dove sono finiti a vivere. Al muro della sala dove si trovano a bere hanno appeso la foto della fortezza che da oltre mille anni fa ombra alle case e strade di Knin e quando alzano un poco il gomito si mettono tutti a piangere. Dovrei ridere, ma mi si stringe sempre il cuore a figurarmi la scena. Quando si perde si è soli, anche in mezzo agli altri. 
È giusto l’appello a bandire le metafore guerresche questi giorni. Non siamo in guerra. E così il parallelismo più grande rischia di essere purtroppo quello con i sommersi dalla situazione e con le ingiustizie che dovranno subire. Io non posso lasciarmi andare alla disperazione perché Daria dorme qui accanto con l’abbandono dei neonati e perché un suo sorriso sbriciola ogni paura possibile. Ma mi fa soffrire pensare che è più probabile un aumento delle ingiustizie già mostruose che non una loro diminuzione. Poiché però non siamo in guerra, anche se siamo in una brutta situazione, spero che almeno qualcosa, collettivamente e individualmente, risulterà positivo. Scaravento qui i miei desideri ingenui sparsi.

  • Voglia di godere di quelle strade senza auto che abbiamo agognato dai balconi.
  • Rispetto e riscoperta di varie forme di natura.
  • Riflessione sulle interconnessioni, tra gli uomini ma anche tra i paesi e tra i processi produttivi, logistici e distributivi.
  • L’Internazionale, anche non socialista.
  • Valorizzare, spargere e apprezzare le coccole.
  • L’esistenza dei più fragili, da non negare.
  • Le piazze, i crocicchi, i muretti, i giardini, i portici, ma pure i lungofiume e i viali sottoutilizzati di periferia.
  • Il lavoro come impegno e come risultato non come occupazione per ore e ore di una scrivania.
  • Meno parole, ma meglio scelte (questo post è un pessimo esempio, lo so).
  • Nazionalismi al rogo.
  • Rigetto del poverty shaming.
  • Il lievito madre e tutte le robe buone che vi ho visto preparare usandolo.

*

È sempre buio fuori e tutto tace. Non una macchina passa, e questo è comunque bello.

L’inquietudine che arriva da lontano perlomeno la so riconoscere, ho dovuto imparare a conviverci. Aver imparato a condividere frammenti di questo dolore è un antidoto non pienamente efficace, ma bastevole, anche per la generosità di molte orecchie che con affetto si sono prestate all’ascolto. Non so come ne usciremo, e forse qualche parallelismo lo riconoscerò. Ma non siamo in guerra. È già una buona cosa. Lunga vita al lievito madre! 

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7 balcanici motivi per vedere la serie croata Novine | The paper

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La serie imperdibile dell’anno non è né americana né inglese. E non è nemmeno italiana. L’anno è ormai a metà, ma voi dedicatevi a guardare Novine e non ve ne pentirete. La trovate su Netflix con il titolo internazionale The paper, perché “novine” significa giornale quotidiano, e delle vicende di un giornale tratta, con una qualità che forse non ti aspetteresti da una produzione tutta croata. Chi scrive l’ha iniziata a vedere per motivi biografici, essendo nata in Dalmazia che della Croazia è la regione costiera più bella, e per noia, avendo una volta oziosamente digitato “serbocroatian” nella barra di ricerca di Netflix, poi dice che divanarsi non serve a nulla… Ma voi potete vederla anche senza avere un cognome in -ić perché le cosebelle sono universali. Ecco 7 buonissimi motivi per non perderla.

Europea, ma esotica.

La croazia è un vicino lontano, di cui sappiamo pochissimo perché i media se ne disinteressano, e che visitare una settimana d’estate non basta. Guardando Novine la si avverte esattamente così, vicina come tanti altri paesi dell’UE (dal 2014) e remota come può esserlo un luogo in cui “prima della guerra” vuol dire meno di trenta anni fa.

Dark, molto dark, e cattivi cattivissimi.

Novine racconta la vita travagliata di una redazione di giornalisti bravi e dediti, alle prese con lo strapotere di politici, poliziotti, giudici e uomini e donne d’affari dal passato sempre inevitabilmente opaco e privi di ogni scrupolo morale. Il più pulito ha la rogna, e House of cards pare un collegio di educande al confronto.

Tutti i mali del sovranismo, spiegati bene.

Soprattutto nella seconda stagione (uscita su Netflix a inizio di quest’anno) la connessione tra deriva morale e nazionalismo cieco è palese e raccontata attraverso le azioni, i gesti e le parole di personaggi eterogenei tra loro, di parti politiche avverse e di estrazioni tra le più varie. Non si scende mai nella retorica del “tutto un magna magna”, però: le contraddizioni sono mostrate in modo piano e crudo, con una sensazione di inevitabilità che mette angoscia ma tiene pure incollati allo schermo.

Fiume fotogenica.

Novine non è girato né ambientato nella scontata capitale Zagabria, ma in una città costiera e portuale che fu a lungo italiana. Rijeka d’inverno è una scenografia livida perfetta, ripresa da ogni angolazione anche con droni parsimoniosi e benevoli. Ci sono le calli del centro, i portoni socialisti di periferia, le opulente stanze del potere, le ville di design in collina, i bar dall’aria densa.

Croatian way of life, sesso fumo e alcool.

Non siamo più abituati (per fortuna) a vedere fumare ovunque, dal bar al ristorante alla casa di qualcun altro. In Novine tutti fumano e bevono (whisky, soprattutto) tantissimo, in continuazione e con voluttà disperata. Può essere utile per ricordarci che tutto sommato stiamo meglio ora che si fuma solo all’aperto, ma anche per rivedere dei gesti che da decenni abbiamo associato ai film su crimini e complotti, con gente che fuma a prescindere, ovunque, e se ne frega. Persino per i non fumatori, liberatorio.

Il serbocroato in tante sfumature, imprecazioni comprese.

Le serie (e internet) hanno compiuto il miracolo che tutte le VHS di English movie collection non potevano sperare di raggiungere. È molto bello godersi le voci originali degli attori e aiutarsi con i sottotitoli se lo slang di Boston (o di LA, o di Londra) non sono alla nostra portata. È altrettanto bello però godersi lingue di cui non capiamo quasi nulla ma che sono intimamente legate all’ambientazione che le caratterizza. Pur trattando temi universali in cui vi riconoscerete di certo, Novine è balcanica fino al midollo, e i personaggi devono parlare una lingua slava. Godetevi Novine in lingua, assaporate gli accenti (una delle giornaliste è serba e non lo nasconde), non arrossite per le parolacce e bestemmie a ripetizione, fanno parte del gioco.

La qualità sta dove si sa esprimerla.

Attori bravi, fotografia curata e chirurgica, regia sapiente del folletto pluripremiato del cinema croato Dalibor Matanić, quello di Sole alto. La realizzazione della serie è stata all’altezza delle ambizioni della produzione, e dei migliori prodotti internazionali in circolazione.
Novine parla di noi e a noi senza pretese universalistiche o pipponi morali. Lo fa perché chi meglio di un vicino lontano può aiutarci a fare quel passetto indietro per guardarsi un po’ da fuori, che è sempre tanto utile quanto difficile? Ci pare che il vantaggio valga lo sforzo di saggiare la prima puntata.

Be cool, watch The paper. O, meglio. Budite pametni, gledajte Novine.

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Buon Natale, di nuovo

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Radovan Prijic arrivò nel villaggio del water rosa nel 1689 alla guida di 48 famiglie che verosimilmente espletavano ancora le funzioni corporali senza supporti ceramici. Arrivavano da varie tappe di una peregrinazione un po’ bellica e un po’ di sostentamento. La leggenda dice che come ricompensa per un aiuto contro i turchi gli avessero detto Fa’ un giro col cavallo dall’alba al tramonto e quel che ci sta dentro è per te e per le famiglie al tuo seguito.

Provo una pacata fascinazione per questo antenato dal nome allegro e dal volto ignoto che avrà guardato mille volte come me la Dinara da sotto in su, bruciata d’estate, innevata d’inverno, sempre battuta dal vento che soffia forte dove sono nati i Prijic. Mi chiedo spesso come fosse la vita di quelle 48 famiglie, come trascorressero le loro giornate nei luoghi che ho tanto amato e che amo ancora nonostante tutto, perché ti possono espropriare la casa e rubare la tazza del water, ma non possono toglierti i ricordi.

Quando si avvicina il 7 gennaio penso spesso che quei Prijic certamente aspettavano il loro Natale con molta più trepidazione di quanto non succedesse quando io ero piccola e avevo le idee molto confuse su tutta la questione religiosa. Andavano a messa? Si faceva di mezzanotte come oggi quella cattolica? Cosa mangiavano? Si scambiavano doni? Avevano con sé le icone tipiche del culto ortodosso? Non so nulla di loro, e non ho modo di sapere nulla di loro. Ci penso di rado, ma quando ci penso mi prende il solito nodo alla gola che non so spiegare. Si tratta di gente morta e sepolta da tempo, ma in qualche modo sono legata a quella avventura e alla scelta che fecero di stabilirsi lì, dove nasce la Krka e soffia gagliarda la bora.

