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Cosa non ho ancora imparato dalla guerra sulla pandemia

Tira vento, forte, e sono inquieta. Non per il vento, non lo so ben spiegare. È per qualcosa che arriva da lontano.

Di Italia ‘90 non ho alcun ricordo. Eppure non ero poi così piccola. Il mio amico e coetaneo Gianluca, la persona che conosco direttamente con la maggiore cultura sportiva dopo mio padre, credo ricordi quei mondiali minuto per minuto. Avevamo 8 anni ma le nostre estati erano diverse. Io ero nel mio altrove, nel mio mondo parallelo. Era l’ultima lunga estate che trascorrevo in Iugoslavia ma non lo sapevo. Quella vita a metà, che seguiva il ritmo del campionato di pallamano e della scuola, incideva sulla mia percezione e costruzione personale della realtà. Così i mondiali in Italia non esistevano perché io giocavo fuori nel quartiere tutto il giorno, e altro non mi interessava. Immagino che mio papà qualche partita di Italia ’90 l’avrà vista, ma non me lo ricordo. Chissà perché invece ho vivissimi ricordi dei match di Monica Seleš e Martina Navratilova. Chissà.
Barcellona ‘92 sono Olimpiadi che ricordo bene, perché la nostra vita a metà era finita, eravamo intrappolati in Italia, o meglio in tutto il resto del mondo che non fosse la Iugoslavia con le frontiere chiuse e le ferite aperte, al galoppo verso l’orrendo prefisso di “ex”. Tutto nella mia vita lo conto tra prima e dopo il 1991, anno in cui è iniziata la guerra, e tra prima e dopo il 1995, anno in cui la guerra non è finita. Anche i ricordi legati allo sport.

*

Ora è buio e freddo fuori, e sono inquieta. Non per il freddo, quello non lo sento mai davvero, non me lo so ben spiegare. È per qualcosa che arriva da lontano.

La mia doppia vita raddoppiava le bizzarre interpretazioni della realtà tipiche dei bambini, e non solo (i primi tempi in Italia mia mamma dava per scontato che Roma dovesse essere in Romagna). Mi chiedevo perché ci fossero Superman e i Puffi in Iugoslavia ma non Fantozzi, che amavo e non capivo come tanti bambini, e non solo.
E poi erano gli anni ‘80, c’era la musica più assurda di sempre. In quelle estati sempre fuori, nella mia piccola città o al mare quando ci spostavamo “in rivijera”, non avevo bene idea di quanto vecchie o nuove fossero le canzoni onnpresenti. Era per me un blob musicale che nessuno mi aiutava a decodificare, parlando i miei poco con me dell’ottima musica che avevano ascoltato negli anni ‘70. Del resto, come potevano pensare che non ci sarebbe stato il tempo per una educazione musicale come si deve? Per quel che ne sapevo io all’epoca, Marina Marina Marina (ti voglio al più presto sposar, 1959) poteva essere coeva de La Lambada, che nel 1989 era appena uscita e che Nina sapeva ballare e ce lo insegnava. (Ammiravo con una punta di invidia la mia amica Nina che avendo un anno meno di me sapeva sempre fare tutto. Le volevo molto bene.) Quel poco che so del rock iugoslavo l’ho scoperto molti anni dopo, facevo già l’università. Scrissi una tesina di semiotica dei linguaggi musicali sui Bijelo Dugme sull’onda dell’entusiasmo di quella tardiva scoperta. Non mi era mai venuto in mente negli anni liceali di chiedere ai miei Ma c’è della musica iugoslava bella? perché tutto quello che aveva a che fare con la sponda opposta dell’Adriatico (vivevamo sulla Riviera delle Palme allora e qualche volta mi mi pareva quasi di vederla, la sponda “originale”) provocava in tutti noi un dolore quasi fisico, e leggermente diverso per ciascuno, come se il dolore avesse un colore. Se tu soffri magenta non puoi davvero capire chi soffre corallo, anche se somigliano. I Bijelo Dugme hanno scritto pezzi giganteschi e fatto dell’ottima musica, prima che il paese che li aveva incubati si dissolvesse, e molto prima che il loro giovanissimo bassista e fondatore diventasse Goran Bregović. Ma nel 1990 non conoscevo i Bijelo Dugme. Avevo 8 anni e ascoltavo Tajči cantare Hajde da ludujemo ove noći, Stanotte andiamo a far follie, un’esplosione rosa shocking e massimo disimpegno.
E poi c’era Massimo. Che non era nulla di che e non avrebbe somigliato a nulla che io avrei poi ascoltato nei decenni a venire, ma che per strani giri del destino è un pezzo importante delle mie dolorose memorie. Scommetto che i giornali di gossip dell’epoca faticavano a ricordarsi di scrivere Massimo con due s (per @gluca: Sì nella SFRJ avevamo anche i giornali di gossip…). Ricordo che mia mamma sosteneva avesse la mamma italiana, questo Massimo. Ricordo di aver ascoltato quella cassetta a Knin, a casa, assieme alle mie adorate fiabe sonore che ancora so a memoria, specie Palčica, Pollicina, che era così lunga da occupare sia il lato A sia il lato B. Potrei sbagliarmi ma credo fosse stata mia zia Goga a comprare quella cassetta, quella Muzika za tebe, musica per te.

