smancerie

Ode alla timidezza, ovvero al regno del possibile

Sono cresciuta con un cugino quasi coetaneo talmente faccia di bronzo che io al confronto mi reputavo timida, e una sorella talmente timida che dimenticavo la mia presunta timidezza e cercavo maldestramente di aiutarla, senza speranze.
Per essere di qualche aiuto a una persona timida —e per la verità a qualunque persona— c’è bisogno di una qualità che io possiedo solo in dosi omeopatiche, anche se va un poco meglio dopo la maternità: l’empatia.
“Quando ti prendono in giro tu non reagire, vedrai che smettono” dicevo a mia sorella negli anni spensierati delle elementari. E lei ci provava con tutta sé stessa, ma poi paonazza esplodeva in un pianto inconsolabile dopo minuti e minuti di querula derisione da parte del piccolo mostro sadico di turno. E io sinceramente non capivo. Prendevano in giro anche a me, ma io ridevo sempre, senza sforzo. Ho la risata facile, e pazienza se parte prendendo spunto da me. Anzi, forse fa pure più ridere. Io la sua ritrosia semplicemente non la capivo. E fatico a capirla anche ora che siamo grandi, e la sua timidezza è molto più gestita e la mia empatia è un minimo (ma un minimo!) migliorata.

A mio cugino e mia sorella volevo e voglio bene, a entrambi. Proprio perché così diversi, anche se me ne rendo conto solo ora. Lui rappresentava ai miei occhi il regno del possibile. Sembrava sempre che le leggi della fisica e le convenzioni sociali fossero in dubbio perenne, o messe lì apposta per essere sfidate. Il salto dal ramo più alto o lo scherzo più beffardo al vicino di casa erano un richiamo irresistibile.
“E se ci scoprono?” chiedevo quando mi proponeva di seguirlo, e io ero Ulisse e lui la sirena in questi casi. “Dirai che ho fatto tutto da solo, tanto con me ci hanno rinunciato” rispondeva sbrigativo, perché l’unica cosa che contava era passare all’azione. Tutte le volte che prendo una decisione a lungo ponderata senza mai tornare sui miei passi, tutte le volte che dico un sì o no convinti e a cuor leggero sono anche una eredità dell’esposizione alla sua caparbietà infantile, a quella voglia inesauribile di andarsi a prendere quel che si desidera.
“Mamma io grande voglio avere cento Ferrari!” disse da bambino a mia zia.
“Cento?! Ma te ne basta una. Cosa ci fai con le altre 99?”
“Per le mie donne!”
Da bambina socialista non capivo (anche lui era un bambino socialista in teoria, e in questo è sempre stato più sveglio di me), ma le sue risposte caustiche, il suo esempio di proattività verso il mondo sono state comunque una scuola preziosa, anche se il suo lascito più grande è ovviamente stato l’affetto che ci siamo scambiati nella nostra grande coccolosa famiglia. Amor vincit omnia.

Mia sorella rappresentava invece il regno delle paure possibili. Paure che quasi mai io provavo sulla mia pelle, ma che capivo essere parte dell’esistente. Nell’educazione balcanica un invito ricorrente a bambini e bambine è: non aver paura. (Che poi io dico “balcanica” intendendo “iugoslava”, ma forse pensando più che altro “dalmata” o magari mi riferisco in particolare alla mia famiglia: non lo so; più passa il tempo e meno cose so.) Ne boji se, non aver paura. Tuffati, ne boji se. Percorri il sentiero buio, ne boji se. Chiedi un’informazione a questo signore che non conosci, ne boji se. Ci ho messo molti anni della mia vita adulta a riscoprire il valore della paura e a ammettere che il mio più che coraggio era rimozione.

