politiké

Che rumore fa il lavoro?

Questo post non sarà letto da nessuno, perché:

  • sarebbe meglio leggere anche il post che l’ha generato, che è già lungo come una messa cantata, e quindi sono due deterrenti in uno;
  • è a sua volta stimolato da un post che non ho citato non perché vigliacca ma perché detesto il litigio sterile – epperò il lettore Pietro se ne è accorto, che implicitamente citavo quell’altro post;
  • sono ormai passati mesi e l’argomento è freddo come un cappone del bollito riposto in frigo, anche se secondo me scaldato dal microonde del jobs act di cui poco ho studiato e capito;
  • è un finto dialogo tra me e il commentatore Pietro, cui non rispondo con un altro commento, ma direttamente con un post che prevedo già lunghissimo: e con questa ho ammazzato tutti i miei 24 lettori (non sarò mica all’altezza di Manzoni, no?).

Ma essendo un post su un post diventa un metapost: potevo mai io resistere alla tentazione di un metapost?
Pietro parla (anzi, commenta) e io rispondo passo passo, mesi e mesi dopo: una follia.

Non pratico il web 2.0 con familiarità, ma questa volta ci provo.
Non si preoccupi, Pietro. Tanto l’espressione “web 2.0” per fortuna sta esaurendo la sua funzione descrittiva e pure quella metaforica e assieme speriamo muoiano anche “popolo del web” e altre bizzarrie simili. Lei ha usato la funzione commenti di un blog nella maniera migliore, quella costruttiva. Sono onorata di questa scelta, torno a dirglielo con sincera gratitudine.

La seguo su twitter perchè mi pare abbastanza interessante quello che scrive.
Ecco, lei mi è già simpatico perché precisa “abbastanza” interessante, che mi pare davvero il massimo grado di interesse che una persona poco brillante come me possa suscitare. Io non la seguo perché sono pericolosamente vicina al 300, ma mai dire mai. (E non si dispiaccia, per carità.)

Sorvolo sulla polemica concerto utile/inutile.
Bene, come preferisce. E concordo: dai, potremo perder mai tempo sull’utilità o meno di un concerto?

Mi colpisce la sua affermazione mutuata da HoC “Riesci a immaginare di lavorare per più di due anni nello stesso posto?”. Come può ragionare sul mondo del lavoro di questo benedetto paese, partendo da questo pre-supposto?
Mah, caro Pietro. Non è mica tanto un presupposto. È un po’ la realtà. La mobilità lavorativa è aumentata, volenti o nolenti. A me tutto sommato pare stimolante cambiare dopo un po’ di anni (anni, mica mesi). E certo è bruttissimo dover cambiare perché costretti. Ma succede, meglio essere preparati.

I lavoratori (i 5 milioni grosso modo descritti da Daverio a Piazza Pulita) che incrementano il vero PIL italiano non si possono permettere di pensarla come lei.
Può darsi. Ma non è che io mi permetto di pensare così come fosse un lusso. Per me è stata ed è una strategia di sopravvivenza, l’unica che ho potuto attuare.

Sono persone che amano quello che fanno (le lacrime che scorrono sul viso degli operai senza più la fabbrica mentre descrivono “le merci” che producevano meriterebbero un piccolo “Furore” italiano) e che hanno un rapporto profondo con le ritualità del posto fisso, tanto vituperato.
Anche io ho amato i lavori che ho fatto, risparmiandomi forse le lacrime. Le ritualità del posto fisso mi sono estranee, ma non la gioia di uscire per andare al lavoro, per dare un primo senso alle mie giornate (non vivo per lavorare, ma il lavoro è tanta parte della vita quindi tanto vale viverselo al meglio).

Il grosso del PIL italiano viene prodotto da operai che non possono permettersi (non concepiscono) il dilemma posto fisso sì/no.
Non sono sicurissima che sia “il grosso” ma vivo in Emilia e sì ci sono ancora tante fabbriche con quel modello. Ma se il dilemma non è concepito cosa fa uno quando la fabbrica –per mille motivi– inizia ad andar male? Che se ne fa l’operaio del posto fisso di un’azienda che va male e probabilmente chiuderà?

Dall’altro capo del corno le masse operaie del capitalismo maturo anglosassone che operano in mercato dove non esiste (più) il posto fisso sarebbero ben felici di poterne usufruire.
Mah, caro Pietro. Probabilmente sì. Però, se così tanti quanti siamo di posti fissi non ce n’è, che si fa?

Vede, ho 57 anni e vivo da 39 grazie a un posto fisso. Sono di un’altra generazione rispetto alla sua. Non avendo avuto genitori che mi pagassero studi, libertà e ambizioni il posto fisso era (ed è) il prezzo che dovevo (e devo) pagare per inseguire i miei obiettivi. Questo mi differenzia da lei (non mi riferisco allo status sociale, sia chiaro).
Da extracomunitaria con un paese sfasciato alle spalle e donna (altra delle sfighe statistiche di questo paese) io non avevo altra scelta che investire sull’unico capitale posseduto –quel po’ di sale in zucca– e studiare e guardarmi in giro. All’università mi hanno aiutata molto e con ovvia fatica i miei genitori e un po’ il tanto vituperato stato, senza le cui borse di studio per reddito e merito io forse non avrei mai potuto laurearmi. Non mi sono mai risposta che l’unico modo per perseguire i miei obiettivi (ma quali, poi?) fosse il posto fisso, perché non ne ho incontrati tanti sulla mia strada, di posti fissi.

Nel 1977 quando ho cominciato a lavorare il terziario avanzato (creativo) non esisteva nemmeno come idea. Fuori dalle fabbriche dove coesistevano operai e impiegati a posto fisso di “altro” c’erano solo le stanze numerate dell’università (visitati per conferire con il docente). Il resto erano i palazzi milanesi (e un po’ torinesi) delle multinazionali della pubblicità, Cinecittà (con l’irragiungibile Centro Sperimentale), il palazzo in via Biancamano dell’Einaudi a Torino (più irraggiungibile del CSC), e non mi viene in mente nient’altro.
Caro Pietro, questo è forse il passaggio più toccante del suo lungo commento. Un altro mondo, un’altra Italia, che non esistono più. A parte la iugonostalgia, non sono una che rimpiange il passato, specie quello che non ha conosciuto. Quel che mi colpisce della sua descrizione è la nettezza delle scelte, la separazione tra le carriere, le strade diverse e divergenti che –una volta intraprese– segnavano il resto dei tuoi giorni. Oggi viviamo il paradosso di un po’ di promiscuità in più ma tanti posti di lavoro in meno. Non ci abbiamo guadagnato, ma non vedo cosa possiamo continuare a fare se non a cercare soluzioni, pretendendole magari da coloro che paghiamo per trovarle.

Noti che la voglia di essere “creativo” non era inferiore alla vostra di TQ (trenta/quarantenni). Cambia solo che allora, nel 1977, sapevo che non c’era altra strada che trovare un posto di lavoro “fisso” se volevo dare corso ai miei obiettivi.
Caro Pietro, TQ è un acronimo bizzarro ma gradevole (l’avrà capito che le parole mi appassionano). Però sono costretta a smentirla. Noi TQ non abbiamo particolare voglia di essere “creativi”. Tanto che molti TQ ancora sognano il posto fisso di cui tanto stiamo parlando. Anzi, non credo esista alcun TQ omogeneo. Se c’è qualcosa che invidio alla sua generazione –anche se forse non a lei in particolare– è proprio la capacità di coesione, di lotta per obiettivi comuni. Noi siamo delle schiappe da questo punto di vista. Siamo migliori sotto altri aspetti –la nostra è stata la prima generazione con una coscienza ambientalista decente–, ma di lotta sociale proprio non ci abbiamo capito un tubo.
Non colgo il collegamento tra il posto fisso e gli obiettivi di vita, mi perdoni: nemmeno ai suoi tempi. A ogni modo, qualsiasi possano essere gli obiettivi di vita di chi cerca lavoro oggi, di sicuro sperare nel posto fisso per perseguirli è una strada tutta in salita.