*

È ancora buio fuori, dentro è caldo e tranquillo, ma sono comunque inquieta. Non ho paura del buio, ma di qualcosa che arriva da lontano sì.

Non mi spiego bene perché quelle cassette arrivarono con noi in Italia nel nostro ultimo rocambolesco viaggio. Siamo partiti in gran fretta (siamo fuggiti, sarebbe più corretto dire). Ricordo il mio costume intero rosso, usato come canotta. Dei pantaloncini arancioni sopra. Ricordo i ricci di Ines. Ricordo che ci hanno fermato, le tute militari, le mitragliatrici. Devo aver percepito lo stress dei miei genitori, rivivo dei flash come al cinema. Vedo il profilo di mia mamma e oltre, quella soldataglia. Infine quella domanda assurda Perché non indossate le cinture? Col senno di poi avrei dovuto gridare Santiddio sono appena iniziati gli anni ‘90, nessuno porta ancora le cinture! Ci fecero la multa e ripartimmo. Con un borsone di canotte e costumi da bagno. E una scatola di musicassette che chissà se avevo infilato di nascosto nella vecchia Talbot o se avevo frignato per portarla con me e mi avevano assecondato perché c’erano questioni più importanti a cui badare, tipo salvare la pelle. Alla fine l’ho tirata fuori diversi mesi, forse persino anni dopo, la cassetta di Massimo, dovevo essermela scordata lì per lì. Eravamo tornati in Italia (fuggiti) in piena estate, il giorno dopo avevano chiuso le frontiere, come a dire Okay, lasciateci impazzire con comodo e massacrarci a vicenda per qualche anno eh, do not disturb. Siamo andati al mare sulla sponda sbagliata dell’Adriatico quell’anno, come del resto avremmo fatto per molti anni a seguire. Impegnata a nascondere il mio smarrimento sotto la sabbia del litorale abruzzese, mi ero scordata di Massimo e fui sorpresa mesi dopo di riascoltare la mia prima lingua parlare d’amore e altre sciocchezze. In casa si parlava ormai quasi sempre solo in italiano, ufficialmente per aiutare mia mamma alle prese con la sua seconda laurea, in realtà perché anche parlare faceva male. Ascoltavo quella cassetta anche col walkman durante le gite. Qualche compagno mi chiedeva Che ascolti? Io lo dicevo, posavo le cuffie qualche secondo sulle loro orecchie Che buffo -dicevano- sembra inglese. A volte mi chiedevano di più, mi domandavano come fossero i posti dove avevo vissuto o perché ci fosse la guerra e io avrei voluto dire di più ma non riuscivo. Faceva male e non mi sentivo in diritto di soffrire perché eravamo andati via (fuggiti) e andavamo ancora al mare e io andavo a scuola e alle gite. E non capivo chi combatteva chi e per cosa. Non chiedevo per paura di fare domande stupide ma più di tutto temevo le risposte. I miei genitori erano annichiliti, sgomenti, increduli. Eppure sono riusciti a farci proseguire una infanzia bella e piena d’amore. La parvenza di vita normale rendeva ancora più doloroso il pensiero che si affacciava repentino e crudele: il tuo paese si sta autodistruggendo e tu stai crescendo in un altrove dove sei prigioniera anche se non sembra. Erano pensieri molto spaventosi per una bambina, lo sarebbero per chiunque. Qualche mese fa mia mamma mi ha chiesto -intendendola come un’iperbole- Allora tutto il popolo sarebbe dovuto andare in terapia dopo, venti milioni di persone! ma io le ho risposto, seria, Sì, proprio così. Era straniante con questo stato d’animo pesante ascoltare il pop sdolcinato di Massimo che sembrava arrivare da un altro secolo, non da appena pochi mesi prima. Un po’ come ora ci appaiono lontane le settimane in cui potevamo ancora uscire.