I Balcani di fine ‘600 dovevano essere un posto piuttosto impegnativo da girare con vecchi donne e bambini al seguito. Il Ponte sulla Drina è ambientato a diverse centinaia di chilometri da dove sono nata io, ma leggendo quelle pagine magnifiche mi si era attaccato addosso un certo mal dei balcani come se avessi sentito il peso di quei secoli che sembrano millenni, con le dominazioni che si susseguono e le popolazioni che scoprono se è il loro turno nell’essere perseguitati, vessati o premiati.

Non sono religiosa ma sono molto spirituale, ha detto poco tempo fa una donna che ammiro molto e che è stata un sostegno prezioso in questo ultimo periodo così difficile. È un bel modo per prendere le distanze senza rinnegare un collegamento emotivo che è sciocco mettere a tacere. Non mi identifico in nessuna religione, non frequento luoghi di culto se non per godimento artistico e architettonico, ma sono nata in una famiglia di antiche tradizioni cristiane ortodosse, e verso questa eredità storica e umana provo molta tenerezza e un po’ di senso di responsabilità.

Forse Radovan Prijic sarebbe deluso se sapesse che la sua bisbisbisnipote non va a messa e non è nemmeno battezzata. Ma credo sarebbe contento nel sapere che la stessa nipote si emoziona quando pensa a quel giro a cavallo nel 1689 e immagina la sera di Natale di quelle famiglie che festeggiavano quando un’altra parte del mondo cristiano si congeda anche dall’Epifania chiudendo un pezzo importante dell’anno liturgico. Chissà cosa sapevano dello Scisma d’Oriente e della questione del filioque. Chissà se avevano vicini cattolici come avevo io da bambina, senza saperlo.

La guerra civile che ha insanguinato il paese in cui sono nata non è stata una guerra religiosa. Ma la religione è stata un simbolo di divisione “facile” e anche mediaticamente efficace per raccontare il senso di quel che un senso non l’aveva. Io sono italiana e sono nata iugoslava. Sono dalmata, sono croata e sono serba, ma non mi faccio dire cosa sono da qualcun altro, mai. Festeggio il Natale cattolico perché così ho imparato a fare nel paese dove vivo, perché anche i bambini non battezzati possono fare i lavoretti natalizi con il DAS e la pittura a tempera. Festeggio anche il Natale ortodosso, perché sono nata dove Radovan aveva scelto la sua casa e quella dei suoi discendenti, almeno fino a me e a mia sorella.

Amo fare i regali alle persone che amo. Ma quest’anno ho scelto di farne solo a persone che non conosco, dedicando questo pensiero a chi mi è stato accanto con tante carezze, persino a distanza. Ci sono tantissimi rifugiati nel mondo che cercano dove potersi sentire a casa e riavere il loro water rosa. Pochi di loro saranno ordotossi, ma del resto non lo sono nemmeno io. Eppure a tutti loro, alle persone che amo e a voi tutti auguro Buon Natale, di nuovo.

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Quando Milošević e Tuđman rubarono la tazza del water rosa

Questo post parlerà di tazze del water. Chi mi frequenta con una certa regolarità sa bene che non parlo di funzioni corporali, quindi è parecchio strano che io scriva di tazze del water. Ma sempre più mi sto rassegnando al fatto che la vita è fatta anche di funzioni corporali e di necessità di cui per anni ho sognato di poter fare a meno, come dormire.

Questa storia è una storia privata, che rendo pubblica per un misto di amore, terrore, odio, paura per quell’odio, narcisismo, esasperazione, rabbia, schifo, malinconia, (iugo)nostalgia, voglia sopita e rimossa di vendetta, gratitudine. E tanto altro ancora. Questa storia è una storia privata e come sempre faticherà a scriversi, perché se sono pudica rispetto alle funzioni del corpo figuriamoci rispetto alle funzioni del cuore.

La prima tazza

Quando mio nonno era andato in pensione, lui e la nonna erano tornati a vivere nel “selo”. Il selo è un piccolo centro agreste che gravita attorno alla città, ma già solo sul concetto di selo dovrei scrivere un post a parte. Diciamo “villaggio”, con molta approssimazione. Poiché avevano vissuto in città nelle “case dei ferrovieri” per tanti anni, non avevano mai costruito il bagno nella casa al villaggio, e ora era ora. Bisognava dunque comprare una tazza del water. “Vado in città a prenderla” disse il nonno. “Biljo, come la prendo?” Cosa poteva rispondere una bambina di sette anni? “Rosa! Dido, prendila rosa!” E giù a ridere. (Ridevo sempre.) Grandissima fu la mia sorpresa quando il nonno tornò dalla città con una tazza del water rosa. Voglio dire, non pensavo che il nonno avrebbe preso davvero una tazza rosa. E invece mio nonno era così: semplicemente straordinario. E così per un paio d’anni le nostre funzioni corporali poterono contare su quella tazza rosa, le volte che andavamo a trovare i nonni nel corso di quella strana e meravigliosa vita a metà tra le due sponde dell’Adriatico selvaggio.

La barbarie, e la seconda tazza

Quando la città, il villaggio dei miei nonni e tutti i villaggi attorno furono saccheggiati, i saccheggiatori si portarono via anche la tazza rosa. Poi forse semplicemente l’avevano rotta e fatta in mille pezzi. Ma invece “Hanno portato via ogni cosa, anche la tazza rosa che aveva scelto Biljana” dicevano le cronache familiari. Perché come si raccontano e si tramandano le storie è importante. Di fatto quella tazza rosa era stata fatta sparire, portandosi via la mia risata e la cura che aveva avuto mio nonno nell’assecondare la mia richiesta birichina, perché in fondo se puoi far felice qualcuno perché non dovresti farlo? I miei nonni erano fuggiti assieme a centinaia di migliaia di persone poco prima di quel saccheggio e la loro epopea meriterebbe che io trovassi la forza di raccontarla e condividerla. Ma questo post parla più modestamente di tazze del water, e bisognerà pur quagliare. I miei nonni resistettero qualche tempo in Italia da noi e da mia zia. Ma poi coraggiosamente o per incoscienza o inevitabilmente tornarono appena poterono. “Hanno portato via tutto, persino la tazza rosa di Biljana” aveva raccontato il nonno al telefono. “E tu cosa hai fatto?” aveva chiesto mio papà. “Sono andato in città a comprare una tazza del water, perché la nonna potesse usare il bagno.” Nessuna guerra, nessun saccheggio, nessuna malattia (come scoprimmo con dolore poi) potevano togliere a mio nonno l’amore sconfinato per i suoi e la voglia di mostrarlo sempre. La stessa cura con cui aveva risposto al mio innocente capriccio di bambina in tempo di pace la metteva nel risparmiare a mia nonna l’umiliazione di non potersi occupare delle funzioni corporali con normalità dopo la guerra.

Epilogo: di tazza in tazza

Oggi è la giornata del rifugiato. Non sono stata rifugiata per caso, e per un’intuizione di mio papà che meriterebbe un lungo e sofferto racconto. Ma questo post parla di tazze del water, e immaginate incamminarvi verso l’ignoto con la morte nel cuore e il pensiero alla prossima tazza del water su cui vi potrete sedere, che chissà tra quanto tempo e tra quanto spazio sarà. Non sono stata rifugiata per un pelo, e ancora combatto con il più assurdo dei sensi di colpa. Sono stati rifugiati quasi tutti i miei familiari e quasi tutti gli amici e conoscenti della città dove sono nata, le mie compagne di giochi, gli alunni di mia mamma, i giocatori di mio papà. Sono stati rifugiati negli anni Novanta del Novecento in Europa, per colpa di chi quella guerra l’ha voluta e di chi non l’ha voluta fermare. Quando sono tornata in città dopo più di sette infiniti anni in casa dei nonni c’era la tazza bianca di quel primo viaggio in città di mio nonno. E c’erano anche delle coperte grigie che pizzicavano un po’. E delle scodelle semplici in alluminio di foggia militaresca. Pochi oggetti uguali per tutti, come in un involontario buffo omaggio alla repubblica socialista seppellita da quella guerra. Un kit di sopravvivenza indispensabile, portato dall’UNHCR e da pochissime altre organizzazioni (mia nonna parlava sempre bene di certe chiese protestanti, mi spiace non saperne di più). Provo ancora un dolore che non riesco a dire per una guerra civile di cui non mi capacito, e di odio verso chi l’ha scatenata. Ma sono grata a chi ha aiutato i miei nonni durante la dolorosa marcia, e a chi li ha sostenuti in un altrettanto doloroso ritorno a una casa che non era più casa.

Il mondo fa talmente schifo che può capitarvi che qualcuno vi porti via tutto, pure la tazza del cesso. Ma se siete fortunati magari avete chi vi ama tanto da avervi regalato una tazza del water del colore che volevate. E magari pure se vi hanno portato via tutto qualcuno durante una dolorosa marcia vi apre la porta di casa consentendovi di pensare alle funzioni corporali. E qualcun altro vi aiuta poi a cercare una vostra nuova tazza del water -di qualunque colore sia- a casa vostra anche se non sarà più casa, o da qualche parte del mondo, perché ciascuno che ama ne merita un pezzetto.

E ora pensate, fate, donate.

***

Il titolo del post si ispira a un libro per ragazzi molto bello, Quando Hitler rubò il coniglio rosa: regalatelo!

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téchne

7 punti per cui Tangible.is good (e il ciabattino ha sempre le scarpe rotte)

Ho dovuto dire addio a un mio fornitore amatissimo. In una occasione normale la circostanza mi avrebbe spezzato il cuore, perché mi pesa lasciare i fornitori bravi. Ma in questo caso l’occasione era speciale: il fornitore ha cambiato pelle. Quindi ho detto addio a un bel bruco per salutare una meravigliosa farfalla.

