téchne

Il consulente bello, ovvero l’uomo immagine

Pescare un soggetto esterno cool ci aiuta a rilucere pure noi della sua allure?

Anni fa mi ritrovai in una riunione di capoccia. Io ero lì in qualità di supplente, e in quanto giovane donna nessuno badò a me. Mi fu facile osservare non vista. A me piacciono le riunioni in cui anche io sono protagonista, ma in quell’occasione fui felice spettatrice. L’argomento era il mio, quindi pure su quel fronte ero rilassata.

Il capoccia della grande agenzia -un capoccia tra i capoccia- aveva convocato i suoi consimili (ndistinguibili fisicamente, ma per ontologia diversi in quanto clienti) per ragionare assieme di posizionamento con gente ai vertici aziendali da decenni a cui però sfuggivano i risvolti filosofici del concetto. Un po’ come una presidente del Consiglio che vuole intestarsi almeno una riforma, si era intestardito a cambiare un payoff radicato. Così, de botto, senza senso. Ossia senza un brief, senza che fosse emerso mai come un capricc… ehm… come una richiesta dei suddetti capoccia clienti.

Per fare faville si era portato appresso un tizio belloccio che mi fu presentato a un certo punto perché pareva brutto saltare solo me. E benché gli fosse chiarissimo che io contavo come il due di picche, lo stesso sfoderò in automatico un sorriso alla Gilderoy Allock. Poi passò avanti.

Il consulente esterno piacente era uno di quelli che scrivono libri. E, soprattutto oggi, fanno talk. Attività degnissime, per carità. Sono nata ove si festeggiava davvero il Primo Maggio: tutti i lavori onesti sono dignitosi. Ma in certi casi a me sembra che, dal calendario fittissimo di alcune di queste star del palcoscenico, la domanda sorga spontanea: ma una giornata in un’azienda cliente, questi, riescono mai a farsela?

Con una voce impostata da “Molto bene!” in qualsiasi corso di public speaking, il retore impomatato ammaliò tutti con un mini TED Talk personalizzato, ben confezionato e argomentato meglio, con il suo committente a lato che fangirlava senza vergogna, senza nemmeno la sicumera di Baudo buon’anima che sentenziava «ti ho inventato io».

Ovviamente il TED Talk all’italiana non conteneva nulla, ma proprio nulla, che io, ma anche qualsiasi persona che lavora nella comunicazione d’impresa di mia conoscenza, non potessimo raccontare in un quarto del tempo e senza il cospicuo gettone del Belloccio. Ma si sa “Nemo profeta” eccetera.

Quello che successe però fu che i capoccia, dopo aver ondeggiato per tutto il tempo le capocce in vibranti cenni d’assenso, concluso l’effetto dell’incantesimo, tornarono gli stessi di sempre, con tanto di «Eh, ma abbiamo sempre fatto così» e variazioni sul tema.

Il capoccia dell’agenzia tentò di tutto nel cercare di connettere, dal punto di vista logico e emotivo, le parole alate del Belloccio con la sua strategia inattaccabile, ma gli interlocutori tirarono fuori il loro armamentario di volpi, magari non erudite, ma navigatissime, e lo misero all’angolo senza conflitti (non era degno) ma inesorabilmente e con fermezza.

Non ci fu nemmeno bisogno di rompere i rapporti con un chiaro no-go, come capita con i razzi anche sulla rampa di lancio. Finì tutto con un aperitivo light, un sorso di prosecco e una tartina.

E il nuovo payoff scintillante? Non se ne fece nulla.

Testo scritto a mano nel tempo di un pomodoro e poi trascritto tal quale con editing minimo minimo. Tipo yoga mattutino. Senza pretese.

Foto mia, di un Jack montenegrino forse belloccio dentro.
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téchne

Umbrella gate

Ho capito che non era il mio solo quando l’ho sganciato dal girigoro di ferro e ho sentito con le dita un materiale molto diverso. E quindi?

Che fare?

Riepilogo di come è andata questa faccenda.
Pioveva. (Piove sempre, in queste settimane.) Io ho preso un ombrello che avevamo in casa. Uno pieghevole ma con bottone per l’apertura automatica. Non amo gli ombrelli pieghevoli, li tollero se almeno hanno il bottone. Aveva un elastico sul manico per appenderlo e la parte impermeabile era blu scuro con righe verdi sottili. Un banalissimo ombrello dalle banalissime caratteristiche urbane.

Tornando a casa ore dopo ho fatto quello che faccio sempre rientrando con un ombrello gocciolante. L’ho appeso a una decorazione ricurva del ferro che sostiene il corrimano nella tromba delle vecchie scale del nostro vecchio palazzo del centro. Siamo al terzo piano, senza ascensore: non ci sta. Sul nostro pianerottolo si affaccia solo un altro portone. Ogni tanto entra e esce un giovane uomo. “Buongiorno”, “Buonasera” e null’altro. Al piano di sopra ci sono altri due portoni e poi basta, solo i tetti di Bologna.

Appendo l’ombrello gocciolante per non portarlo in casa e sgocciolare sul parquet. E poi, come sempre, me ne dimentico. Sarebbe sensato rimetterlo in casa dopo qualche ora, ma non c’è speranza. Se non lo vedo per me è come se non esistesse più. Sono come i cani o i bimbi molto piccoli. Cucù.
Quindi mi ricordo dell’ombrello solo quando lo rivedo (o penso di rivederlo) quando esco di nuovo, poche ore dopo o forse addirittura il giorno dopo. Lo prendo in mano, forse per rimetterlo dentro o forse perché il tempo era di nuovo incerto, non ricordo.