Le pongo la seguente domanda sapendo che la storia, piccola o grande non si fa con i “se”: lei oggi rischierebbe un “posto fisso” (con tutto quello che ne consegue) nel tentativo di concretizzare i suoi obiettivi? Non mi risponda che oggi non c’è lavoro eccetera; lo so da me.
Guardi, Pietro: non lo so. Ho fatto anche scelte bizzarre nel mio ormai neanche tanto breve percorso di lavoro. Ho detto di no a una grande azienda qualche anno fa, perché avevo iniziato da poco un lavoro che poi mi ha regalato anni di gioie e dolori, senza mai pentirmene. Ho lasciato un lavoro per rimettermi a studiare, dopo aver vinto una insperata borsa per un master: è stato strano e difficile tornare a non guadagnare, nonostante non pagassi la retta ho fulminato i risparmi. Non so se rischierei il posto fisso per i miei obiettivi (ma le andrebbe, caro Pietro, di spiegarci a che tipo di obiettivi pensa?), so di sicuro che lascerei un posto fisso da cui non avessi più niente da imparare, perché il mercato del lavoro non sa che farsene di competenze rachitiche e invecchiate; lo lascerei se presagissi gravi difficoltà economiche della mia impresa, e se ritenessi il management assolutamente incapace di gestire le difficoltà: capita, no?

Quello che apprezzo nel suo post sono le considerazioni sulla pochezza della formazione (scuole e università) in questo benedetto paese. Ma se questa pochezza fosse la risposta (sbagliata) a una domanda posta dal mercato?
Eh sì, è così.

Forse l’altra domanda sarebbe la seguente: perchè una massa enorme di “gggiovani” (e relative famiglie) ha deciso da una trentina di anni a questa parte che il lavoro o è creativo o non è? Certo, certo le cose vanno così perchè il capitalismo avanzato eccetera eccetera. Ma resta la domanda.
Non so che gggiovani frequenta lei, caro Pietro, ma non conosco nessuno che creda che il lavoro o è creativo o non è. Le dirò di più. I tanti creativi che ho avuto modo di conoscere lavorando nel settore vivono il loro lavoro con assoluta normalità (e ci mancherebbe altro, aggiungo).

Il lavoro gentile signora (o signorina) oggi in questo benedetto paese non è più. Punto. E i sindacati sono orfani sopratutto di cultura del lavoro. Come tutti noi. Il resto è noia.
Ma a parte sbadigliare che si fa?

 

La foto l’ho scattata io e riproduce il modellino di un enorme demenziale monumento di San Benedetto del Tronto, quasicitazione di un verso di Dino Campana, che aveva usato “fabbricare” al posto di “lavorare”: tutto un altro senso.

Standard
téchne

www mi piaci tu, nuovo Internazionale

Sono stata, anche quest’anno, a Internazionale a Ferrara. Sono rimasta incantata dalla presentazione del loro nuovo sito, e vi dico perché per me dovrebbe piacervi.

È bellissimo. Come il suo giornale, del resto. Come il logo di Internazionale, ridisegnato apposta per il lancio del sito web. Una sola font, Lyon come la città francese, per tutti i testi, dai titoli agli occhielli, dal corpo dell’articolo su carta a ogni sezione del web, senza soluzione di continuità.

È un progetto progettato. Voglio dire, davvero. Con un inizio, un lancio, una evoluzione (già prevista) di circa tre anni, step intermedi. E misurazioni, valutazioni, scelte, scommesse (il reportage! l’eliminazione dei commenti! la scomparsa dei contatori di tuit e like!).

È pensato. Nulla è stato lasciato al caso. Alle domande superspecifiche dei lettori di Internazionale presenti in Sala Estense (ricordatemi di buttarmi nell’editoria rosa disimpegnata, se nella prossima vita farò la direttrice di testata) Giovanni De Mauro ha sempre risposto Ci siamo interrogati a lungo su questo aspetto, e alla fine abbiamo deciso che…

È amatissimo. Da chi l’ha voluto, da chi l’ha pensato, da chi ha coordinato il progetto, da chi come quella gran càrtola di Mark Porter ci ha lavorato come fornitore. Dalla redazione al gran completo che era presente, compresi quelli che –ce ne sono, ne son certa– amano l’odore della carta. Perché lo sanno che del web non si può fare meno, e allora tanto vale farlo bene.

In conclusione, due note.

.prima.

Perché italia.it non è stato fatto (e voluto, e pensato, e ragionato, e progettato, e amato) così? Perché quello che si può permettere un piccolo settimanale indipendente italiano non può permetterselo l’ente turistico dell’ex prima destinazione vacanziera mondiale, paese europeo di sessanta milioni di abitanti?

.seconda.

Lo amatissimerete anche voi, prevedo.

 

La foto è di me stessa medesima, scattata su suggerimento di Ines e Giulia per festeggiare che all’ottava edizione persino quei burberi dei ferraresi han pian pianino adottato il festival più bello che c’è.

Standard
smancerie

Quello che amo di noi, e degli altri noi

Amo gli italiani

Quando parlano di cibo mentre mangiano, e possono andare avanti per ore.

Quando interpretano con ragionevole flessibilità certe regole, e ti dicono comprensivi E che sarà mai! oppure Per tanto poco! o ancora Fossero questi i problemi!

Quando enumerano tutti i modi in cui si dice “gomma da masticare” o “strofinaccio da cucina” o “marinare la scuola” lungo la penisola (e nelle isole, certo).

Quando dicono che già a cinque chilometri si parla un dialetto sensibilmente diverso dal loro.

Mi guardano diffidenti alla mia convinta derisione della regola Bagno solo dopo tre ore, perché certi divieti ti entrano nella pelle come dopo un pasto troppo agliato.

Lamentano d’esser ostaggi del vaticano, ma poi tutti sono battezzati comunionati cresimati, pur confondendo l’Immacolata concezione con l’oggetto dell’Annunciazione.

Quando bevendo un espresso scadente commentano “A ‘sto punto mille volte meglio il caffè che mi faccio con la moka di casa!”.

 

Amo i miei iugopopoli

Quando mangiano qualcosa col cucchiaio e poi satolli di gulaš o zuppe varie esclamano Ah, non c’è niente di meglio che mangiare col cucchiaio!

Guardano lo sport, quasi ogni sport, tutti gli sport che a me piacciono, e ne parlano come fosse in quel momento questione di vita o di morte.

Quando usano per “mano” e “braccio” la stessa parola —ruka— ma poi per dire “mangiare chicchi d’uva” si bullano di potersi servire di un unico verbo apposito: zobljati.

Fingono di sapere qualcosa della religione cui dicono di appartenere, senza sapere nulla della spinosa questione detta filioque (né ovviamente che fosse un pretesto bello e buono per lo scisma).

Si scannano tra di loro da oltre vent’anni, ma poi parlano “na naški”, la “nostra” lingua.

Quando bevendo un espresso scadente commentano “A ‘sto punto mille volte meglio il caffè turco che mi faccio con la cuccuma a casa!”.

Standard
smancerie

Quello che ho imparato quest’anno

10413808_655635514530613_932206463_n

Settembre is the real Capodanno. A me settembre mette una malinconia pazzesca. E difatti non ho mai fatto né farò ora propositi. Ma è stato un anno lunghissimo. Un anno inteso da settembre a settembre. Mi è successo di tutto, ma non ho voglia di parlarne ora. Quello che voglio raccontare —e già ne avevo voglia da un po’— è cosa e soprattutto come ho imparato. Tante volte la vita mi sorprende. Quelle volte è bellissimo.