Crescere con mia sorella è stato un privilegio da ogni punto di vista. Sono stata una sorella ingombrante per molti aspetti, ma con l’ingenuità con cui credo e temo anche oggi di essere una compagna complicata, un’amica leale ma non sempre ricettiva, una collega che non sgomita mai ma che potrebbe risultare scostante senza avvedersene. Con la sua incredibile abilità nel racconto orale, eredità del nostro amatissimo nonno (sì, il nonno del water rosa), mia sorella descrive scenette dal suo lavoro in un contesto multilingue e multiculturale e io la ascolto affascinata, mi sembra di sedere lì accanto a lei.
“Eravamo in riunione e io sentivo il suo disagio” dice, e per me è come se parlasse di un superpotere fichissimo.
Mia sorella è stata una bambina timida ma non mi pare che lei si definisca una persona timida oggi. È sempre ben voluta, è divertente, è attenta agli altri e punto di riferimento della sua multiforme comunità di expat. Penso che tanti aspetti positivi di lei oggi abbiano le loro radici nelle sue paure di ieri, che lei ha affrontato con molta più compiutezza di me. Anche io ho un po’ beneficiato di riflesso delle sue piccole grandi conquiste osservandola, senza sempre capire subito, ma elaborandole lentamente e spesso inconsciamente. Alla fine anche lei ha rappresentato in modo diverso il regno del possibile. Delle paure che era possibile accogliere, accettare e superare.

Tra le persone migliori incontrate nella vita quelle timide sono sovrarappresentate. Forse le preferisco. O forse semplicemente tante persone timide (o che lo sono state nell’infanzia) sono anche persone in gamba. Il mito contemporaneo del successo a tutti i costi, e per di più così codificato e uguale per tutte e tutti (soldi, fama, riconoscimento sociale), è per me aberrante sul piano ideologico ma è anche noioso perché presuppone di norma anche lo stesso prototipo di protagonista: una persona estroversa, esuberante, un po’ superficiale e “cazzuta”. Essere determinati è una caratteristica, ma forse non è giusto che sia considerata una qualità indispensabile. Mia sorella al ristorante ci mette 20 minuti a ordinare e poi regolarmente si pente della sua scelta. Non ho mai capito come questa tendenza sia legata alla passata timidezza, ma di sicuro il mondo in cui viviamo premia persone molto simili tra loro e accomunate da una certa smania.
Io sono femmina, sono nata in un paese del terzo mondo (quello che il terzo mondo lo ha inventato, per così dire), sono stata apolide, a lungo extracomunitaria, non mi è mai mancato l’essenziale ma sono spesso stata vicina alla soglia della povertà, sono cresciuta in provincia senza spalle coperte. In teoria parto da una serie di svantaggi notevole. In questo contesto, ciò che mi ha mandato avanti nella vita non è stato solo quello che so o che so fare, ma anche un carattere che più per caso che per altro è conforme a quanto richiede il mercato. Io sono una rompiscatole per un sacco di aspetti, e del sistema socioeconomico occidentale contesto quasi tutto. Ma sono una persona estroversa e naturalmente determinata. E questo mi ha dato negli anni un vantaggio di cui non ho merito. Sia chiaro, il privilegio di nascita è altra cosa, e lo combatterò per sempre. Ma tra noi comuni mortali che viviamo di stipendio il proprio naturale temperamento gioca un ruolo notevole e forse sproporzionato.

Un caro amico usa definire le persone che conosce secondo il criterio simpatica / non simpatica. Una volta gli avevo detto che non mi ritrovavo in questo metodo, perché raramente giudico le persone come simpatiche / non simpatiche, ma la mia argomentazione si è arenata lì. La sua compagna aveva invece aggiunto “Sì, anche perché una persona timida raramente viene ritenuta anche simpatica, ma non per questo non può essere di valore”. Naturalmente il mio amico intende genericamente con simpatica / non simpatica una persona che gli piace / non gli piace. Ma quella riflessione di sua moglie (nonché anche lei cara amica) secondo me è molto vera. Il mondo ha mille difetti tra cui quello di valorizzare poco le tranquille qualità delle persone timide o comunque persone che si discostano dallo standard di chi sa prendere la parola e pensare sempre di avere qualcosa da dire (come io in questo post o io in mille altre occasioni). Quando mia sorella alza gli occhi al cielo e sospira “Tu e tuo padre sempre competitivi!” non solo mi fa ridere ma mi fa anche bene, perché mi ricorda che ci sono mille modi per essere felici e stare bene con sé stessi e con gli altri.