Solo che la mano e il cervello non si sono trovati.
Cervello: «Guarda che la stoffa dovrebbe essere più setosa e meno plasticosa».
Mano: «Oh ma che vuoi da me? Ho toccato quel che c’è, non ti lamentare. Questo passa il convento!».

In breve, era un altro ombrello, sempre pieghevole ma tutto nero, con una bizzarra e poco ergonomica impugnatura a semisfera, e un tessuto plasticoso poco piacevole al tatto.
Cosa può essere successo?

  • Qualcuno ha rubato il mio ombrello e poi qualcuno, il giovane uomo, ha appeso il suo ombrello dov’era il mio, per coincidenza.
  • Oppure. Il giovane uomo o qualcun altro ha preso il mio ombrello, perché andava di fretta e pioveva, poi l’ha rientrato per sbaglio a casa propria, e infine si è accorto di dovermelo rendere ma senza avvedersene ha rimesso un ombrello sbagliato.
  • Oppure. Qualcuno ha perso il mio ombrello in giro e ha messo questo con la semisfera a mo’ di compensazione.

Ora, che fare? Lo devo prendere, lo ignoro?

L’ho ignorato dieci giorni ed è ancora lì. Non so bene come risolverla. Metto un cartello? Giorni fa, uno studente del piano terra ha affisso un cartello molto gentile in cui chiedeva di non togliere l’adesivo provvisorio che aveva messo sul citofono perché aspettava una consegna importante. Un pacco “da giù”. Non l’ha scritto, ma il senso era quello.

Che fare quindi con l’ombrello nero?

Sono giorni che me lo chiedo, e ora ne scrivo, ma io sono come i cani e come i bimbi piccoli, quindi ci penso quei cinque secondi che lo vedo appeso al ferro sotto il corrimano quando esco sul pianerottolo. E quindi saranno, sì, una dozzina di giorni, ma alla fin fine son poche decine di secondi, sommandoli tutti.

Che fare, allora?

Che poi, lo so perché non l’ho ancora messo in casa, che la compensazione sia vera o sia una mia mera supposizione. Non è per la scomoda semisfera o il tessuto plasticoso, è che gli manca quello che lo renderebbe perlomeno tollerabile: il bottone.

Testo scritto a mano nel tempo di un pomodoro e poi trascritto tal quale con editing minimo minimo. Tipo yoga mattutino. Senza pretese.

Foto mia, altrettanto senza pretese.
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giringiri

Pedalando nei Campi Elisi

Puoi vivere in un paradiso senza accorgertene? Il più delle volte, no, secondo me. E men che meno nel paradiso delle biciclette.

Sono giorni che medito se e come rispondere al post di uno dei millemila profili che seguo a tema vivibilità urbana. Questo di questa storia è di un qualche paese del nord Europa, con contenuti ordinati, mai sopra le righe, di afflato internazionale e non troppo paternalista. Lo seguo tra i tanti senza eccessiva affezione. (Io mi affeziono con prudenza. Sui social poi, figuriamoci.)

E giorni fa pubblica un contenuto su Bologna come se fosse Amsterdam, o almeno come se si preparasse a diventare Amsterdam a breve, brevissimo, basandosi su informazioni parziali che possiamo trattare per quello che sono: propaganda.

Chi pedala a Bologna sa che siamo lontani anche dal minimo sindacale. Mi muovo in bici in questa città -in cui ho avuto casa in quasi tutti i quartieri- dal 2001. E da allora i timidi miglioramenti delle infrastrutture ciclabili sono avanzati in parallelo a un altro dato che ogni studio sembra ignorare: il numero di cicliste e ciclisti. Risultato? Le suddette infrastrutture sono inevitabilmente sottodimensionate per accogliere i nuovi velocipedi. Prendete un incrocio qualsiasi sui viali, ai semafori per bici, lo spazio è pensato per un mezzo a due ruote che passa ogni quarto d’ora, anziché 15 al minuto. Non ci stiamo più.

Tante, troppe piste ciclabili sono sottratte ai pedoni. Strisce stese di malavoglia su marciapiedi neanche tanto larghi e manutenute peggio. Si scatena la solita guerra tra poveri o, meglio, tra i soggetti urbani più fragili e virtuosi, quelli che si dovrebbero tutelare.

Non va meglio quando la corsia ciclabile è disegnata sulla carreggiata. «Ah, che bel parcheggio!» pensa subito l’uomo a quattro ruote, e agisce di conseguenza.

Abito in una via del centro più larga della media, una rarità, e nessuno ma davvero nessun mezzo a motore rispetta lo strambazzato limite dei 30 chilometri orari.

Profili social che fanno pseudo-informazione, che si fanno prendere la mano e finiscono per pubblicare ciecamente comunicati che manco il Carlino: che segno dei tempi. Del resto, accanto a questioni grosse che scopriamo solo e esclusivamente grazie a inchieste rigorose, convivono scoop di cui nessuna persona decente sentiva il bisogno. A me di sapere che pub frequentava lo Street Artist per antonomasia non frega assolutamente nulla. Spero che la Scrittrice del Rione si tenga nascosta bene.

Testo scritto a mano nel tempo di un pomodoro e poi trascritto tal quale con editing minimo minimo. Tipo yoga mattutino. Senza pretese.

Foto mia del 2018. Ma siam lì.

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