Sono tutta gialla

Al primo Freelancecamp a cui ho partecipato (che era poi il primo in assoluto), l’energia di Roberta Zantedeschi mi aveva colpito come una secchiata d’acqua gelata in faccia (io adoro l’acqua fredda). Ci aveva parlato di colori che riescono a descrivere come stai al mondo (e come stai al lavoro), e ne ero stata affascinata. Ma non ero certa che fare un percorso di quel tipo potesse servirmi a qualcosa. Ebbene, i miei dubbi erano infondati. Presa da un’insolita intraprendenza (si vede che ne avevo davvero bisogno) ho chiamato Roberta dicendole più o meno Credo di voler comprare una tua consulenza. Senza minimamente insistere —anzi, accertandosi più volte d’aver capito di che avessi bisogno— mi ha spiegato il funzionamento, il costo, i risultati che avrei avuto. Neanche così ero certa di quello che stavo comprando, ma mi sembrava che lo scopo dichiarato (saperne un po’ di più di se stessi) facesse proprio al caso mio. Ho risposto a un questionario lunghissimo, seguendo l’istinto, il sentimento e un po’ di ragione. Dopo qualche giorno ho ricevuto un report, in italiano e in inglese (all’estero questi dossier sono ben valutati in fase di selezione) e già ero stupefatta dell’esattezza di certe descrizioni e della profondità e utilità di certe analisi. Ma il valore maggiore l’ho colto nel colloquio di restituzione con Roberta e Andrea, che sono di una bravura stellare, e assieme fanno faville. Non ho concordato –ovviamente– queste righe con nessuno dei due, né li ho avvisati che ne avrei scritto. Se sentite di aver bisogno di capire meglio come agite sul lavoro e quali sono i vostri punti di forza, un’occhiata a Pakarangi io la darei. Poi mi direte di che colore siete, e se andate d’accordo con i gialli… ;)

Scriv(iam)o a mano

Quando ho sentito la prima volta dell’esistenza di #scriviamoamano ho pensato Che stronzata radical chic! (Papà, lo so che non sta bene usare le parolacce, ma è per fedeltà di cronaca: mi perdoni?) Poi siccome ne hanno parlato benissimo persone con cui condivido tanti giudizi sul mondo (Alessandra in primis), mi sono presa un giorno dal lavoro (non pagato), mi sono iscritta alla prima data bolognese disponibile (pagando) e mi sono regalata una delle giornate formative più belle di sempre. Ora, non so se proprio tutti potrebbero restare fulminati sulla via di damasco della ri-scrittura, ma se vi siete sempre chiesti per quale assurdo motivo alle elementari ci insegnassero a fare la a con un cerchio aggiungendoci però una zampetta davanti “affinché non cascasse” (?!) questo è il corso che fa per voi. Io che scrivo a mano da sempre e non ho mai smesso (prevalentemente tenendo un diario sconclusionato dal 1992 che per di più ha un nome proprio), ho re-imparato a scrivere, trovando finalmente una logica e una deliziosa efficienza nella mia scrittura a mano, che si è fatta più “scientifica” ma restando appunto “mia”. È il regalo più bello che la bravissima Monica Dengo potesse farmi. Di questo corso magnifico aveva già ottimamente scritto Roberta, quindi la chiudo qui, e vado a comprare l’inchiostro per la stilografica e qualche pennarello giapponese…

 

Lasciarsi bene è quasi più importante che trovarsi (autocit.)

Qualcuno potrà pensare che io sia esagerata quando parlo della fortuna sfacciata che ho nel conoscere persone splendide e molto migliori di me. Qualcuno sbaglia. E mai come quest’anno gli amici tra i più cari che ho hanno dimostrato di essere persino migliori di come io li ritenessi, eventualità che quasi non credevo possibile. Lo han fatto perdonandosi a vicenda, e perdonando in primis se stessi. Lasciarsi è sempre dura. A me è capitato in ambito professionale, e forse non avrei gestito con più lucidità di quel che potessi sperare questo faticoso processo, se non avessi seguito quasi contemporaneamente le loro vicende intrise degli stessi sentimenti contrastanti: ammissioni, cambiamenti, indisponenza, commozione, ira, analisi, comprensione, perdono. La vita professionale e quella personale sono oggi così connesse che magari le distingui, ma poi i sentimenti che le governano finiscono per assomigliarsi tremendamente. Col vantaggio però di poter imparare la lezione nell’una e trasferirla all’altra, e viceversa.

La perfezione non esiste, e il web è panta rei

Sono così fortunata che una mattina ero all’Archiginnasio (che già è una gran bazza) e contemporaneamente ascoltavo le parole alate di Miriam, che è una formatrice brava e pacata. Col suo sorriso disarmante a un certo punto fa “Non vi sto certo suggerendo di fare pasticci, ma ricordate che sul web almeno non si ha l’ansia del Visto si stampi, e si possono fare piccole migliorie man mano; ergo: non procrastinate, fate!”. Ora, io non sono per niente perfezionista. Però sono spesso non abbastanza soddisfatta di me, compresi i miei scritti. E mi tengo i post in bozza per un tempo irragionevolmente lungo. Quando capita, penso al sorriso di Miriam, chiudo e pubblico.

 

Standard
bloggheggiando

Acqua fresca

Warning: post acido (ma c’è pure tanto amore)

Ne parlo perché ne ho una giocosa occasione. Però —concedetemelo— di norma non ne parlo, perché appena apro bocca su argomenti siffatti quel che ne esce è solo un poderoso e sincero sbadiglio.

Le polemiche mi interessano poco da sempre, e così quelli che si lamentano di quelli che si crucciano di quelli che si lagnano della campagna #IceBucketChallenge mi interessano meno di zero.
Però, certo, gli interrogativi sull’opportunità, l’etica e l’efficacia della campagna restano, e sono invece di notevole interesse, personale per ciascuno abbia a cuore la ricerca medico-scientifica, e pubblico per la ricaduta sulla società.

Ho letto riflessioni lucide, analisi profonde o considerazioni fulminanti (in genere su Twitter).

Come sempre, nel calderone della polemica che aggrava la mia già cattiva occlusione mandibolare per eccesso di sbadigli, si mescolano anche acume e valore civico, tra l’altro perfettamente distinguibili, basta selezionare i propri canali e abbassare al minimo il rumore di fondo. Non è difficile. Se ce la faccio io che sono fessacchiotta e anche un po’ pigra, tutti ci possono riuscire.

E invece Michele Serra non ci riesce, e non perché non ci prova. Ma perché non ne avrebbe nemmeno bisogno. Dice di non essere sui social (no, lui parla di “sommo piacere dell’assenza” confermandoci che l’elzeviro vive e lotta in mezzo a noi), ma poi sa tutto su questo “autogavettone benefico” e sul “coro di suocere in servizio permanente” che avrebbe l’ardire di criticare il chi e il come, fino a ridurre “il web” (coll’articolo determinativo) in un amplificatore di “lavate di capo”.

Ora, Serra scrive da una vita e lo sa fare con grande maestria, ma quel che mi chiedo io è: Ma lui che ne sa? Perché, se lì dentro non c’è, si sente in dovere di parlarne dondolante appeso tra due alberi? Se “il web” è tanto esecrabile, perché mai il suo giornale di giornalista (il mio ex giornale di lettrice) riempie paginate e paginate delle peggiorni scemenze de “il web”, dei gattini che lo commuovono, dei video che lo scandalizzano (che permaloso, questo “il web”), delle fotogallery che ne fanno il giro?

La polemica di Serra è poca cosa di per sé (Alla gggente non gli va mai bene niente e criticano pure la beneficienza? Ma va?!), ma diventa ancor più irritante perché arriva da chi non sa di cosa parla, con una supponenza che in altre epoche mai avrebbe perdonato a certi interlocutori tromboni.

Quindi se la mia amatissima amica Alice condivide l’Amaca io non posso fare a meno di pensare che vale molto più un suo qualsiasi post sul neonato blog (prepararsi all’Opera, per citare l’ultimo, delizioso) di mille Amache reazionarie che nulla ci possono spiegare perché nulla hanno indagato mai su “il web”, godendo per autonoma ammissione di “sommo piacere dell’assenza” a cui non possiamo che rispondere: #esgc.

Alla fine mi sono fatta la mia doccia gelata (confesso, adoro fare le docce fredde: non è stato un grande sforzo), e questo post non aggiunge niente di intelligente a quanto è stato scritto sull’argomento da chi ha saputo farlo meglio. Quello che è certo –per me– è che su “il web” c’è nelle nicchie giuste un senso di responsabilità e di approfondimento maggiore che in tante stanze dei bottoni e in redazioni (che immagino polverose) di giornali che hanno insegnato a tutti noi (o almeno a me) a leggere, ma che non hanno da un pezzo più niente da dire.