Fatti e istruzioni:

  • GNV&Partners diventa Tangible dopo un lungo percorso di rebranding
  • Se li conosce(va)te, leggete pure ma poi fatevelo raccontare anche da loro, il percorso
  • Se non li conosce(va)te beati voi: avete la fortuna di conoscerli ora! Sbirciate almeno in velocità il loro sito dopo (o meglio prima) di aver letto qui

Le mie impressioni

1. Un nome internazionale ma di derivazione latina. Concreto e quasi sinestesico

Tangible in quanto parola è una promessa (saremo tangibili, pare dire). E quindi è un progetto in sé, che è quello che fanno i professionisti di Tangible. E ha questo suono a raffica che promette idee, scambi, confronti.

2. Fatto a mano per parlare di esperienze digitali: dai post-it ai bit

Commovente che chi lavora oggi prevalentemente col computer sia cultore della calligrafia e della bellezza della scrittura a mano. Del resto io ho scoperto #scriviamoamano grazie a una regina del web come Alessandra. Il logo di Tangible è bello senza strafare, netto ma con le meravigliose imprecisioni del tratto a mano, preludio degli sketch imperfetti ma utilissimi che userete se avrete la fortuna di lavorare con questo team.

3. Magenta GNV ma immerso in colori che lo riequilibrano con garbo

Rebranding vuol dire non ripartire da zero (Ricomincio da tre, direbbe Troisi: e in comunicazione vale sempre, ché non si butta via niente). Di GNV&Partners è stato mantenuto un colore così caro ai graphic designer come il magenta, perché è un po’ materia prima (in quanto colore base) e un po’ già manufatto (in quanto dotato di personalità e –come dice Nicolò– molto “umano”).

4. Carattere anche con un carattere neutro: la rivincita del bastone

Con un logo così, la scelta del set tipografico è ardua. Approvo la volontà di non “sbocciare” come si dice a Bologna. E ammiro la capacità di selezionare in ogni caso un carattere pulito ma riconoscibile, che a ogni navigazione sul sito sento sempre più come “ah, sì: la font di Tangible”.

5. Da desktop bellissimo, da mobile te ne innamori

Il brand new brand immerso nel suo ambiente naturale funziona a meraviglia. Ho letto tutti i testi manco dovessi fare proofreading (che ho fatto, ma i refusi si lavano in privato). Mi piace l’esattezza delle frasi che hanno usato, non una di più, e certamente non una di meno. Questa stesso pezzo che state leggendo si compone di un sacco di parole inutili che avrei potuto e dovuto tagliare. Scrivo sempre troppo di getto e poco con struttura. Nel sito di Tangible no.

6. Foto facce figure… in delizioso equilibrio

So bene quanto sia difficile raccontarsi come agenzia / società di consulenza. Il B2B è una fregatura da questo punto di vista. Vendere la nutella è facile, vendere la ditta (“ditta” ♥) che trasporta la nutella è difficile. Vendere post-it è facile, vendere gente bravissima che usa post-it per lavorare è difficile. Ma se chiami un fotografo per uno shooting comediocomanda e non ti vergogni di qualche faccia buffa o posa insolita, materiale per dare pepe al sito ne hai. E poi ci sono le animazioni, gli schemini: belli e mai superflui. Resta vera una cosa: per quando bello sia il loro sito, i siti che fanno per gli altri lo sono di più. Ah, i ciabattini.

7. E infine, chicca: una url da bacetti

Ma quanto siete bravi quando fate lo sforzo di non fare la scelta più ovvia, e di non perdere l’occasione per fare anche di un dettaglio un pezzo di identità? L’estensione .is mi permette di fare il titolo di questo post, ma consente anche mille giochi di senso su Tangible is… Un’altra promessa, proprio come il nome.

  • Ho scritto questo post per Medium ma si trova anche qua perché POSSE.
  • Questo post è stato scritto con un vecchio iPad sull’app di Medium e pensato per Medium dove vorrei scrivere non troppo saltuariamente di robe di lavoro & dintorni.
  • Questo post non è una marchetta nel senso che non mi hanno pagato. Del resto sono io che pago loro. Soldi ben spesi.
  • Addio bruco giennevì, sai che ti chiamavano anche giennevù? Benvenuto Tangible, benvenuta consapevolezza.
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mostovi

A San Nicola il Sole è alto

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Nella lista dei migliori film della mia rivista preferita c’è il film girato nella mia città e scrivo che è ancora San Nicola che è la festa della mia famiglia. E detta così sembrerebbe quasi che ci sia da festeggiare invece sono triste anche se questo annus horribilis volge al termine e forse ci darà un po’ di tregua. Sole alto è un film bello anche se non me lo ricordo tanto bene e le recensioni andrebbero scritte subito dopo aver visto il film. Per dire avrebbe molto più senso scrivere di È solo la fine del mondo che l’ho visto da poco anche se non è bello come Mommy e in qualche snap ho detto pure che alla fine non vuoi tanto bene a nessuno dei personaggi, mentre ero in bici. Ma sono davvero triste ed è San Nicola e i nonni non ci sono più e penso che vorrei piangere fino a Capodanno quando viene Nonno Gelo. Che poi sarebbe San Nicola, e alla fine tutto si tiene. Non capirete mai Sole alto, ma vedetelo lo stesso.

Dalibor Matanić ha girato questo film a Knin ma non gli ho chiesto perché. Uscita dalla Sala estense dove l’avevo visto in anteprima italiana al Festival di Internazionale a Ferrara gli ho stretto la mano, fatto i complimenti e detto che sono di Knin. Che è vero e falso insieme. Perché è come dire Sono di Fantàsia, Sono di Babilonia, Sono di Mordor. Lui ha detto qualcosa come Ah, carino! a riprova del fatto che non è quasi mai una buona idea approfondire con gli artisti. (Questa memoria è un po’ ingenerosa, perché mi lascio influenzare da mio papà che ha spesso dei giudizi sommari che travolgono ogni mio tentativo di pensiero autonomo.)

Non gliel’ho chiesto, ma forse il film è stato girato a Knin perché costava poco. O forse perché c’era natura selvaggia abbastanza e desolazione abbastanza e villaggi semiabbandonati abbastanza per girare questo film che sono tre ma che è sempre lo stesso e infatti gli attori sono sempre loro due anche se hanno nomi diversi e capigliature diverse. Un film sulla guerra, chiaro, perché un film di un croato molto zagabrese girato a Knin che vince premi internazionali con attrice serba di che cosa vuoi che parli, Che cliché signora mia, questi balcanici sempre a parlare delle loro guerre quando la gente muore ad Aleppo. Non capirete mai i Balcani, ma andateci lo stesso.

Ho sempre pensato che se avessi scritto un libro avrebbe parlato della guerra. In un modo o nell’altro. Anche se mi censuro un sacco di volte. Perché penso quasi sempre che a voi giustamente non ve ne frega e v’annoia. Quando sono triste piango. Ma non vi cerco perché penso che vi stufo. L’ho pensato per vent’anni, da che è finita la guerra, ma oggi è Sveti Nikola ed è la festa della mia famiglia e un bellissimo film è stato girato nei dintorni scenograficissimi della mia città e se anche vi stufate vi scrivo quanto è stato doloroso vederlo e quanto la guerra faccia male anche se è finita da ventuno anni e qualche mese. Era iniziata quattro lunghi anni prima, che è quando è ambientato il primo triste episodio. Loro sono giovani e vanno al fiume. Lei è bellissima e lui lo sa. Lei è bellissima e lui non ci crede quasi che una bella così gli dia retta. Lui suona la tromba, ma mentre spirano forte venti di guerra non è il caso di mettersi a suonare uno strumento tanto marziale. Non capirete mai Jelena e Ivan, ma andateli a vedere lo stesso.

Andarsene è stato doloroso. Ne ho ricordi vividi e angosciosi. Faceva caldo come fa sempre caldo nei giorni attorno al mio compleanno, e il Sole era alto mentre passavamo da un posto di blocco all’altro. Andarsene è stato doloroso, ma mai come ritornare. Nel secondo episodio c’è un ritorno. Ed è tutto sgarrupato e tutto triste e faticoso. Ricordo i colpi di proiettile in tutti i muri e tutto che mi sembrava minuscolo perché ero andata via che ero un metro e quaranta sì e no. E nel secondo episodio c’è una scena di sesso intensa e piuttosto esplicita che è sempre un poco strano vedere una scena di sesso al cinema (anche se la Sala estense non è proprio un cinema) seduta accanto ai tuoi genitori. E la scena di sesso esplicita finisce con un To je to che è poco traducibile e che mi chiedo come abbiano devastato come al solito nel doppiaggio che come al solito chi gli piace il doppiaggio e i doppiatori italiani più bravi del mondo verrà defenestrato. Non capirete mai Nataša e Ante anche se fate del sesso esplicito, ma andateli a vedere lo stesso.