Oggi ho detto a una bambina che non è mia figlia ma che fa parte della mia famiglia Mi piaci un sacco! guardandola in faccia mentre gli occhi mi si facevano lucidi. La tenevo in braccio, mi stringeva forte e percepivo che si sentiva al sicuro con me. L’avevo appena portata fuori da un negozio di scarpe dove tre commessi si erano attivati attorno a lei senza che avesse proferito parola, né espresso preferenze, né camminato avanti e indietro come suggerito per testare le calzature, né rimirato allo specchio le nuove creazioni ai piedi. Neanche all’orecchio dell’amorevole papà aveva ceduto e sussurrato se preferisse il paio rosa o quello blu. Così mentre suo papà pagava l’ho portata fuori a prendere aria e a dirle che mi piace perché è vero.

In quello stesso negozio un mese fa sono andata con mia figlia che ha la stessa età. Ha detto “Buongiorno!” tutta garrula ai commessi, provato quattro o cinque scarpe, ha camminato avanti e indietro di specchio in specchio, toccandosi il ditone in punta anche se erano sandali (giocare al negozio di scarpe è per lei un gran divertimento), e poi ha scelto quelle che voleva senza tentennamenti.
“Ma non è che preferisci queste, tesoro?” ha chiesto alla commessa.
“No!” l’ha liquidata lei, come se le avesse proposto di mangiare una cavalletta.
La amo quando fa così, perché è totalmente lei. E naturalmente mi riconosco in questa modalità di fare, e questo c’entra nella connessione che c’è tra noi due. Ma voi dovreste vedere il successo che riscuote mia figlia per quelle che sono normali esternazioni del suo carattere aperto e non certo qualità sovrumane. Mia figlia dice una spiritosaggine in pubblico e la trattano come se avesse l’orecchio assoluto. Certo è notevole, ma non dovrebbe essere un comportamento socialmente osannato rispetto a quanto è svilito il normale silenzio di un bambino o una bambina in un contesto sconosciuto in cui non è a proprio agio.

Quando mio cugino mi prendeva per mano e mi trascinava in situazioni inesplorate o quando lo facevo io con mia sorella non funzionava un granché. Però un pochino, con costanza, volta dopo volta qualche passetto di consapevolezza arrivava, e qualche curiosità veniva colmata. Quello che meno capivo era quando mia sorella voleva fare un’esperienza X a caso, ma non riusciva a farla. Era diverso quando giustamente si rifiutava di fare quello per cui non aveva alcun interesse. Quando le leggevo in faccia la scissione tra la voglia di partecipare e il terrore di esporsi io semplicemente non riuscivo a immedesimarmi.

Io non lo so se mia figlia imparerà a prendere per mano con delicatezza la “mia” altra bambina timida e tosta per renderle un po’ meno ostile un mondo ottuso che non le dà ascolto abbastanza. E non so nemmeno se la mia bambina timida e meravigliosa insegnerà alla mia figlia adorata che allenarsi alla paura è una risorsa per la vita. Non lo so. Tra le mie poche qualità annovero quella di non vivere di aspettative, mai. Ma guardarle giocare assieme è uno spettacolo, e vederle crescere così diverse è un privilegio, come lo è stato trascorrere l’infanzia a cavallo del regno del possibile e del regno delle paure, quelle paure che è possibile accogliere, accettare, superare con le proprie forze e con l’amore incondizionato della famiglia. 

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