Screen shot 2014-09-01 at 10.29.37 PM

Standard
parole parole parole

Tutte insieme appassionatamente

Qualche giorno fa Alessandra ha parlato di passioni a State of the net. Guardatela e ascoltatela (qui), vi pagherò da bere se ve ne pentirete. Mi aveva fatto delle domande per avere il corpus scelto su cui costruire il suo serrato confronto e racconto sulle passioni e su internet che ce le fa vivere meglio, al netto dell’information overload (addirittura c’è gente che scrive libri sull’argomento…). Riporto qui le mie risposte e frammenti delle mie tante passioni, ché una sola no, non mi basterebbe mai.

1. Hai una o più passioni?

Temo di avere (quasi) tutte le passioni, che forse equivale a non averne alcuna. “Le passioni degli altri” è una formula che mi ha folgorata fin dal primo momento che un tal Gianluca (dubito tu lo conosca…) l’ha coniata. ;) Le passioni degli altri sono quelle che lascio sviluppare loro, e poi io me ne prendo solo la dose che mi interessa. Di più non ci sta, ma non per pigrizia. Semplicemente, mi toglierebbe spazio per altre passioni. Amo sfinirmi di passeggiate in montagna, ma adoro anche il mare. Vado al cinema due volte alla settimana, ma sospendo le sessioni in sala da maggio a settembre, perché stare al chiuso quando posso stare fuori a farmi una birretta a un tavolino all’aperto mi sembra un’eresia. Mi piacciono le lingue, a partire dalla mia linguamadre italiana, ma non farei mai la linguista. Sempre meglio un’antologia di una monografia.

2. Che posto occupano nella tua vita?

Le mie tante passioni occupano gli spazi liberi della mia vita e del mio tempo, senza gravi accavallamenti. Nessuna –mai– ha occupato ogni singolo minuto libero concentrato in un breve lasso di tempo. Mai passato un mese intero a seguire solo una passione: roba da appassionati. Le mie passioni sono trasversali, diluite in lunghi tempi, o brevi ma comunque conviventi con altre di pari grado. Una passione che certamente ha accompagnato tutta la vita è stata la lettura, ma io non la calcolo mai. “Leggere” non è una passione. “Leggere tutta la serie di Game of thrones in un mese e mezzo con gli occhi sanguinanti” forse sì, ma non è roba che fa per me. E soprattutto leggere è una passione di cui è davvero squallido vantarsi, come se non si leggesse per puro piacere, per infinito godimento personale.

 3. In che modo Internet ha cambiato – se l’ha fatto – il tuo modo di vivere le tue passioni?

Internet è il massimo per vivere le passioni degli altri, per carpirne quel tanto che mi basta per passare alla passione successiva. Il meglio della musica, del cinema, dello sport, di qualsiasi altro argomento mi arriva già semilavorato, sezionato e selezionato, talora antologizzato. Pesco i fiori seminati dagli altri con passione, senza rubare loro nulla e anzi provocando un compiacimento di cui sono la prima a stupirmi. “Chiedimi info su questo gruppo quando vuoi, mi fa davvero piacere” mi ha scritto spesso il mio spacciatore di musica dopo i miei sentiti ringraziamenti per l’ennesima segnalazione di un album da bacetti. Per non parlare delle conversazioni sulla lingua con la Crusca o con quelli de La lingua batte, il programma radiofonico più bello che c’è. Senza internet col cavolo che potrei guardarmi i mondiali di pallamano, una passione difficile da vivere in un paese in cui è uno sport minoritario. Con lo stesso spirito con cui faccio tutto il resto, corro. Per me, senza app che mi cronometrino, godendomi il piacere della fatica e la buona musica segnalatami o un podcast de La lingua batte (che non avrei forse mai scoperto se non grazie @alicebrignani). Ma quando leggo tuit dei matti che bazzicano attorno @runlovers spesso penso “Non diventerò mai assatanata così e forse non lo voglio nemmeno, ma ora anziché guardarmi un’ora di House of cards mi metto le scarpette e vado a farmi una corsetta, ai miei ritmi e con la mia musica”. Spesso le passioni degli altri ti spronano se non altro a muovere le chiappe. Grazie internet, vivevo bene anche quando non c’eri, ma preferisco così.

Ripensandoci forse una vera passione ce l’ho. Amati, amatissimi badge…

Standard
mostovi

Poplave pop (alluvioni e altre disgrazie)

Foto di @tompeter da altri disastri europei

L’Europa affonda e l’Europa non lo sa. In Europa le acque di fiumi esondati travolgono uomini e terre e l’Europa guarda le devastazioni da lontano, un po’ come quando in Europa si sparavano tra di loro e l’Europa diceva che avevano l’odio nel sangue e che erano guerre di religione.

Le alluvioni in Bosnia, Croazia e Serbia (in salvifico ordine alfabetico) sommergono case e cose ma almeno fanno emergere ancora una volta le contraddizioni di un continente ambientalmente fragile, geograficamente unico, culturalmente ricco e politicamente diviso.

A poco è valso alla Croazia essere oggi il 28esimo Stato dell’Unione Europea (non dell’Europa, ma dell’Unione Europea: la differenza è chiara, vero?), visto che a quanto pare chiederà gli aiuti per l’alluvione del secolo assieme a Serbia e Bosnia, che nell’UE ci entreranno –forse– solo tra molti anni. Quello che non ha potuto la passione antimilitarista e antinazionalista di tantissimi cittadini dei tre paesi hanno potuto le devastazioni dei giorni scorsi. È rinata una sorta di Iugoslavia della solidarietà palustre, in cui tutti aiutano tutti, in cui la piccola Macedonia manda cibo e altro di prima necessità ai grandi vicini per ricordare la mobilitazione nazionale per il terremoto di Skopje nel 1963. Una vita fa.

Questa solidarietà vive sul web solo dopo esser circolata sulle strade dissestate e nei campi allagati, tra una iugonostalgia finalmente non fine a se stessa ma utile e pragmatica, il solito humor balcanico agrodolce tendente al nero, e l’ambientalismo consapevole di chi vive in simbiosi con la natura da sempre. Perché i Balcani sono così: terre fragili e selvagge con una natura prorompente, piccoli villaggi e cittadine più che grandi metropoli, ove anche chi è nato e cresciuto in città ha sempre un “selo” (borghetto di campagna) ove tornare.

Riporto qui un compendio minimo tradotto e commentato di quel che succede a pochi chilometri dai nostri confini, per ascoltare quelle voci che sempre ci parlano, ma che nel 1991, poi nel ’92, fino al ’95 e poi ancora nel ’99 abbiamo ascoltato distrattamente, convinti forse che l’Europa non fosse abbastanza Europa per essere considerata dall’Europa.

Il territorio

Che sia dallo spazio o dal livello del mare, lo scenario è desolante.

Gunja (vicino Vukovar, in Croazia): senza parole.

La Sava (marrone) che entra nel bel Danubio blu: impressionante.

“Solidarietà, coraggio, tristezza e abbracci.” Niente da aggiungere.

“Golubac è l’unica città in Serbia che abbia un sistema permanente di difesa dalle alluvioni. L’unico!”
In un paese con tanti fiumi non è una scelta saggia. Certo che anche in Italia…

 

I numeri magici

1003 è il numero magico per gli SMS: tantissimi lo hanno scritto OVUNQUE: “Già che stai fermo al semaforo, manda un SMS al 1003”.

“Affinché la mucca del vicino sopravviva manda un SMS al 1003!”

E la storia finisce anche bene: “Sapete quella mucca che si è salvata salendo sulle scale, che tutti avete condiviso? Le hanno portato da mangiare!”

 

Fratellanza e unità

“Ok, la vecchia Iugoslavia s’è sfasciata, ma servirebbe che per queste catastrofi si formasse un piano di intervento per l’intera regione. Siamo troppo piccoli per combattere da soli queste calamità.”

“Chi nemmeno dopo tutto questo ha capito che tra gli uomini esiste solo la divisione tra uomini e merde, nemmeno un asteroide in testa l’aiuterebbe.”

“Ehi, Vučić, sei il migliore. Ora via, lasciaci in pace a fare il lavoro per il quale ti paghiamo.”

“Ci sarà il tempo per la rabbia e per lo scaricabarile. Prima sopravvivere.”

 

Gli angeli del fango

“La squadra dei volontari da Paracin nelle zone più colpite della città.”