Non sono una grande fan dei finali. Un brutto finale non mi rovinerà un film amatissimo. E viceversa un buon finale non risolleverà le sorti di una pellicola già condannata da un giudizio sommario di impronta paterna. Non me lo ricordo bene come finisce Sole alto. Meglio così. Così non faccio spoiler e così Ines non mi sgrida. Del terzo episodio mi piace che i protagonisti siano miei coetanei più o meno e che siano smarriti e incazzati anche se pure loro si mordono la lingua perché tanto non serve a niente. C’è una festa al lago o al fiume che devono essere uno dei miei laghi o dei miei fiumi (i miei fiumi, come Ungaretti). C’è il tentativo di sottrarsi all’impegno perché forse è più facile. Per sopravvivere all’assurdo, al passato che devi archiviare ma mica è una pratica, e comunque ti sei scordato l’ordine alfabetico per farlo. E poi quale alfabeto vale, che sono due e manco nello stesso ordine? Lei è serba e lui è croato, o viceversa. Ma vi siete mica mai innamorati pensando che era vietato, voi? Non capirete mai Marija e Luka, ma andateli a vedere lo stesso.

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téchne

Tutti al cinema! 3 pseudorecensioni senza sottotitoli

Sto vedendo tanti bei film in sala e ne sono felice. Essendo una frantumascatole fissata con la v.o. sottotitolata, vedere un film italiano al cinema è liberatorio perché posso andare in qualunque sala lo facciano senza controllare che non sia orrendamente doppiato come il 99% dei film stranieri. (Sono seria: il primo che dice che i doppiatori italiani sono i migliori della galassia lo defenèstro.)

Per questo, avendo visto tre film italiani di fila che mi hanno entusiasmato, ho pensato fosse un ottimo segnale per un cinema che ha una specie di dovere morale d’esser grande, e ho pure pensato bene di farvene recensioni totalmente destrutturate e inutili se non ne avete lette di ordinate e pregnanti.

I tre film non potrebbero essere più diversi tra loro.

Perfetti sconosciuti e non dite “quello dei cellulari”

Poi lo potete chiamare come vi pare, eh, ma davvero la storia dei telefoni è uno spunto (fertile, utile e attuale, ci mancherebbe) per parlare di rapporti, di amicizia, matrimonio, genitori, convivenze e nuovi amori. Lo smartphone e l’esser costantemente connessi e chini sul suo schermo sono pretesti, non feticci di una denuncia antitecnologica.

E tra le storielle e storiacce di corna vere e finte, di tradimenti e incroci di talamo, spuntano minoritari ─ma secondo me molto azzeccati─ episodi meno pruriginosi ma ugualmente “scomodi”. Quali sono i pensieri e le azioni su cui taciamo? Non è solo il filarino collo sconosciuto di Facebook. Non diciamo dei preservativi dati alla figlia adolescente; dell’ospizio contattato pensando alla suocera invadente; non diciamo che abbiamo messo in vendita la licenza del tassì vergognandoci dell’ennesimo fallimento dopo i beagle, le sigarette elettroniche… (i dettagli: quanto sono importanti i dettagli?).

Se le questioni vere o presunte di letto ci fanno ridere e magari pensare a una cancellazione di ogni cronologia del telefono all’uscita dal cinema, sono stati questi altri argomenti quotidiani a farmi riflettere e alla fine a farmi amare questo piccolo film che non ha per niente il sapore del cinema indipendente intelletualoide ma che si presenta per quel che è: un lavoro ben fatto, ben scritto (la scrittura: quanto è importante la scrittura?) e quasi sempre ben interpretato.

Due appunti da frantumascatole: alla Smutnjak un paio di battute gliele avrei fatte rigirare; basta basta basta con i titoli di testa/coda che giocano su due corpi diversi della stessa font (tipo light + bold).

Fuocoammare che vuol dire quel che dice

Mi credevo chissà che significato dietro al titolo, invece si riferisce letteralmente al fuoco che si specchia nel mare, quindi “fuoco al/sul mare”. Come al solito non capisco una fava, ma mi consolo perché una volta una compagna di studi mi disse Massì, dai: quel film di Fellini col titolo in una lingua straniera… ed era Amarcord. Insomma, c’è sempre chi fa peggio.

Amo i documentari che riescono a essere belli e utili senza voce off, senza didascalie con simulazione di typewriting, senza infografiche. Fuocoammare è quanto di più lontano dallo “spiegone” si possa immaginare, eppure si fa anche testimonianza.

È il racconto poetico di un frammento di realtà che non si spaccia per verità assoluta. Il regista racconta a Radiotre che candiderebbe i lampedusani al Nobel per la Pace, ma li dipinge senza farne agiografia alcuna, indugiando anzi su dettagli di divertente umanità come il risucchio di una pasta lunga col sugo di pesce che a me balcanica impenitente ha suscitato riso e una punta di invidia. (Sono una frana ad arrotolare gli spaghetti, deve essere una dote genetica mancante cui decenni di vita in Italia non possono sopperire.)

Ma Jeeg Robot il cartone ve lo ricordavate?

“Parliamo di robe serie: avete visto Jeeg Robot?” ho chiesto ieri a pranzo, ed ero seria davvero. Il cinema italiano qua ha fatto “clac” e s’è inventato qualcosa che non c’era e il primo che dice Hanno copiato gli americani fa la fine di quello amante dei doppiatori. A me questo pastiche cinematografico ha divertito come una ragazzina. Fa ridere, fa ribrezzo, fa ogni tanto tenerezza e mette pure un po’ di malinconia.

Come non amare un film in cui contro il cattivone magnifico viene scagliata la tazza di un water dello stadio Olimpico? In cui lo stadio Olimpico viene opportunamente classificato più in alto per rilevanza del Parlamento? In cui la strategia della tensione edizione 2016 è la macchietta consapevole di quella di anni passati? In cui Buona Domenica viene confusa continuamente ora con il Grande Fratello ora con Xfactor? E via così.

Esci dal cinema che pensi che Gotham City è sempre stata Torbellamonaca e non ce ne eravamo mai accorti.

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giringiri

Gioco di ruolo EXPO

expo, supermercato del futuro coop

Nei siti web della PA anni fa andava molto di moda prevedere una navigazione particolare chiedendo all’incauto navigante Sei un cittadino? Sei un’impresa? Sei un fornitore? Sei un’altra PA? Faceva molto ridere e vivaddio pare essere passato di moda. Ecco, leggete questa sorta di bizzarra e poco soddisfacente recensione immaginando un percorso personalizzato. Tipo. Vai a Milano per l’EXPO se…

…sei un bambino?

Preparati a divertirti meno che a Mirabilandia ma più che in un museo standard (meta-autocit. dall’imperdibile post di Ilaria Mauric). C’è un sacco da esplorare. Implora i tuoi di lasciarti almeno un po’ da solo, macchine non ce n’è e prometti di fare il bravo bravissimo.

…sei un cooperatore?

Che la cooperazione sponsorizza e tanto te ne accorgerai solo tu. Però il supermercato del futuro va visto. No, nessuno penserà che sia la cooperazione del futuro, vanno tutti a vedere il robot che insacchetta la frutta (vacci pure tu, eh: è fico). E quindi due suggerimenti. 1) Chiediti perché la cooperazione c’è ma non si vede, indaghiamo assieme i motivi della nostra incapacità di raccontarci in maniera contemporanea come movimento di persone, lavoratori, utenti/consumatori (anche se qualcuno non ama quest’ultima etichetta), abitanti e via così. 2) Usa il “prototipo colossale” (definizione fulminante di Ilaria, ancora lei) e testalo in tutti i modi. Immaginati tra dieci o quindici anni: vorresti fare la spesa così? Ti sentiresti a tuo agio? Ti mancherebbe il supermercato come è adesso? Le mie risposte sarebbero no, no e no, ma sono una donna senza fantasia e l’alternativa ideale proprio non mi viene in mente. Spero a te sì, caro cooperatore: lo faresti pure tu sempre tecnologico ma un po’ più caldo?

…sei un comunicatore?

VAI a Expo e goditi una giornata senza stress. GUARDA con calma tutti i dettagli che colpiscono la tua attenzione, fra il disinteresse della folla che corre verso le 4 ore di fila al padiglione giappo perché Me l’ha detto mia cugina, è imperdibile: vivrai un Expo parallelo e pacato. LEGGI claim, payoff, baseline da tutto il mondo. Ingenuità, creatività, brio, noia, banalità, arguzia: a partire dall’eterno I feel sLOVEnia, è una rassegna di copywriting notevole. TOCCA i materiali degli allestimenti, pensa alla fatica di azzeccare il giusto equilibrio tra economicità e resistenza per robe impressionanti che devono durare da maggio a ottobre. COPIA idee, soluzioni grafiche e tecniche, accostamenti arditi, modi nuovi di presentare le solite informazioni. EVITA i luoghi troppo affollati e con troppa fila: c’è tanta buona comunicazione anche nei padiglioni sfigati (quasi monastico ma d’effetto il montenegrino).

…sei italiano?

Se non vai, non parlarne. Non ha senso. Se invece vai, tieni a freno le aspettative e vedrai che ti troverai bene. Sei quello che gli han fatto l’Expo nel cortile di casa e spesso ci va solo per quello. Allora ricordatelo: sei a Milano da italiano e attorno a te c’è un sacco di gente venuta da lontanissimo apposta. Guardali, studiali, avvicinali se te la senti. Approfittane per mangiare il più strano e insolito possibile, puoi. Hint: il burger di coccordillo del ristorante dello Zimbabwe è buonino ma non esagerato, a detta di colleghi buongustai.

…sei straniero?