Massimo scriveva e cantava

La tua piccola cameretta
come una scatola azzurra
fuori una notte fredda 
senza luna

Non so se è senza luna la notte fuori, ma ora piove, e sono inquieta. I grandi sconvolgimenti tirano fuori qualcosa che viene da lontano.

È andato tutto male, dopo la guerra. Il dopoguerra è stato peggio della guerra stessa. Che è stata orribile e nefasta, ma perlomeno ha avuto una durata circoscrivibile, anche emotivamente. I grotteschi accordi di Dayton hanno chiuso la fase bellica e aperto un dopo che non si è mai chiuso, e quel veleno si è diluito come nei prodotti omeopatici, solo che è ancora attivo. Dopo la guerra è andato tutto male perché i buoni che già avevano perso la guerra hanno continuato a pagare il prezzo più alto. Hanno faticato a ricostruire le loro case o a farvi ritorno, a far studiare i figli o evitare che migrassero, a fare una vita se non migliore almeno non peggiore di prima. I cattivi, che già avevano vinto la loro stupida sporca guerra, hanno continuato in varie forme a governare i nuovi paesi con sospetta affinità e malcelata sintonia.
La gran parte delle persone che conoscevo ha perso la guerra. Ne è uscita impoverita, espatriata, disillusa, scoraggiata, traumatizzata senza saperlo e senza potersene occupare. Non c’è stato tempo e modo di piangere la patria perduta, per divieto dei cattivi vittoriosi o per autocensura di noi che siamo stati alla finestra a guardare, impotenti e sgomenti. Le persone normali che frequentavo, le persone buone, hanno perso la guerra. Un’enorme massa di sommersi, anche quando avevano l’apparenza di salvati.
È di questo che ho paura oggi.

*

Adesso è sereno fuori, anche se è ancora buio. La notte è quieta, io sono inquieta. Ma sono anche felice.

Accanto a me dorme mia figlia Daria che compie 9 mesi di sconfinato amore, e la vita non è mai stata così degna di essere vissuta. Certo, l’inquietudine arriva da lontano e tornerà tutte le volte che ci saranno delle difficoltà dentro e fuori di me. La rabbia e un sentimento strabordante di ingiustizia mi accompagneranno sempre quando ripenserò alla guerra civile in Iugoslavia, e ancora di più al dopoguerra. La moltitudine triste di sommersi ha vissuto gli ultimi decenni in una solitudine emotiva che non ha concesso loro nemmeno il balsamo della condivisione. Ho scritto non so quanti caratteri già solo in questo post (sto facendo la prima stesura a mano) e non ho tirato fuori quasi nulla di quel dolore profondo. Estraggo pochi lacerti e fa già troppo male, prevale l’autoconservazione e la voglia di restare in superficie. Ho paura che questa pandemia sommerga molti nella povertà (non solo materiale) e nella solitudine, e che pochi si salvino, e non i più meritevoli. Temo che qualcuno possa approfittare del post pandemia come succede nei dopoguerra. E che alla fine questo esito venga accettato come inevitabile anziché giudicato come ingiusto. Non so se queste mie paure siano fondate, sensate o strampalate. Sono sensazioni che non hanno fondamento nella ragione ma in un vissuto in qualche modo compresso, come il gas in una bomboletta. Come detto, arrivano da lontano. Non posso trarre beneficio per il mio malessere pensando alla grande il proverbiale barca comune. Condivido la croce della guerra civile con milioni di iugoslavi sommersi, e non ci siamo potuti consolare in nessun modo.
So di un gruppo di profughi della mia città natale che si incontra in una kafana nel posto dove sono finiti a vivere. Al muro della sala dove si trovano a bere hanno appeso la foto della fortezza che da oltre mille anni fa ombra alle case e strade di Knin e quando alzano un poco il gomito si mettono tutti a piangere. Dovrei ridere, ma mi si stringe sempre il cuore a figurarmi la scena. Quando si perde si è soli, anche in mezzo agli altri. 
È giusto l’appello a bandire le metafore guerresche questi giorni. Non siamo in guerra. E così il parallelismo più grande rischia di essere purtroppo quello con i sommersi dalla situazione e con le ingiustizie che dovranno subire. Io non posso lasciarmi andare alla disperazione perché Daria dorme qui accanto con l’abbandono dei neonati e perché un suo sorriso sbriciola ogni paura possibile. Ma mi fa soffrire pensare che è più probabile un aumento delle ingiustizie già mostruose che non una loro diminuzione. Poiché però non siamo in guerra, anche se siamo in una brutta situazione, spero che almeno qualcosa, collettivamente e individualmente, risulterà positivo. Scaravento qui i miei desideri ingenui sparsi.