 

Sportivi e altri famosi

“Dall’alluvione è riemersa la Iugoslavia” e “Lunga vita ai popoli della vecchia Iugoslavia.”

Tanta bellezza al lavoro.

Solidarietà alle terre del basket.

E il campo da basket si fa campeggio.

“Ringraziate ancora un po’ e chiamate re gente che della Serbia se ne frega” (e ricicla foto di campagne precedenti).

Invece i veri VIP (il mio gruppo croato contemporaneo preferito) aiuta davvero: “Ogni prodotto (degli aiuti) marcate con la lettera H per evitare che finiscano in vendita!”

 

Non ci resta che ridere

“Anche il Compagno Maresciallo vuole aggiungere qualcosa: Ora dopo queste alluvioni vi è chiaro che è più utile avere il piano Difesa e protezione che il Catechismo a scuola?”

 

Per aiutare dall’Italia

Le indicazioni migliori sono ancora una volta da Osservatorio Balcani. Quindi, ancora una volta: hvala.

Standard
politiké

Chi non salta persino peggiore è

Regalatemi un po’ di certezze, perché non ne ho. E le certezze invece sono tanto consolatorie, fanno quel teporino dentro come la borsa d’acqua calda d’inverno. Che infatti non uso. E un po’ quindi me la cerco, avete ragione. Non ho ricette, dubito su tutto. Del passato rimpiango davvero poco, per mia sana e robusta costituzione rivolta fieramente al futuro, ma del presente biasimo l’immobilismo della mia generazione e una palese incapacità di scuoterci.
Allora non me la sento di criticare chi eppur si muove, chi salta su e giù per ore spalla a spalla con altri disgraziati, anche se sul palco si susseguono artisti mediocri, oratori di basso livello, stupratori di Calvino.

Prestatemi qualche certezza, ché temo di non averne più. E magari spiegatemi voi che siete bravi perché le rappresentanze dei lavoratori dovrebbero trovare risposte imprenditoriali (?!) ove la politica non le ha mai manco cercate. Litigo da anni con i miei più cari amici sul posto fisso che non solo non esiste più ma che io non voglio proprio (“Riesci a immaginare di lavorare per più di due anni nello stesso posto?” è una battuta un po’ estrema ma che mi ha colpito di House of cards.) Però non è che la classe lavoratrice non esiste più, eh. Tanto che c’è ancora chi la sfrutta, chi la deride, chi cerca di metterne in discussione i diritti. Sono per il lavoro duro e per l’impegno, ma sento anche tanto la mancanza di una abitudine alla discussione politica di alto livello, che sappia guardare al di là del mio naso. Per questo odio la retorica di quelli che si chiamano cittadini e dicono ognuno vale uno. Al Parlamento non ci voglio uno come me, ma uno tanto tanto meglio di me. A darmi spunti di analisi, a suggerirmi una visione io non ci voglio uno come me, ma uno meglio, perdiana!

Allora datemene un po’ delle vostre certezze, le mie devo averle smarrite. Al concerto del Primo Maggio (mi rifiuto di usare quell’orrido accrescitivo, perché temo di essere snob) ci sono andata una volta sola, perché temo di essere snob. Non fu una gran edizione, ma fu una bella giornata. Vivevo ancora in provincia, non lavoravo ancora e non sapevo che lavoro volevo fare. Non sapevo nemmeno che università avrei fatto, figuriamoci. E nessuno mi ha poi aiutato a fare una scelta oculata in quel senso. Ecco, questa è una di quelle richieste da fare a gran voce. Fate un orientamento decente, santi numi! Impegnatevi, impegniamoci. Chiediamolo a gran voce. Non vogliamo (solo) le lavagne elettroniche, vogliamo che i liceali di oggi soffrano un po’ meno di quanto abbiamo patito noi nella scelta degli studi universitari. (Alla fine a me è andata pure bene, ma del tutto a caso: e col caso non si governa il futuro dei paesi.)

Dei decenni passati, raccontati nei pochi film che lo han fatto bene, mi affascina la pervasività della politica come esercizio di dispiegamento del pensiero. Le lotte operaie e studentesche erano uno scenario affascinante di incontro tra il reale e tangibile (sfruttamento, ineguaglianze, cattive condizioni di vita e di lavoro) e la filosofia politica che leggeva avvenimenti e casi specifici con le lenti di categorie durature e innegabili.
C’era tanta ingenuità, per carità. Strappa un sorriso Lo Cascio ne La meglio gioventù quando dice alla figlioletta “Il bisogno di comunismo?! Sara, tu quando senti queste stronzate non devi credere a una sola parola.” (più o meno, cito a memoria). Ma se negli anni Sessanta e Settanta leggevano Marx senza capirne molto, cosa leggiamo noi senza capirne molto? Baricco? (È il primo nome che m’è venuto e non lo cancellerò.) Sono finite le ideologie ma son finite pure le idee. E la capacità collettiva di fare analisi di qualità, profonde.

Troppo facile prendersela con migliaia di più o meno giovani che riempiono una piazza, accusandoli di combatterre battaglie non loro con le inutili armi del vino nello zaino e dei cartelli giganti Larino c’è (dopo un decennio ancora ti ritengo molesto, chiunque tu sia). Chi gliel’ha spiegato che il lavoro è cambiato, e che tutto sommato per certi versi ciò è anche un bene? Abbiamo presente il livello infimo della nostra televisione, quello bassissimo dei quotidiani italiani? E noialtri geniacci cosa abbiamo fatto per aiutare gli altri a cercare un punto di vista diverso? Io ho parlato qualche volta via DM con un oggi quasiventenne in gamba e intelligente che mi aveva chiesto qualche dritta quando doveva iscriversi all’università, dati i miei studi e la città dove vivo (A.D. 1088). Ma è ben poca cosa, no? E poi forse alla fine ho fallito, dato che s’è iscritto lo stesso a Comunicazione, anche se io l’avevo avvertito che la strada era in salita e niente affatto battuta.

Cosa dovremmo fare noi che del posto fisso ne facciamo volentieri a meno per migliorare la disastrata situazione generale ma pure la nostra personale? (Ho ben più di trent’anni e zero risparmi e un’otturazione dal dentista mi mette in crisi.) Consigliare a tutti di lavorare nel web? Di “inventarsi un lavoro”? Ma a scuola insegnano l’autoimprenditorialità? Non mi pare. Qualcuno indaga a fondo le attitudini di ciascuno a fare mestieri specifici, oltre che a eccellere in fisica teorica anziché in greco antico? Magari! Come stupirsi allora di pletore di ventenni che faranno mestieri che non li soddisferanno sognando in più situazioni contrattuali anacronistiche di cui si potrebbe fare a meno se concentrassimo i nostri sforzi in richieste parasindacali (“para” perché al momento non rivendicate da alcun sindacato) utili a tutti quelli che potrebbero stare meglio considerate le risorse disponibili?

La nostra incapacità di interpretare la realtà è il vero termometro di una sconfitta culturale, dell’appiattimento ideologico. Il capitalismo ha vinto, poi è entrato in crisi irreversibile e forse sta morendo, ma ha fatto in tempo a lasciarci in eredità non il pensiero unico, bensì l’assenza di pensiero. Il livello dialettico è scarso nelle piazze mediatiche come in Rete, ove pure io mi sento benissimo. Così diventano paradigmi osannati di fine analisi socioeconomica i vari Coglioni NO e compagnia andante. Anche queste (troppe) righe scritte a cavallo di vacanze ponti e rari giorni in case con la tv sono poca cosa, e tradiscono la mia natura di ragazza degli anni Novanta, il decennio buio della storia contemporanea, quando ancora si moriva di droga e ancora non ci si drogava di internet: un vuoto pneumatico.
Neanche io sono un’economista. Ma ho il sospetto che non tutti possiamo lavorare nel terziario avanzato. Anzi! Ho la certezza che non tutti vogliamo lavorare nel terziario avanzato. Credo che lo scollamento tra le aspirazioni delle persone, l’analisi (inesistente) delle loro reali attitudini e capacità e la possibilità vera di assorbire forza lavoro da parte della nostra economia sia la colpa più grave di una classe dirigenziale non solo politica che già di responsabilità pesanti ha un sacco e una sporta.