Expo ti piacerà perché c’è tanta bella Italia e c’è il mondo intero in Italia, evento raro. L’Italia è di norma così piena di se stessa che non c’è posto per altro, nemmeno per due paroline in inglese decente. Allora girala pure nella vetrina stranissima dell’Esposizione, tutte le regioni concentrate e incastrate l’una con l’altra, le eccellenze servite su un piatto d’argento, il granapadano notissimo accanto al Pannerone di Lodi (assaggiato in degustazione Slow Food: diffuso in tutta la Lombardia meridionale fino alla Prima Guerra mondiale, oggi lo fa UN SOLO caseificio: squisito). Però poi, caro visitatore straniero, se puoi varca le soglie di questa prigione dorata e goditi un po’ di Italia vera. Sarà meno internazionale, sarà egualmente provinciale (a Expo l’Italia è provincialissima e da cartolina), ma sarà molto più vera e sorprendente. Tutte le specialità assaggiate nella ressa dell’Expo sono solo la copia sbiadita della sbalorditiva biodiversità culinaria italiana. Lascia Rho e valla a scoprire.

…sei ambientalista?

Prima di tutto: respira. Va tutto bene. Tranqui. Va meglio? Ok. Possiamo parlarne. No, Expo non salverà il pianeta. Come dici? Ecco no, Expo non distruggerà il pianeta. Pari e patta? Forse. Di sicuro c’è a Expo meno verde di quanto non ci siano costruzioni (bellissime, le architetture sono la parte migliore di tutto) o soluzioni ultra tecnologiche. Ma di verde ce n’è. Specie nelle zone più defilate. Ci sono sentierini tra gli arbusti che collegano i vari spazi con tante e tante piante diverse, speso etichettate. Ci sono panchine nelle aiuole un po’ ovunque. Se il tempo è bello ci si gode l’aria aperta e ancora una volta perde senso la fila immensa al giappo (sì, mi pare proprio assurda ‘sta roba) per andare dentro, quando c’è così tanto da godere fuori. Ma allora il temone “Nutrire il pianeta”? L’ambizione di una esposizione universale placata malamente da qualche pianta da vivaio? Può darsi. Ma pensa, caro ambientalista, se il tema fosse stato futuristico. Ci avrebbero catapultati in un Blade runner di raggi laser e umanoidi inquietanti, e sarebbe piovuto sempre. La gran furbata è stata proprio questa. Da’ un tema vagamente ecologista e il risultato sarà comunque una fiera ipertecnologica e con copioso uso di cemento e asfalto, ma qualche aiuola qua e là anche solo per far scena la mettono. Godiamocela!

…sei un antropologo?

Il mondo è tuo, e a Expo lo cogli con un sol sguardo. Senti a me, ascolta le chiacchiere dei lavoratori dei vari padiglioni (e relativi ristoranti!) piazzandoti nelle viuzze laterali e retrostanti. Gironzolando senza meta con le mani sprofondate nelle tasche ho captato stralci di conversazioni in lingue natìe e lingue franche (inglese, ma pure italiano) tra cuochi e hostess, facchini e account d’agenzia, diplomatici e allestitori di tutte le latitudini e longitudini. Come nelle nostre città, il cardo e il decumano son bellissimi (a Bologna il decumano è via Rizzoli/Bassi, ma il cardo non è via Indipendenza, bensì via Galliera), ma è nei vicoli e nelle stradine limitrofe che ci si diverte e si godono le gioie della diversità.

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politiké

7 boiate di cui le donne si compiacciono e poi è un casino

Vi svelo un segreto. Le pubblicità di pannolini per bambine e bambini non sono pensate per bambine e bambini. La piccola Anna potrà fare gol e cercare avventure, e il piccolo Luca potrà farsi bello e cercare tenerezza. Potete (ancora) lasciarglielo fare. Non aspettatevi dalla pubblicità cambiamenti che siete voi a dover innescare. Va benissimo firmare anche petizioni, ma non perdiamo di vista l’obiettivo vero. Rendere impossibili pubblicità di questo tipo (quella di cui tutti parlate è qui) non già tramite censura bensì per totale scollamento dalla realtà, che renderebbe grottesche e non solo criticabili certe sceneggiature. E poiché le aziende e i pubblicitari sono distratti nonostante investano bei soldi a cercare di capire i cambiamenti in atto presso i loro pubblici, bisogna che ci impegniamo a rendere più evidente la nostra volontà, e non tanto il nostro sdegno. Perché –non raccontiamocela– alle bambine si dice ancora che sono belle e ai bambini che sono bravi. M’è allora venuto in mente l’elenco promesso a Elena durante uno scambio di tuit all’ultimo godibile Freelancecamp.

Credo ci sia una connessione tra quello che i pubblicitari ritengono sia patrimonio di credenze diffuso presso larghe fasce di pubblico/target e i miti che noi stesse perpetriamo non si sa bene nemmeno perché. Così, per sport. Per dire qualcosa di atteso e rassicurante, come quando si parla del tempo. È facile fare una battuta scontata che verrà certamente capita e approvata. Ma poi non stupiamoci che gli spot parlino a piccole principesse e miniature di calciatori. Ecco alcuni esempi di boiate che ci scappano quando ci vantiamo di presunte capacità o caratteristiche di nessun valore.

1! Multitasking sarà tua sorella

A fare tante cose assieme le si fa spesso tutte male. Giorni fa ho mandato una email urgente durante una riunione e sono stata redarguita da un project manager (che sospetto sia ingegnere gestionale ma non ho più il coraggio di chiederglielo) per via di una interrogativa indiretta sospesa nell’aria che ha reso quindi la email in questione meno efficace. Oramai è un dato: il mito del multitasking è un mito. Però pure considerando quando non lo era: ma sante ragazze, vi pare una capacità di cui compiacersi? Al massimo vi porta maggiore lavoro, e compiti dati da fare in parallelo ma di poco valore. Perché non è che qualcuno pensa che oltre a poter fare insieme tante attività, queste possano essere pure importanti, vero?

2! Ahi ahi ahi che dolor!

Resistiamo meglio al dolore? Ci lamentiamo meno quando abbiamo la febbre? Bah. Può darsi. Nelle mie microstatistiche personali sì, e di un bel po’. E allora? Basta basta basta farne una questione di genere se non siete sicure al cento per cento d’esser al di sopra di ogni sospetto (ossia di non esser in odore di perpetratrici di stereotipi di bassa lega). Per dire, io lo faccio sempre. In effetti potrei promettere una sorta di fioretto: smetto e vedo l’effetto che fa, ok?

3! Ulisse, vieni, sarò la tua sirena

Questo non è un punto, potrebbe essere un capitolo intero, una monografia, un’enciclopedia. Facciamo un certo effetto sugli uomini, pare. E Cosmo Vanity e altre pubblicazioni (chissà se esista ancora Top Girl, mi chiedo) ci raccontano da mille anni come aumentare questo potere rimbambente. E va bene così, intendiamoci. Ma bullarsene non ha senso. In campo sentimental-sessuale c’è ancora un rapporto tra i sessi talmente perverso, diseguale e “inefficiente” che ogni affermazione di successo deve tener conto del mercato malato della domanda e dell’offerta. Ragazze, ne riparliamo quando toccherà anche a noi guadagnarci la pagnotta e non basterà sbattere le ciglia.

4! La mamma è sempre la mamma

Ce n’è una sola, per carità, ma anche la pioggia è bagnata e se la tira molto meno. Vorrei sapere cosa aggiunge alle nostre vite di donne ribadire a ogni pie’ sospinto che abbiamo la predisposizione biologica al parto. Frequento madri felicemente snaturate (nel senso proprio che non rimarcano in continuazione che per natura sono diverse). Tutte hanno un rapporto invidiabile con i padri dei loro figli che –sorpresa!– fanno i padri e si vantano il giusto. Più le mamme fanno le smorfiose egocentriche più la gente scema farà irritanti complimenti ai padri che accompagnano i bambini a scuola o vanno a parlare con gli insegnanti, come se non fosse normale, naturale; e più ovviamente il soffitto di cristallo resterà impenetrabile al lavoro e nelle istituzioni, ma sarà stato un po’ anche colpa nostra, sappiamolo.

5! Distinguiamo i colori (e sappiamo abbinarli)

Ci sono tanti uomini che vedono in 16 bit come il Nintendo degli anni Novanta, è vero. Ma c’è un limite al fare le smorfiose che distinguono il glicine dal lilla: il limite del ridicolo. Ho lavorato tanti anni con graphic designer professionisti e vi assicuro che usare formule astruse come “carta da zucchero” oppure “guscio d’uovo” non fa di voi esperte di colori. Lo vedo dai commenti alle proposte creative che presento e valuto regolarmente con clienti o colleghi di altre funzioni: sui colori c’è la stessa abissale ignoranza che c’è sui caratteri tipografici, sull’uso delle immagini, sullo stile delle illustrazioni. Quindi, mie care, se non siamo Anna Turcato non parliamo di palette con nonchalance: potrebbero smascherarci facilmente.