  • Voglia di godere di quelle strade senza auto che abbiamo agognato dai balconi.
  • Rispetto e riscoperta di varie forme di natura.
  • Riflessione sulle interconnessioni, tra gli uomini ma anche tra i paesi e tra i processi produttivi, logistici e distributivi.
  • L’Internazionale, anche non socialista.
  • Valorizzare, spargere e apprezzare le coccole.
  • L’esistenza dei più fragili, da non negare.
  • Le piazze, i crocicchi, i muretti, i giardini, i portici, ma pure i lungofiume e i viali sottoutilizzati di periferia.
  • Il lavoro come impegno e come risultato non come occupazione per ore e ore di una scrivania.
  • Meno parole, ma meglio scelte (questo post è un pessimo esempio, lo so).
  • Nazionalismi al rogo.
  • Rigetto del poverty shaming.
  • Il lievito madre e tutte le robe buone che vi ho visto preparare usandolo.

*

È sempre buio fuori e tutto tace. Non una macchina passa, e questo è comunque bello.

L’inquietudine che arriva da lontano perlomeno la so riconoscere, ho dovuto imparare a conviverci. Aver imparato a condividere frammenti di questo dolore è un antidoto non pienamente efficace, ma bastevole, anche per la generosità di molte orecchie che con affetto si sono prestate all’ascolto. Non so come ne usciremo, e forse qualche parallelismo lo riconoscerò. Ma non siamo in guerra. È già una buona cosa. Lunga vita al lievito madre! 

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7 balcanici motivi per vedere la serie croata Novine | The paper

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La serie imperdibile dell’anno non è né americana né inglese. E non è nemmeno italiana. L’anno è ormai a metà, ma voi dedicatevi a guardare Novine e non ve ne pentirete. La trovate su Netflix con il titolo internazionale The paper, perché “novine” significa giornale quotidiano, e delle vicende di un giornale tratta, con una qualità che forse non ti aspetteresti da una produzione tutta croata. Chi scrive l’ha iniziata a vedere per motivi biografici, essendo nata in Dalmazia che della Croazia è la regione costiera più bella, e per noia, avendo una volta oziosamente digitato “serbocroatian” nella barra di ricerca di Netflix, poi dice che divanarsi non serve a nulla… Ma voi potete vederla anche senza avere un cognome in -ić perché le cosebelle sono universali. Ecco 7 buonissimi motivi per non perderla.

Europea, ma esotica.

La croazia è un vicino lontano, di cui sappiamo pochissimo perché i media se ne disinteressano, e che visitare una settimana d’estate non basta. Guardando Novine la si avverte esattamente così, vicina come tanti altri paesi dell’UE (dal 2014) e remota come può esserlo un luogo in cui “prima della guerra” vuol dire meno di trenta anni fa.

Dark, molto dark, e cattivi cattivissimi.

Novine racconta la vita travagliata di una redazione di giornalisti bravi e dediti, alle prese con lo strapotere di politici, poliziotti, giudici e uomini e donne d’affari dal passato sempre inevitabilmente opaco e privi di ogni scrupolo morale. Il più pulito ha la rogna, e House of cards pare un collegio di educande al confronto.