Favoritemi qualche certezza, mi hanno educata a coltivare il dubbio pur nata in una dittatura (anzi, sapete cosa potrei dirvi…). La scomparsa di una dimensione collettiva della discussione politica è stata una grande perdita. (Avete notato quanto in Rete parliamo di Rete e quanto poco di economia reale? E no, lo scontrino da 80 euro non vale.) Conosco, frequento e lavoro con imprenditori, alcuni bravi altri meno. Non li vedo come “il nemico”. Non in prima battuta, almeno. Da cooperatrice, in fondo un pochino (un pochino: nonno, perdonami!) sono imprenditrice anche io. Ma che dobbiamo essere tutti imprenditori di noi stessi mi pare un falso storico, psicologico e sociologico. Questa sì che è ideologia, sì che è propaganda. Anche perché poi leggi l’ultimo editoriale di De Mauro su Internazionale e verifichi che la lotta di classe non muore perché assume semplicemente altre forme (l’ho link-ato, leggetevelo, è un bel pezzo).

Se siete così generosi da regalarmi qualche certezza, siate anche così magnanimi da non offendervi se non le accetterò. Le certezze, ognuno deve avere le sue. Io poi vivo bene anche senza. La situazione però è grave e a me dispiace tanto non già che non ci incontriamo per crogiolarci nei rispettivi dogmi, ma per condividere i dubbi che abbiamo in comune.
E ora: su le maaaniiii!!!

Standard

biljana_sottacqua

Non è da me farmi fotine tanto sceme. Ma il Freelancecamp mi galvanizza e tira fuori la mia parte più giocosa. Ho rilasciato un’intervista alla mia laica trimurti (Alessandra, Miriam, Gianluca, cui dedico il più grato e affettuoso dei miei pensieri). Ma voi leggete le altre interviste che sono ovviamente migliori. Ci vediamo a Marina Romea il 24 e 25 maggio!

fotine

Glu glu glu

Immagine
parole parole parole

Piove

 

Lo so che non dovrei scriverti.
Che la mia lista di roba da fare è più lunga d’una messa cantata.
Ma fuori piove e qui hanno acceso i neon.
E io odio la pioggia, ma soprattutto odio i neon.
Perché sono brutti e stupidi.
Luce bianca violenta che ti piove addosso e fa tutto triste.
Come la pioggia, appunto. Che viene giù senza chiederti il permesso.
E guardo fuori dalla finestra altissima. E vedo una lunga striscia di palazzo rosso.
E contro l’intonaco le sferzate oblunghe della pioggia battente.
E allora ti scrivo contro ogni senso, prendendomi del tempo aggrappandomici con le unghie.
Come quando tenti di afferrare un’arancia che cade, che cade lo stesso ma ne graffi la buccia e sprizza del profumo nell’aria.
Il profumo degli agrumi dalla buccia sul termosifone. Frammenti di un’altra vita così lontana, quando ti ho conosciuta e ho iniziato a scriverti.
Non ho mai smesso perché mi tieni compagnia.
Col tempo ho avuto sempre più bisogno di te, ma perché ho preso ad amarti alla follia, non per altro.
Non ti amo perché ho bisogno di te, ma l’esatto contrario.
Come la volpe, mi hai addomesticata. O l’ho fatto io, non so.
E quando piove ti scrivo più spesso, più intensamente.
Ti cerco perché la pioggia mi fa triste. Ma il neon di più. E riempie tutto di bianco scialbo da obitorio.
Proprio prima parlavo di vita malsana. E girare in bici nel traffico cittadino è davvero un paradigma bizzarro, unione di libertà di movimento e stress da smog e rumore.
Però poi se nonostante piova ti posso scrivere va tutto meglio.
Tu mi ascolti come fai da tanti anni. Ecco. Mi ascolti più che mi leggi.
Sei lì con le orecchie tese e quel tuo sorriso bellissimo sulle labbra.
Perché io che urlo sempre, quando ti scrivo sussurro.
Anche ora che si sente la pioggia scrosciare e le tastiere tichettare.
Per questa attenzione pluriennale io ti ringrazio.
Per ascoltarmi sempre, per perdonarmi tutte le volte che.
Per consolarmi quando piove, quando accendono il neon, quando mi fanno del male e soprattutto quando me lo faccio da sola.
Per le orecchie tese e il sorriso aperto, grazie.

Standard
bloggheggiando

Con la cultura si mangia (e si beve il caffè)

Questo blog non fa di me una blogger. Non mi definirei blogger nemmeno se questo fosse un blog famoso. In generale, amo poco definirmi. Tanto che ho scelto una professione che puoi dire solo con lunghe perifrasi. Epperò siccome le mille attività in cui mi butto mi portano a conoscere persone splendide, ho ricevuto un gradito invito come blogger dalla splendida Alice. Questo post non è una marchetta perché tanto non le so fare. E tutto quello che scriverò lo direi di persona a chiunque.

La ragazza con turbante arriva a Bologna e io lo scopro chiacchierando per caso durante una pausa pranzo fuori (le pause pranzo fuori mi permettono di vedere persone che altrimenti quasi mai e le amo per questo). La ragazza con turbante l’ho sempre chiamata così perché così era riportata sull’Argan usato al liceo, prima che l’uscita di quel mediocre film (che ha già dieci anni!) ponesse l’attenzione su quell’orecchino di perla che in effetti è molto bello.

Proprio a quel pranzo scopro subito che una enorme azienda bolognese del caffè è main sponsor di questa tappa italiana del celebre dipinto che se ne va in giro per il mondo unicamente perché il museo che di solito lo ospita e custodisce, il Mauritshuis all’Aia, è chiuso per irrimandabili lavori di ampliamento e adeguamento. “La prossima occasione si ripresenterà tra 500 anni” ci dice giustamente il curatore della mostra a Palazzo Fava (Palazzo Fava: che meraviglia! Uno scrigno prezioso in pieno centro a Bologna).

Bologna sarà l’unica tappa europea di questo viaggio de La ragazza con turbante negli Stati Uniti e in Giappone. Oh, a me piace vedere Bologna alla fine dell’elenco Tokyo, Kobe, San Francisco, Atlanta, New York. È sufficiente questo per smuoverci dal nostro provincialismo? Ma no, dai. Però va bene che venga. Cosa c’entra questa mostra con la trascuratezza che affligge i nostri altri tesori? Ma che ci dia una sveglia, semmai! (Per dire: gli orari di chiusura 21 0 22 utili anche ai lavoratori non sono male, eh).

A me le polemiche sterili fanno sbadigliare. Ma tanto. Certo che è interessante riflettere sul potere di attirare le masse di una singola opera mediaticamente pompata. (Ricordo benissimo quando La ragazza con turbante non era ancora conturbante e con la perla, quadro tra i tanti tra le pagine spesse dell’Argan.) Ma c’è bisogno di darle della barbie, di dire che non abbiamo bisogno di lei perché abbiamo già tutto, di dire che non è un’icona votiva da portare in processione? (Mostre, Daverio, si chiamano mostre: le opere si spostano e questo spostamento si chiama “mostra”.) Non è nemmeno snobismo, è idiozia, è disperata voglia di continuare a essere al centro della scena. Se questi sono gli “intellettuali”, scusate ne faccio a meno.

Ho visto quel quadro all’Aia con un’amica amatissima. Anche lì era affollato, anche lì era caldo e con il ronzio dei condizionatori a disturbare. Pensare di godersi l’arte a questi livelli in tranquillità e pace è una pia illusione. O una fortuna che capita a chi fa il divulgatore d’arte in tv e le opere se le vede a musei chiusi (ma che poi no: mentre stai filmando col regista, il trucco e le luci in faccia mica te le godi… però magari le sbirci in una pausa e le guardi un po’ meglio, dai. Non lo so. Non faccio la divulgatrice in tv). Tra i due personaggi intervenuti a gamba tesa sull’opportunità di questa mostra di uno ho sempre avuto stima e dell’altro mai nessuna. Però entrambi scontano l’ossessione di restare aggrappati a quel po’ di fama di cui hanno evidentemente bisogno e che fa perdere loro il contatto con la realtà.