6! Sappiamo fare lavatrice migliore del mondo

Quella delle faccende domestiche è forse la boiata più perniciosa di tutte. Non possiamo bullarci di un’attività che viene (giustamente) scansata da pletore di adolescenti sfaccendati che non riordinerebbero la loro stanza nemmeno per una paghetta tripla (dico spesso che intelligente come a 13 anni non sarò mai più: da allora è un lento ma inesorabile declino). Ci sarà un motivo se paghiamo chi ci fa le pulizie dieci euro l’ora in nero e una visita dal neurochirurgo 200 euro al minuto? Vi inebria far brillare l’argenteria? Bene! Vi invidio tantissimo: davvero! Ma zitte! Mute! Non gliene frega niente a nessuno. Se anche credete che fate meglio voi la lavatrice, fategliela fare lo stesso. Più spesso che potete! Se Parigi val bene una messa, la parità tra i sessi varrà ben un paio di mutandine di seta lavate a 90°.

7! Abbiamo un sesto senso che lèvati

Sarà. Sono contenta per voi, perché al solito io sono lessa e fessa e me ne tiro fuori. Non capisco le situazioni –specie tra le persone– quando ce le ho sotto il naso, figuriamoci se so prevederle. Ma ancora una volta mi sembra una capacità distintiva (o presunta tale) di poco valore. Può darsi che le donne in secoli di segregazione domestica abbiano sviluppato capacità di analisi dei dettagli e dei segnali non verbali, mentre i maschi eran fuori a guerreggiare. Ma se di quella capacità qualcosa è rimasto, usiamola e godiamone i frutti, senza strombazzarlo in giro. Quando si parte svantaggiati (io per dire sono femmina ex-extracomunitaria e saputella) bisogna avere grande consapevolezza delle armi utili per recuperare posizioni, e non disperdere le energie. Le parole costruiscono il pensiero (per Platone sono praticamente la stessa cosa!), e quello che diciamo –anche in occasioni informali e di relax– contribuisce all’opinione comune, anche se non ce ne accorgiamo. Dire una frase razzista fa di te un razzista. Reiterare luoghi comuni sulle donne porta i pubblicitari a reiterare il rosa e l’azzurro, perché li rende più certi di una sicura corretta interpretazione da parte dei loro pubblici. Cambiare tacendo (le boiate stereotipate) può essere più rivoluzionario di una petizione.

Ultima nota tecnica (forse già detta in giro per il web, non vogliatemene). C’era sicuramente almeno una pubblicità degli anni Novanta con un pannolino assorbente “più al centro per lei, più davanti per lui”, quindi ‘sto benedetto coso non è manco “rivoluzionario” né “unico” dal punto di vista del prodotto come sostiene lo spot. L’avranno capito anche in questo caso che le parole sono importanti?

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smancerie

Quante lagne: #backatwork

volpe

È strano non poter disporre del proprio corpo. È strano non poter comandare il proprio alluce come in Kill Bill: “big toe…”. Adesso la vorrei proprio apostrofare “Desna nogo! Perché non ti dai una mossa?”.

È proprio strano non poter disporre di tutto il proprio corpo. Siamo abituati a volerlo diverso: più bello, più tonico, meno peloso, gambe più snelle, pancia più piatta, pelle più abbronzata, rughe stirate. Oggi un uomo colla gonna ha definito “burqa di carne” la chirurgia estetica. Una definizione cruda di cui non condivido il tono paternalistico, ma BridgetJones ora è irriconoscibile e be’ un po’ di effetto lo fa.

Insomma è strano non disporre di un pezzo del tuo corpo e non poter fare quello che vuoi. La corsa, le ciaspole. Partire e sapere di poter arrivare. Un percorso ad anello, mamma che bello. Correre sul far della sera, quando quella torta nuziale di San Luca ti fa da faro. Pat pat pat pat e La lingua batte nelle orecchie.

Davvero, è strano e faticoso disporre del proprio corpo nella misura che decide lui: incompleta. Perché io poi non so bene come rattristarmi. Non riesco a precipitarci fino in fondo, alla tristezza. C’è qualche strana forza che sempre mi tira su. E mi fa parlare coi matti del bus pure mentre sto andando dal dottore. Perché io non sono la volpe. E non sono nemmeno l’orso, purtroppo. Io sono la stupida capra. Una capra zoppa.

capra

È strano non disporre del proprio corpo da un giorno all’altro. Che ti svegli una mattina e la forza e la sensibilità non sono le stesse e un motivo non c’è e se c’è nessuno lo saprà mai. O così dicono. E tu devi crederci perché non hai scelta. E invece scegliere è l’unica cosa che conta, l’unica in cui credi. Ho scelto io come e cosa sbagliare. Ho scelto di essere anche indeterminata pur di non essere determinata da altri, violenti.

La medicina per come è organizzata oggi non merita sempre la nostra fiducia. Ma tante volte non è che ci siano poi altre strade. In tutta questa confusione e fatica soprattutto mentale l’unico raggio di chiarore e chiarezza mi arriva dalle persone che ho la fortuna di conoscere. Che belli sono stati quelli e quelle che mi son venuti a trovare, che mi han chiamata persino contro la mia volontà, mi han trovato i numeri da comporre, mi han infilato cinni trilingue in casa, hanno portato ragù e polpettone mostrando scetticismo verso i maccheroncini di Campofilone sottili come capelli che invece col ragù sono sempre la morte sua, per fortuna. Mia zia Goga mi ha portato la marmellata di kiwi, per dire. Di kiwi!

È talmente strano non disporre per benino del corpo tuo tutto intero che non è mica facile abituarcisi. Biljana, è un po’ che non ci sentiamo, andiamo a camminare in montagna? Ma cert… oh no! Non sono programmata per stare male, nonostante un’adolescenza passata a letto pure nei giorni della gita scolastica a combattere la mia tonsillite cronica ma soprattutto la noia e l’insofferenza. Non sono arrabbiata e non sono nemmeno triste. Sono impreparata e smemorata. Ci vorrebbe una scuola per imparare ad accettare i propri limiti e la propria limitatezza. Ci vorrebbe la patente, ci vorrebbe.

cuore

 

Per i credits (e il senso) dei disegnini basta cliccarci sopra.

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smancerie

Pino, i tuoi veri fan ti salutano

Non ero una sua fan perché è una roba da appassionati e a me una passione non basta eccetera.
Non bisogna essere fan per capire la bellezza e la grandezza, e il legame dolceamaro con una città.
Sono (anche) di Bologna e abbiamo perso pochi anni fa Lucio Dalla: ci siamo capiti.
Nemmeno di Lucio Dalla ero fan, ma quando sento 4 marzo 1943 ho sempre i brividi, e La lingua batte ci fece una delle puntate più belle di sempre (fatevi un regalo e ascoltatela).

Quando muore qualcuno in tanti si lamentano dell’assalto ai social per dire la propria. Qualche volta diventa stucchevole, è vero.
In un attimo sembra quasi che tutti abbiano un aneddoto, che tutti l’abbiano amato, venerato, letto o ascoltato a seconda.
Ecco, quasi.
Fisiologicamente, ci sono i fan dell’ultima ora, quelli che salgono sul carro funebre, per così dire. Esistono, ma trovo sempe il modo per ignorarli.
Poi ci sono quelli per cui davvero se ne va con la persona un pezzo di sé e della propria storia. Sono queste persone a rendere non solo sopportabile ma unica e utile la mia tielle nei giorni in cui muore qualcuno.

Ieri ero a casa (sono spesso a casa in questi giorni, purtroppo). In tv qualche raro servizio delicato e di vero omaggio a Pino Daniele era affogato in altra robaccia, compresi dettagli clinici che per me non hanno alcun interesse. È morto e mi spiace; di che cardiopatia soffrisse voglio continuare a ignorarlo.

Insomma, su tv e media assibilabili sono abbastanza d’accordo con i contenuti (non con le virgole!) di questo pezzo uscito su Giornalettismo.
Per partecipare invece all’addio collettivo genuino mi taccio e mi godo tramite la mia tielle gli omaggi più belli e persino la migliore selezione di quel che vale la pena rivedere e riascoltare, anche da chi di norma non seguo ma che viene opportunamente segnalato.

Il rischio retorica in questi casi è sempre dietro l’angolo, ma il confine è spesso labile. Per dire, di norma un commento come quello che segue mi parrebbe esagerato, ma io l’ho trovato delicato e commosso (non conosco l’autore, è un RT di Iperbole):

C’è chi evidentemente non è del tutto fan, come me:

Ci sono i compagni di università che non vedi da anni ma che è così bello leggere:

La notizia viene data anche in altre lingue e altri alfabeti (purtoppo non parlo greco, ma si capisce, no?):

Ricordi privatissimi:

E ricordi pubblici…

…socio-politici:

La mia tielle è bella sempre, anche quando ci lascia qualcuno (niente autocitazioni a vuoto, e nemmeno tette):

Stamattina Vittorio si è svegliato così, e io ho pensato che sarebbe stato bello e struggente essere a Napoli adesso:

Insomma, non mi dà nessun fastidio leggervi:

E poi lo so che siete abbastanza forti da reggere anche questa:

Zbogom Pino, avevi dei fan fantastici.