Tutti i mali del sovranismo, spiegati bene.

Soprattutto nella seconda stagione (uscita su Netflix a inizio di quest’anno) la connessione tra deriva morale e nazionalismo cieco è palese e raccontata attraverso le azioni, i gesti e le parole di personaggi eterogenei tra loro, di parti politiche avverse e di estrazioni tra le più varie. Non si scende mai nella retorica del “tutto un magna magna”, però: le contraddizioni sono mostrate in modo piano e crudo, con una sensazione di inevitabilità che mette angoscia ma tiene pure incollati allo schermo.

Fiume fotogenica.

Novine non è girato né ambientato nella scontata capitale Zagabria, ma in una città costiera e portuale che fu a lungo italiana. Rijeka d’inverno è una scenografia livida perfetta, ripresa da ogni angolazione anche con droni parsimoniosi e benevoli. Ci sono le calli del centro, i portoni socialisti di periferia, le opulente stanze del potere, le ville di design in collina, i bar dall’aria densa.

Croatian way of life, sesso fumo e alcool.

Non siamo più abituati (per fortuna) a vedere fumare ovunque, dal bar al ristorante alla casa di qualcun altro. In Novine tutti fumano e bevono (whisky, soprattutto) tantissimo, in continuazione e con voluttà disperata. Può essere utile per ricordarci che tutto sommato stiamo meglio ora che si fuma solo all’aperto, ma anche per rivedere dei gesti che da decenni abbiamo associato ai film su crimini e complotti, con gente che fuma a prescindere, ovunque, e se ne frega. Persino per i non fumatori, liberatorio.

Il serbocroato in tante sfumature, imprecazioni comprese.

Le serie (e internet) hanno compiuto il miracolo che tutte le VHS di English movie collection non potevano sperare di raggiungere. È molto bello godersi le voci originali degli attori e aiutarsi con i sottotitoli se lo slang di Boston (o di LA, o di Londra) non sono alla nostra portata. È altrettanto bello però godersi lingue di cui non capiamo quasi nulla ma che sono intimamente legate all’ambientazione che le caratterizza. Pur trattando temi universali in cui vi riconoscerete di certo, Novine è balcanica fino al midollo, e i personaggi devono parlare una lingua slava. Godetevi Novine in lingua, assaporate gli accenti (una delle giornaliste è serba e non lo nasconde), non arrossite per le parolacce e bestemmie a ripetizione, fanno parte del gioco.

La qualità sta dove si sa esprimerla.

Attori bravi, fotografia curata e chirurgica, regia sapiente del folletto pluripremiato del cinema croato Dalibor Matanić, quello di Sole alto. La realizzazione della serie è stata all’altezza delle ambizioni della produzione, e dei migliori prodotti internazionali in circolazione.
Novine parla di noi e a noi senza pretese universalistiche o pipponi morali. Lo fa perché chi meglio di un vicino lontano può aiutarci a fare quel passetto indietro per guardarsi un po’ da fuori, che è sempre tanto utile quanto difficile? Ci pare che il vantaggio valga lo sforzo di saggiare la prima puntata.

Be cool, watch The paper. O, meglio. Budite pametni, gledajte Novine.

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Buon Natale, di nuovo

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Radovan Prijic arrivò nel villaggio del water rosa nel 1689 alla guida di 48 famiglie che verosimilmente espletavano ancora le funzioni corporali senza supporti ceramici. Arrivavano da varie tappe di una peregrinazione un po’ bellica e un po’ di sostentamento. La leggenda dice che come ricompensa per un aiuto contro i turchi gli avessero detto Fa’ un giro col cavallo dall’alba al tramonto e quel che ci sta dentro è per te e per le famiglie al tuo seguito.

Provo una pacata fascinazione per questo antenato dal nome allegro e dal volto ignoto che avrà guardato mille volte come me la Dinara da sotto in su, bruciata d’estate, innevata d’inverno, sempre battuta dal vento che soffia forte dove sono nati i Prijic. Mi chiedo spesso come fosse la vita di quelle 48 famiglie, come trascorressero le loro giornate nei luoghi che ho tanto amato e che amo ancora nonostante tutto, perché ti possono espropriare la casa e rubare la tazza del water, ma non possono toglierti i ricordi.