A Bologna ci sono tesori nascosti e meno conosciuti di quel che meritano. A me il Compianto sul Cristo morto mette i brividi ogni volta che ci porto qualcuno in visita nella mia città d’adozione e d’elezione. Ma che c’entra questo con l’opportunità di una mostra che fa tappa a pochi metri dal gruppo scultoreo straordinario di Niccolò Dall’Arca, che magari qualcuno andrà poi a vedersi dopo il turbante diventato orecchino di perla? Dai, su. Non sono certo le mostre in più a danneggiare il nostro patrimonio storico e artistico. Saranno semmai i soldi e le attenzioni in meno. Saranno le poche ore di storia dell’arte alle medie e alle superiori, chissà perché sempre cenerentole tra le materie, manco non fossimo in Italia.

Siam sempre lì: ne abbiamo talmente tanta da non sapere che farcene. Da non riuscire a goderne appieno, a valorizzarla. A farci i soldi, persino. Come aveva scritto Camilla in un eccelso post di qualche tempo fa, può essere una maledizione. E quando viene citata in un film italiano, prima il film viene snobbato, poi invece lo candidano all’oscar e tutti a ripensarci. Che male può fare La ragazza con turbante a tutta la nostra Grande Bellezza dopo il tanto male che le facciamo sempre noi?

Standard
mostovi

Lavoro vecchio fa buon brodo*

Ho un nuovo lavoro. Evviva. Ma ho anche un vecchio lavoro. Evviva, evviva. Così dico Ho un nuovo incarico, che fa un po’ ridere ma almeno evito che la gente chieda Ma allora hai lasciato Kitchen?! Perché ho sempre raccontato la mia agenzia come un luogo bellissimo per lavorare. E lo è ancora. E sono contenta di essere ancora qui. Ma anche il mio nuovo lavoro/incarico è una stupenda scommessa, che mi sta facendo imparare una valanga di nozioni nuove. Mi sento una spugna. Di come andrà questo esperimento avrò modo di riflettere. E per quanto mi fidi poco delle prime impressioni, ne ho già collezionate un monte. Di questo primo periodo schizofrenico in cui passo mezza giornata da una parte e l’altra mezza dall’altra parte ho collezionato alcune impressioni che non voglio dimenticare. Eccole, non esaustive e in ordine sparso.

Conclave

κ Ho da sempre le chiavi del mio vecchio ufficio. Entro, esco. Al sabato, nei rari pomeriggi di compere, ci mollo le sporte se poi voglio restare in giro in centro. Se voglio finire un lavoro di domenica pomeriggio non devo chiedere. L’ufficio è la mia, la nostra casa. Amata e odiata come tutti i posti dove passi un sacco di tempo.

ρ Nel nuovo ufficio suono come un ospite qualsiasi. Al citofono qualche volta chiedono di identificarmi, altre volte danno il tiro e basta. È strano. (Ma è anche bello. Detesto usare le chiavi, sono una scampanellatrice indefessa.)

Signorina Sotuttoio

κ Io e i miei colleghi storici abbiamo profili diversi (ci sono i creativi, gli amministrativi, i webqualsiasicosa), ma condividiamo un vastissimo background comune. Un lessico condiviso sterminato. Prepara gli esecutivi, controlla la ciano, facciamo una ricerca di anteriorità, stampa i layout. Io parlo, loro capiscono e rispondono; e viceversa. È bello, è utile, è efficiente.

ρ Con i miei nuovi compagni di viaggio non condivido nemmeno la nazionalità, in taluni casi. Che poi pure io a nazionalità sono un casino, e quello è il problema minore. Ho dovuto spiegare che no, non ho competenze artistiche e grafiche di alcun tipo. Pian piano imparano a inquadrarmi, e mi fanno domande cui rispondo con piacere. Ne faccio tante anche a loro, che sono bravissimi e superorganizzati, è un piacere farmi contaminare su temi di economia e politica internazionale.

Camera cafè

ρ Nel nuovo ufficio c’è la macchinetta automatica del caffè, quella ad armadio. Quella brodaglia mi buca lo stomaco, ma ho comunque preso la chiavetta, di base perché la segretaria superpiù mi terrorizza e mi pareva brutto dire di no. Non ci vado mai, alla macchinetta armadio. Ma sento i colleghi che ci chiacchierano davanti, come Luca Nervi e Paolo Bitta.

κ Nel vecchio ufficio abbiamo la moka. Anzi, due. La domanda, da sempre, è la stessa. Faccio la grande o basta la piccola? Quel rituale dell’apertura, dello svuotamento, sciacquo, e riempimento con nuova miscela è un segno di pausa, cura e pazienza. Ti faccio un caffè? quando un collega è un po’ abbattutto è una grande dichiarazione d’amore. Di moka.

Mezzogiorno di fuoco

ρ Nel nuovo ufficio siamo tanti. Troppi e con orari troppo diversi per poter pensare di pranzare tutti assieme contemporaneamente. Chi esce, chi va a casa, chi si porta la schiscetta (che termine meraviglioso, schiscetta). Sembra tutto caotico, in realtà è fluido e rodato.

κ In Kitchen abbiamo da sempre onorato il nome della nostra agenzia, cucinando nella cucina della Cucina piatti semplici e salutari, sempre deliziosi. Risotti con zucca o radicchio, paste dai mille condimenti colorati, zuppe di legumi e cereali, insalate con le verdure della cassetta bio che arriva ogni martedì mattina. In tanti anni non sono mai rimasti i piatti nell’acquaio, dopo. C’è sempre chi riconosce lo sforzo di chi ha cucinato per tutti e lava pentole e quel che c’è. Mi pare una gran cosa.

Il signor Porter e io

κ La mia storica agenzia offre servizi di comunicazione, e io seguo alcuni dei progetti che nascono dall’inizio alla fine. La comunicazione è il prodotto e sono in prima linea con soci, collaboratori, clienti e fornitori.

ρ Roncucci&Partners è una business consultancy che aiuta le imprese italiane a internazionalizzarsi per crescere e restare competitive su un mercato che è globale e sempre più complesso. Io sostengo la mia nuova impresa impostando la comunicazione istituzionale e aiutando i miei nuovi colleghi a curare una comunicazione di progetto più efficace. Sono una funzione trasversale, di supporto. La circostanza mi piace e mi fa riflettere.

Sarà impegnativo, ma sono contenta.

* Questo titolo è brutto come ogni azione di copywriting scaturita dalla mia testa poco brillante. Non vuole essere irrispettoso, anzi. Il brodo è la pietanza nazionale di dove sono nata, ed è buonissimo. L’ho scritto mentre il post era in bozza pensando di cambiarlo, ma poi non l’ho fatto. Mi affeziono ai titoli, pure se sbagliati, come mi affeziono ai posti di lavoro meravigliosi, pure se poi li tradisco a metà per imparare qualcosa di nuovo.

Standard
parole parole parole

Sulla Drina, un ponte

Ho chiamato questo blog Most prima di leggere Il ponte sulla Drina, si vede che era destino. Perché non ho letto prima Il ponte sulla Drina? Non lo so. Eppure tanti me lo avevano nominato, non necessariamente avendolo letto. Oppure lo so. Non ho letto Il ponte sulla Drina perché era doloroso, come tutto il resto.

Il ponte sulla Drina è uno dei libri più straordinari mai letti in vita mia. I libri letti in vita mia sono sempre meno di quelli che avrei voluto, ma non sono nemmeno così pochi.

Quando un libro fai fatica a definirlo, a incasellarlo, a mettergli un’etichetta e financo a paragonarlo a qualche altro, o è un capolavoro o è una schifezza. Che siamo nel primo caso non lo dico io, lo disse l’Accademia di Svezia che a Ivo Andrić ha assegnato il Nobel per la letteratura principalmente per quest’opera grande.

(Non) è un romanzo, (non) è una cronaca, (non) è un testo storico, (non) è un’epopea. È tutto questo, e di più. E lo so che sembra una scappatoia definirlo così, ma davvero è una scatola lucente di racconto, analisi, previsione, riflessione antropologica. E –aspetto notevole per un libro uscito nel 1945– sembra scritto l’altro ieri. Da uno davvero bravo, l’altro ieri.