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parole parole parole

Insonne per scelta

Cose che preferisco al dormire

Correre.
Mangiare chicchi d’uva.
Tutto ciò che di simpatico si fa a letto, tipo le parole crociate o Topolino quando stai male (ma solo se te li compra spontaneamente qualcuno che ami).
Cucinare.
Nuotare nell’acqua da fresca a freddina.
Salire sulla vetta di una montagna, con un percorso ad anello.
Scrivere a mano.
Partire, ma non fare i bagagli.
Tutto ciò che di bellissimo si fa a letto, tipo leggere libri belli con due cuscini dietro la schiena.
Bere tè.
Bere tisane, infusi, caldissimi.
Andare alle mostre belle e passare il dito sui prespaziati quando le spiegazioni sono particolarmente curate.
Scrivere a mano a qualcuno che non esiste ma invece sì, da 22 anni.
Bere birra: chissà perché i francobolli invece no.
Fare citazioni di nicchia ma pure popolari, e poi non spiegarle.
Ascoltare La lingua batte e ripromettermi di appuntarmi qualcosa citato nella puntata una volta rientrata dalla corsa e poi non farlo mai.
Essere indulgente con me stessa, più di un tempo.
Parlare a lungo con mia sorella.
Uscire con gli amici e a un certo punto della serata estraniarmi per guardarli “da fuori” e pensare Siete fantastici e poi non dirglielo mai.
Andare agli eventi, indossando il badge col mio nome.
Andare alle presentazioni da sola, sedendomi in prima fila e ascoltando tutto.
Internazionale.
Internazionale a Ferrara.
Le mura di Ferrara.
Il Po, persino.
San Luca da tutti gli angoli, e ancora ne scopro di inediti.
Rileggere qualcosa di scritto molto tempo prima e non trovarlo poi così male.
Andare in biblioteca.
Entrare in biblioteca senza idee e uscire con 3 libri e 32 denti di sorriso.
La Sentina.
Città Sant’Angelo e i suoi abitanti, che si chiamano angolani.
Il dialetto angolano, che non so parlare.
Il serbocroato, che so parlare ma non scrivere (bene).
Il precoce bilinguismo.
Biskupija.
Prendere il traghetto.
Prendere l’aereo.
Andare in bicicletta, a Bologna.
Ciaspolare, sull’Appennino.
Perdermi ma poi ritrovare il sentiero, sull’Appennino.
Raccontare di quando ci siamo persi sull’Appennino.
Dire “all’addiaccio”.
Dire “santi numi!”.
Fare complimenti a chi li merita.
Fare complimenti a chi merita incoraggiamento.
Andare al cinema, in Cineteca, a vedere film in lingua originale, coi sottotitoli.
Entrare in libreria e comprare esattamente quel libro per quella persona che festeggia qualcosa, avendoci bene pensato prima.
Azzeccare un regalo, specie se per mia sorella.
Andare all’opera, avendo (ri)letto più volte la trama.
Indossare le perle quando vado all’opera.
Fare colazione.
Stare sul balcone, immaginandolo terrazzo.
Andare al parco.
Mangiare qualcosa “col cucchiaio”.
Avere ragione.
Essere presa in giro quando ho torto.
Usare il mio bollitore.
I piccoli elettrodomestici.
Le banane.
Tutte le altre cose divertenti che si fanno a letto.
Più divertenti che dormire.

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mostovi

Eravamo 4 amici al Balkan

 

Ho imparato a camminare al Balkan. Un bar senza pretese ma con un giardino estivo sulla strada principale della città dove tutti e quattro siamo nati, “nello stesso ospedale” (chissà perché precisiamo spesso questo dettaglio, specie quando mi chiedono se uno dei miei due genitori sia italiano, o se mia sorella sia nata in Italia, circostanze entrambe non vere).
Il Balkan aveva delle sedie bianche in plastica finto vimini. I miei genitori e i loro amici le occupavano fino a tardi nelle calde sere d’estate, e c’ero io che non volevo andare a dormire mai, e che stavo buonissima perché sapevo che al primo capriccio avremmo preso la strada di casa e sarebbe così finito il divertimento.
Le sedie del Balkan erano stabili ma leggere. Almeno lo erano abbastanza da poterle afferrare per il telaio e trascinarne una in giro per la veranda a meno di un anno di età, rendendo meno traumatico il passaggio verso una posizione eretta stabile. Ho portato in giro per settimane una di quelle sedie, alternandola con la mano del più premuroso dei padri. Nelle estati successive ho continuato a godermi quelle piacevoli serate di chiacchiere e risa, finché è stato possibile.
Balkan nella mia memoria è ancora oggi prima di tutto un posto dell’anima. Solo in secondo ordine è la penisola che fa da polveriera all’Europa da secoli, e ogni tanto fatalmente esplode.
Mi stupisce e sconvolge che tanti amici amino i miei luoghi natale, le mie infinite ex patrie. Quasi tutti li ho conosciuti attraverso quel luogo di isolamento e solitudine e freddezza dei rapporti sociali che certuni chiamano “il mondo del web” come fosse un altro, che chissà con quale orbita gira attorno al Sole.
Con tutti loro –se esistesse ancora– mi siederei ai tavolini della veranda estiva del Balkan a condividere una Karlovačko e a scambiarci pareri fino a notte fonda.
Non essendo ciò possibile perché han fatto saltare in aria la polveriera negli anni Novanta del Novecento meno di un decennio dopo quei miei primi passi col supporto di una sedia, li saluto da queste pagine, e li ringrazio.

Aldo

Aldo è un uomo di confine. Iugoentusiasta con cognizione di causa, perché è sempre stato lì, a un tiro di schioppo (scusate…), prima durante e dopo la guerra. Per Aldo cenare in Slovenia non è più complicato che in tanti altri posti della sua regione, la più a est d’Italia, già in odor di Balcani.

Maresciallo Tito

Saša deve essere nato dalla parte sbagliata dell’Adriatico, non c’è altra spiegazione. Conosce ogni dettaglio della geografia, della storia, della musica e della gastronomia iugoconnessa. E sarà contento che lo chiami Saša, piccolo Aleksandar, ci scommetto.

Liza

La quota rosa di questa mia classifica predilige delle mie terre uno dei suoi prodotti migliori: lo sport, e nello specifico il basket. E come darle torto? Per capire qualcosa dello sport iugoslavo e molto delle guerre iugoslave consiglio sempre di guardare questo splendido documentario americano (segnalatomi da Vittorio, che ancora ringrazio per questo regalo).

Beppe

Un giurista torinese follemente innamorato di quel che c’è a est di Trst. Per me è un mistero. Ma un mistero piacevole che non voglio sondare. Gli piacciono i miei luoghi, la mia lingua. Così. Che bello è?

Frane

Francesco ha un incomprensibile profilo col lucchetto. Potete però leggere il suo libro. Per chi studia comunicazione è più utile questo testo di certi manuali general generici che sproloquiano di débrayage facendo esempi pescati sulla luna. Belgrado e Mostar sono testi (in senso semiotico) all’aria aperta, benissimo raccontati da una bella penna e da una bella persona.

Rodolfo

Quando sento che i giornalisti “di oggi” non hanno più voglia di consumare la suola delle scarpe sento ribollire il sangue nelle vene. Che cretinata. Rodolfo Toè consuma le sue suole sulle strade di Sarajevo, dove già fa un freddo cane.

Davide

Non solo studia i Balcani, ma ama parlarne e scriverne. Retuittatore entusiasta (vi ho avvisati), ma solo di quel che vale la pena leggere.

Ovviamente queste sviolinate valgano come FollowFriday. Perché la scorsa settimana Simone mi ha fatto questo imbarazzante scherzetto.

Nessuno può meritare una descrizione tanto impegnativa, ma questi GenteDaSeguireSuggeritaOgniVenerdì in forma più lunga e ragionata dei 140 caratteri canonici di PratoSfera mi son piaciuti molto. E allora ho ripescato questo post in bozza da molto e ve lo vendo come #FF. Furbissima, eh?

Ma io –poi– ho davvero l’accento bolognese?

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politiké

La scoperta della cooperazione (ma pure dell’acqua calda)

Un mio pezzo su La Rivista. Roba di volontariato intellettuale.

Non sto a copiare il testo, chi ha fegato lo legga pure alla fonte diretta: è lungo come una messa ortodossa cantata. Spiego solo che la Fondazione Barberini mi ha chiesto un contributo di riflessione sulla cooperazione (continuo a pensare che devo scrivere per bene cosa sia una cooperativa, come ho detto già altrove) e le giovani generazioni. Come al solito mi sono fatta prendere la mano.

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politiké

Che rumore fa il lavoro?

Questo post non sarà letto da nessuno, perché:

  • sarebbe meglio leggere anche il post che l’ha generato, che è già lungo come una messa cantata, e quindi sono due deterrenti in uno;
  • è a sua volta stimolato da un post che non ho citato non perché vigliacca ma perché detesto il litigio sterile – epperò il lettore Pietro se ne è accorto, che implicitamente citavo quell’altro post;
  • sono ormai passati mesi e l’argomento è freddo come un cappone del bollito riposto in frigo, anche se secondo me scaldato dal microonde del jobs act di cui poco ho studiato e capito;
  • è un finto dialogo tra me e il commentatore Pietro, cui non rispondo con un altro commento, ma direttamente con un post che prevedo già lunghissimo: e con questa ho ammazzato tutti i miei 24 lettori (non sarò mica all’altezza di Manzoni, no?).

Ma essendo un post su un post diventa un metapost: potevo mai io resistere alla tentazione di un metapost?
Pietro parla (anzi, commenta) e io rispondo passo passo, mesi e mesi dopo: una follia.