Quando si avvicina il 7 gennaio penso spesso che quei Prijic certamente aspettavano il loro Natale con molta più trepidazione di quanto non succedesse quando io ero piccola e avevo le idee molto confuse su tutta la questione religiosa. Andavano a messa? Si faceva di mezzanotte come oggi quella cattolica? Cosa mangiavano? Si scambiavano doni? Avevano con sé le icone tipiche del culto ortodosso? Non so nulla di loro, e non ho modo di sapere nulla di loro. Ci penso di rado, ma quando ci penso mi prende il solito nodo alla gola che non so spiegare. Si tratta di gente morta e sepolta da tempo, ma in qualche modo sono legata a quella avventura e alla scelta che fecero di stabilirsi lì, dove nasce la Krka e soffia gagliarda la bora.

I Balcani di fine ‘600 dovevano essere un posto piuttosto impegnativo da girare con vecchi donne e bambini al seguito. Il Ponte sulla Drina è ambientato a diverse centinaia di chilometri da dove sono nata io, ma leggendo quelle pagine magnifiche mi si era attaccato addosso un certo mal dei balcani come se avessi sentito il peso di quei secoli che sembrano millenni, con le dominazioni che si susseguono e le popolazioni che scoprono se è il loro turno nell’essere perseguitati, vessati o premiati.

Non sono religiosa ma sono molto spirituale, ha detto poco tempo fa una donna che ammiro molto e che è stata un sostegno prezioso in questo ultimo periodo così difficile. È un bel modo per prendere le distanze senza rinnegare un collegamento emotivo che è sciocco mettere a tacere. Non mi identifico in nessuna religione, non frequento luoghi di culto se non per godimento artistico e architettonico, ma sono nata in una famiglia di antiche tradizioni cristiane ortodosse, e verso questa eredità storica e umana provo molta tenerezza e un po’ di senso di responsabilità.

Forse Radovan Prijic sarebbe deluso se sapesse che la sua bisbisbisnipote non va a messa e non è nemmeno battezzata. Ma credo sarebbe contento nel sapere che la stessa nipote si emoziona quando pensa a quel giro a cavallo nel 1689 e immagina la sera di Natale di quelle famiglie che festeggiavano quando un’altra parte del mondo cristiano si congeda anche dall’Epifania chiudendo un pezzo importante dell’anno liturgico. Chissà cosa sapevano dello Scisma d’Oriente e della questione del filioque. Chissà se avevano vicini cattolici come avevo io da bambina, senza saperlo.

La guerra civile che ha insanguinato il paese in cui sono nata non è stata una guerra religiosa. Ma la religione è stata un simbolo di divisione “facile” e anche mediaticamente efficace per raccontare il senso di quel che un senso non l’aveva. Io sono italiana e sono nata iugoslava. Sono dalmata, sono croata e sono serba, ma non mi faccio dire cosa sono da qualcun altro, mai. Festeggio il Natale cattolico perché così ho imparato a fare nel paese dove vivo, perché anche i bambini non battezzati possono fare i lavoretti natalizi con il DAS e la pittura a tempera. Festeggio anche il Natale ortodosso, perché sono nata dove Radovan aveva scelto la sua casa e quella dei suoi discendenti, almeno fino a me e a mia sorella.

Amo fare i regali alle persone che amo. Ma quest’anno ho scelto di farne solo a persone che non conosco, dedicando questo pensiero a chi mi è stato accanto con tante carezze, persino a distanza. Ci sono tantissimi rifugiati nel mondo che cercano dove potersi sentire a casa e riavere il loro water rosa. Pochi di loro saranno ordotossi, ma del resto non lo sono nemmeno io. Eppure a tutti loro, alle persone che amo e a voi tutti auguro Buon Natale, di nuovo.

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Quando Milošević e Tuđman rubarono la tazza del water rosa

Questo post parlerà di tazze del water. Chi mi frequenta con una certa regolarità sa bene che non parlo di funzioni corporali, quindi è parecchio strano che io scriva di tazze del water. Ma sempre più mi sto rassegnando al fatto che la vita è fatta anche di funzioni corporali e di necessità di cui per anni ho sognato di poter fare a meno, come dormire.