Che lingua, gente, che uso sapiente. Nella mirabile traduzione di Dunja Badnjević (dunja vuol dire mela cotogna, non è bellissimo?), Il ponte sulla Drina si legge con una immediatezza che mette in pace col mondo. Al terzo capitolo mi ero già pentita di non aver avuto fiducia nelle mie capacità e nella prosa di Ivo e di non averlo approcciato in serbocroato. Ma ormai non potevo più staccarmene, e aspettare di reperirne una versione in lingua originale era impensabile.

Ma pure il titolo, che finezza. Andrić ha scritto nel 1925 Il ponte sulla Žepa. Che noioso! direte voi. Niente affatto. Il titolo originale di questo è Most (!) na Žepi. Invece Il ponte sulla Drina è in realtà Na Drini, ćuprija. Quell’inversione è da brividi, e ćuprija è parola di origine turca, perché quel ponte, quel “most” fu voluto da un visir quando Višegrad –la cittadina dove succede tutto quel che è raccontato– era parte insignificante dell’Impero Ottomano, al suo massimo splendore e all’apice della sua durezza e crudeltà.

Ci ho messo tanto, a leggerlo. Me lo sono gustato. L’ho sorseggiato. Come una scemetta, ne scrivevo alcune citazioni che mi sembravano universali su Twitter. Credo che Lisa ne abbia retuittati il 95%, a occhio. Ma non fidatevi della mia scelta di frammenti. Leggete questo libro, perlamiseria! È imperdibile per ogni europeo. È il casino, è il vero melting pot, siamo noi.

Non ci sono moltissimi iugonomi e iugoparole in genere in questo post. Ma se avete dubbi sulla pronuncia c’è sempre il post ad hoc, qui

Standard

Il primo dicembre io esco a vado a votare CONTRO.

CONTRO i froci.

Perché i froci non esistono in natura, come la plastica, gli occhiali e gli aerei.
È una cosa contro dio e contro natura. Se dio avesse voluto che volassimo avremmo tutti avuto un biglietto aereo o ci avrebbe regalato un aereo alla nascita. Per questo io non prendo più l’aereo e non sono frocio né niente.

Ed è una malattia, lo sapete? I froci sono malati. Sì sì sì. E la malattia si cura così li possiamo picchiare. Pure i malati di tubercolosi gli dai due ceffoni e non hanno più la malattia, perché è colpa loro se hanno avuto la tubercolosi. Eh sì.

E sapete cosa? Io voterò CONTRO anche perché quella signora tanto elegante ha detto con una bella voce tranquilla (con le manine congiunte) che dobbiamo votare CONTRO i froci, sapete, eh? Perché lei crede in dio, lei è una vera credente. E in nome di dio MAI sono state compiute violenze. E se lei crede in dio allora è così e basta, è di sicuro nel giusto.

Persino Gesù ha detto Ama il prossimo tuo. Tranne se è frocio! Altrimenti ti piacerà e pure tu diventerai frocio.

E ricordate. È una malattia!

(Domani andrà a votare PRO la Croazia peggiore, l’esatto opposto di quella che avevo incontrato a Bruxelles. Per questo domani voterei CONTRO. Il testo non è mio, ma la mia traduzione di questo spassoso intervento in croato di Ivan Šarić.)

mostovi

Primo dicembre contro

Immagine
mostovi

Tra Natale e Santo Stefano (ci sono 15 giorni)

A Bologna ci sono già le luminarie di Natale. Anche nella vostra città, non dite di no. Se nella vostra città non ci sono ancora le luminarie, non vivete in Italia. O siete molto distratti e non vedete le luminarie che ci sono già.

11247558_400472336818992_941739755_n

Ljubljana, ex iugoslavia molto ex, un anno fa

Dopo tutti questi anni, vivo ancora il Natale come qualcosa che mi riguarda poco. L’imprinting familiare è più forte di tutta la pubblicità dell’orrida televisione italiana, dei film natalizi che tornano più puntuali del solstizio, della messa di mezzanotte che mi toccava quando frequentavo gli scout. Il Natale non è roba mia.

Babbo Natale in realtà è Nonno Gelo e porta i regali a tutti i bambini (i bambini sono buoni per definizione) la notte del 31 dicembre, a Capodanno. La festa di tutti. Perché il Natale discrimina, il Capodanno no. Eh. Scusate se mi ripeto, ma la SFRJ stava avanti. Talmente avanti, che hanno ricacciato tutto ciò che la componeva indietro di qualche decennio.

Da piccola, con la scusa che avevo due Natali finivo per non festeggiarne davvero nessuno. Tanto c’era Capodanno. Da grande, ripeto esattamente lo stesso schema. Solo, con un po’ di consapevolezza in più.

Tutte le volte che posso provo a stare con la mia famiglia il 7 gennaio, data del Natale ortodosso. Il Gesù è lo stesso, la stalla anche, ci sono il bue e l’asinello e pure i Magi. È lo stesso evento. La colpa dello sfasamento non è attribuibile al Bambino, insomma, ma unicamente a Gregorio Ottavo che cancellò un paio di settimane sul finire del Cinquecento per far tornare certi calcoli astronomici e i popi ortodossi non la presero benissimo e continuarono a usare il calendario giuliano.

Quindi il Natale ortodosso è sfalsato di due settimane. E così Santo Stefano e l’Epifania. A Halloween qualche spiritoso su Twitter si chiedeva se i bambini serbi potessero uscire a fare Dolcetto o scherzetto? o se dovessero aspettare due settimane. (Adoro l’umorismo balcanico, ha sempre una toccante nota triste/disfattista/malinconica/misantropa/autodistruttiva.)

Ma io questo Natale ortodosso lo amo proprio perché riesco spesso a stare con la mia famiglia stretta (grazie ai miei colleghi per questo giorno extra che mi hanno concesso spesso e volentieri). Non ha un significato religioso. Immagino che questo valga anche per molti italiani rispetto al 25 dicembre. Però per molti di questi molti c’è almeno un retaggio di lettere al Bambin Gesù o a Santa Lucia qualche settimana prima (il 13 dicembre, mi pare: che confusione). A me manca anche questo minimo aggancio.

Una volta alle elementari ci fecero scrivere la lettera dei regali. A parte che per una bambina socialista chiedere dei regali per sé scegliendoli era una bizzarria anche un po’ blasfema, io non sapevo proprio che pesci pigliare. Ma a Gesù o a Dio? chiesi a un’amica. Tanto sono la stessa Persona! fece lei che già andava a catechismo. Massimamente confusa, scrissi questa letterina che principiava con Caro Dio, e proseguiva suppongo in modo altrettanto sconclusionato.

L’ho capito dopo che non è che in Iugoslavia non avevamo il Natale. Anzi, ne avevamo due! Solo che erano privati e non pubblici. Se uno voleva, li festeggiava. Se no, no. E noi di solito no, o almeno non in modo vistoso. Invece le feste di tutti, quelle erano in grande stile. Il Giorno della Repubblica, 29 novembre. Capodanno, con l’albero di Capodanno (un abete con le palle rosse, sì). Il Primo Maggio, LA festa (il lavoro, le fabbriche autogestite, blablabla).

Non voglio essere fraintesa. Non sono nata nel paradiso in terra. Se qualcuno è stato discriminato per la sua religione nella SFRJ (io non conosco nessuno, ma faccio poco testo), me ne dolgo sinceramente. Però l’intento generale era buono e mi piace ancora oggi, nonostante tutto il male che è venuto dopo. A cercare le somiglianze più che le differenze ci si guadagna.

Ci sono sempre più cose in comune di quelle su cui si è in disaccordo. Basta cercarle, valorizzarle. Persino in una società disgregata e a tratti respingente come quella in cui viviamo, c’è così tanto da condividere che non ne abbiamo idea. C’è un ambiente da salvaguardare con maggiore tenacia, e quello è di tutti, no? C’è un paese bellissimo che chiede a gran voce di essere visitato e amato fin dai più piccoli borghi e dagli angoli romiti. C’è tanta vitalità che resta nelle case, nel privato, e che invece è ora di dispiegare nei luoghi pubblici, nelle strade, all’aperto e alla luce del sole. Capodanno arriva presto, ed è per tutti. Mi ricorderò di rifarvi (e rifarci) questo augurio.

Standard