Non pratico il web 2.0 con familiarità, ma questa volta ci provo.
Non si preoccupi, Pietro. Tanto l’espressione “web 2.0” per fortuna sta esaurendo la sua funzione descrittiva e pure quella metaforica e assieme speriamo muoiano anche “popolo del web” e altre bizzarrie simili. Lei ha usato la funzione commenti di un blog nella maniera migliore, quella costruttiva. Sono onorata di questa scelta, torno a dirglielo con sincera gratitudine.

La seguo su twitter perchè mi pare abbastanza interessante quello che scrive.
Ecco, lei mi è già simpatico perché precisa “abbastanza” interessante, che mi pare davvero il massimo grado di interesse che una persona poco brillante come me possa suscitare. Io non la seguo perché sono pericolosamente vicina al 300, ma mai dire mai. (E non si dispiaccia, per carità.)

Sorvolo sulla polemica concerto utile/inutile.
Bene, come preferisce. E concordo: dai, potremo perder mai tempo sull’utilità o meno di un concerto?

Mi colpisce la sua affermazione mutuata da HoC “Riesci a immaginare di lavorare per più di due anni nello stesso posto?”. Come può ragionare sul mondo del lavoro di questo benedetto paese, partendo da questo pre-supposto?
Mah, caro Pietro. Non è mica tanto un presupposto. È un po’ la realtà. La mobilità lavorativa è aumentata, volenti o nolenti. A me tutto sommato pare stimolante cambiare dopo un po’ di anni (anni, mica mesi). E certo è bruttissimo dover cambiare perché costretti. Ma succede, meglio essere preparati.

I lavoratori (i 5 milioni grosso modo descritti da Daverio a Piazza Pulita) che incrementano il vero PIL italiano non si possono permettere di pensarla come lei.
Può darsi. Ma non è che io mi permetto di pensare così come fosse un lusso. Per me è stata ed è una strategia di sopravvivenza, l’unica che ho potuto attuare.

Sono persone che amano quello che fanno (le lacrime che scorrono sul viso degli operai senza più la fabbrica mentre descrivono “le merci” che producevano meriterebbero un piccolo “Furore” italiano) e che hanno un rapporto profondo con le ritualità del posto fisso, tanto vituperato.
Anche io ho amato i lavori che ho fatto, risparmiandomi forse le lacrime. Le ritualità del posto fisso mi sono estranee, ma non la gioia di uscire per andare al lavoro, per dare un primo senso alle mie giornate (non vivo per lavorare, ma il lavoro è tanta parte della vita quindi tanto vale viverselo al meglio).

Il grosso del PIL italiano viene prodotto da operai che non possono permettersi (non concepiscono) il dilemma posto fisso sì/no.
Non sono sicurissima che sia “il grosso” ma vivo in Emilia e sì ci sono ancora tante fabbriche con quel modello. Ma se il dilemma non è concepito cosa fa uno quando la fabbrica –per mille motivi– inizia ad andar male? Che se ne fa l’operaio del posto fisso di un’azienda che va male e probabilmente chiuderà?

Dall’altro capo del corno le masse operaie del capitalismo maturo anglosassone che operano in mercato dove non esiste (più) il posto fisso sarebbero ben felici di poterne usufruire.
Mah, caro Pietro. Probabilmente sì. Però, se così tanti quanti siamo di posti fissi non ce n’è, che si fa?

Vede, ho 57 anni e vivo da 39 grazie a un posto fisso. Sono di un’altra generazione rispetto alla sua. Non avendo avuto genitori che mi pagassero studi, libertà e ambizioni il posto fisso era (ed è) il prezzo che dovevo (e devo) pagare per inseguire i miei obiettivi. Questo mi differenzia da lei (non mi riferisco allo status sociale, sia chiaro).
Da extracomunitaria con un paese sfasciato alle spalle e donna (altra delle sfighe statistiche di questo paese) io non avevo altra scelta che investire sull’unico capitale posseduto –quel po’ di sale in zucca– e studiare e guardarmi in giro. All’università mi hanno aiutata molto e con ovvia fatica i miei genitori e un po’ il tanto vituperato stato, senza le cui borse di studio per reddito e merito io forse non avrei mai potuto laurearmi. Non mi sono mai risposta che l’unico modo per perseguire i miei obiettivi (ma quali, poi?) fosse il posto fisso, perché non ne ho incontrati tanti sulla mia strada, di posti fissi.

Nel 1977 quando ho cominciato a lavorare il terziario avanzato (creativo) non esisteva nemmeno come idea. Fuori dalle fabbriche dove coesistevano operai e impiegati a posto fisso di “altro” c’erano solo le stanze numerate dell’università (visitati per conferire con il docente). Il resto erano i palazzi milanesi (e un po’ torinesi) delle multinazionali della pubblicità, Cinecittà (con l’irragiungibile Centro Sperimentale), il palazzo in via Biancamano dell’Einaudi a Torino (più irraggiungibile del CSC), e non mi viene in mente nient’altro.
Caro Pietro, questo è forse il passaggio più toccante del suo lungo commento. Un altro mondo, un’altra Italia, che non esistono più. A parte la iugonostalgia, non sono una che rimpiange il passato, specie quello che non ha conosciuto. Quel che mi colpisce della sua descrizione è la nettezza delle scelte, la separazione tra le carriere, le strade diverse e divergenti che –una volta intraprese– segnavano il resto dei tuoi giorni. Oggi viviamo il paradosso di un po’ di promiscuità in più ma tanti posti di lavoro in meno. Non ci abbiamo guadagnato, ma non vedo cosa possiamo continuare a fare se non a cercare soluzioni, pretendendole magari da coloro che paghiamo per trovarle.

Noti che la voglia di essere “creativo” non era inferiore alla vostra di TQ (trenta/quarantenni). Cambia solo che allora, nel 1977, sapevo che non c’era altra strada che trovare un posto di lavoro “fisso” se volevo dare corso ai miei obiettivi.
Caro Pietro, TQ è un acronimo bizzarro ma gradevole (l’avrà capito che le parole mi appassionano). Però sono costretta a smentirla. Noi TQ non abbiamo particolare voglia di essere “creativi”. Tanto che molti TQ ancora sognano il posto fisso di cui tanto stiamo parlando. Anzi, non credo esista alcun TQ omogeneo. Se c’è qualcosa che invidio alla sua generazione –anche se forse non a lei in particolare– è proprio la capacità di coesione, di lotta per obiettivi comuni. Noi siamo delle schiappe da questo punto di vista. Siamo migliori sotto altri aspetti –la nostra è stata la prima generazione con una coscienza ambientalista decente–, ma di lotta sociale proprio non ci abbiamo capito un tubo.
Non colgo il collegamento tra il posto fisso e gli obiettivi di vita, mi perdoni: nemmeno ai suoi tempi. A ogni modo, qualsiasi possano essere gli obiettivi di vita di chi cerca lavoro oggi, di sicuro sperare nel posto fisso per perseguirli è una strada tutta in salita.

Le pongo la seguente domanda sapendo che la storia, piccola o grande non si fa con i “se”: lei oggi rischierebbe un “posto fisso” (con tutto quello che ne consegue) nel tentativo di concretizzare i suoi obiettivi? Non mi risponda che oggi non c’è lavoro eccetera; lo so da me.
Guardi, Pietro: non lo so. Ho fatto anche scelte bizzarre nel mio ormai neanche tanto breve percorso di lavoro. Ho detto di no a una grande azienda qualche anno fa, perché avevo iniziato da poco un lavoro che poi mi ha regalato anni di gioie e dolori, senza mai pentirmene. Ho lasciato un lavoro per rimettermi a studiare, dopo aver vinto una insperata borsa per un master: è stato strano e difficile tornare a non guadagnare, nonostante non pagassi la retta ho fulminato i risparmi. Non so se rischierei il posto fisso per i miei obiettivi (ma le andrebbe, caro Pietro, di spiegarci a che tipo di obiettivi pensa?), so di sicuro che lascerei un posto fisso da cui non avessi più niente da imparare, perché il mercato del lavoro non sa che farsene di competenze rachitiche e invecchiate; lo lascerei se presagissi gravi difficoltà economiche della mia impresa, e se ritenessi il management assolutamente incapace di gestire le difficoltà: capita, no?

Quello che apprezzo nel suo post sono le considerazioni sulla pochezza della formazione (scuole e università) in questo benedetto paese. Ma se questa pochezza fosse la risposta (sbagliata) a una domanda posta dal mercato?
Eh sì, è così.

Forse l’altra domanda sarebbe la seguente: perchè una massa enorme di “gggiovani” (e relative famiglie) ha deciso da una trentina di anni a questa parte che il lavoro o è creativo o non è? Certo, certo le cose vanno così perchè il capitalismo avanzato eccetera eccetera. Ma resta la domanda.
Non so che gggiovani frequenta lei, caro Pietro, ma non conosco nessuno che creda che il lavoro o è creativo o non è. Le dirò di più. I tanti creativi che ho avuto modo di conoscere lavorando nel settore vivono il loro lavoro con assoluta normalità (e ci mancherebbe altro, aggiungo).

Il lavoro gentile signora (o signorina) oggi in questo benedetto paese non è più. Punto. E i sindacati sono orfani sopratutto di cultura del lavoro. Come tutti noi. Il resto è noia.
Ma a parte sbadigliare che si fa?

 

La foto l’ho scattata io e riproduce il modellino di un enorme demenziale monumento di San Benedetto del Tronto, quasicitazione di un verso di Dino Campana, che aveva usato “fabbricare” al posto di “lavorare”: tutto un altro senso.

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