Questa storia è una storia privata, che rendo pubblica per un misto di amore, terrore, odio, paura per quell’odio, narcisismo, esasperazione, rabbia, schifo, malinconia, (iugo)nostalgia, voglia sopita e rimossa di vendetta, gratitudine. E tanto altro ancora. Questa storia è una storia privata e come sempre faticherà a scriversi, perché se sono pudica rispetto alle funzioni del corpo figuriamoci rispetto alle funzioni del cuore.

La prima tazza

Quando mio nonno era andato in pensione, lui e la nonna erano tornati a vivere nel “selo”. Il selo è un piccolo centro agreste che gravita attorno alla città, ma già solo sul concetto di selo dovrei scrivere un post a parte. Diciamo “villaggio”, con molta approssimazione. Poiché avevano vissuto in città nelle “case dei ferrovieri” per tanti anni, non avevano mai costruito il bagno nella casa al villaggio, e ora era ora. Bisognava dunque comprare una tazza del water. “Vado in città a prenderla” disse il nonno. “Biljo, come la prendo?” Cosa poteva rispondere una bambina di sette anni? “Rosa! Dido, prendila rosa!” E giù a ridere. (Ridevo sempre.) Grandissima fu la mia sorpresa quando il nonno tornò dalla città con una tazza del water rosa. Voglio dire, non pensavo che il nonno avrebbe preso davvero una tazza rosa. E invece mio nonno era così: semplicemente straordinario. E così per un paio d’anni le nostre funzioni corporali poterono contare su quella tazza rosa, le volte che andavamo a trovare i nonni nel corso di quella strana e meravigliosa vita a metà tra le due sponde dell’Adriatico selvaggio.

La barbarie, e la seconda tazza

Quando la città, il villaggio dei miei nonni e tutti i villaggi attorno furono saccheggiati, i saccheggiatori si portarono via anche la tazza rosa. Poi forse semplicemente l’avevano rotta e fatta in mille pezzi. Ma invece “Hanno portato via ogni cosa, anche la tazza rosa che aveva scelto Biljana” dicevano le cronache familiari. Perché come si raccontano e si tramandano le storie è importante. Di fatto quella tazza rosa era stata fatta sparire, portandosi via la mia risata e la cura che aveva avuto mio nonno nell’assecondare la mia richiesta birichina, perché in fondo se puoi far felice qualcuno perché non dovresti farlo? I miei nonni erano fuggiti assieme a centinaia di migliaia di persone poco prima di quel saccheggio e la loro epopea meriterebbe che io trovassi la forza di raccontarla e condividerla. Ma questo post parla più modestamente di tazze del water, e bisognerà pur quagliare. I miei nonni resistettero qualche tempo in Italia da noi e da mia zia. Ma poi coraggiosamente o per incoscienza o inevitabilmente tornarono appena poterono. “Hanno portato via tutto, persino la tazza rosa di Biljana” aveva raccontato il nonno al telefono. “E tu cosa hai fatto?” aveva chiesto mio papà. “Sono andato in città a comprare una tazza del water, perché la nonna potesse usare il bagno.” Nessuna guerra, nessun saccheggio, nessuna malattia (come scoprimmo con dolore poi) potevano togliere a mio nonno l’amore sconfinato per i suoi e la voglia di mostrarlo sempre. La stessa cura con cui aveva risposto al mio innocente capriccio di bambina in tempo di pace la metteva nel risparmiare a mia nonna l’umiliazione di non potersi occupare delle funzioni corporali con normalità dopo la guerra.

Epilogo: di tazza in tazza

Oggi è la giornata del rifugiato. Non sono stata rifugiata per caso, e per un’intuizione di mio papà che meriterebbe un lungo e sofferto racconto. Ma questo post parla di tazze del water, e immaginate incamminarvi verso l’ignoto con la morte nel cuore e il pensiero alla prossima tazza del water su cui vi potrete sedere, che chissà tra quanto tempo e tra quanto spazio sarà. Non sono stata rifugiata per un pelo, e ancora combatto con il più assurdo dei sensi di colpa. Sono stati rifugiati quasi tutti i miei familiari e quasi tutti gli amici e conoscenti della città dove sono nata, le mie compagne di giochi, gli alunni di mia mamma, i giocatori di mio papà. Sono stati rifugiati negli anni Novanta del Novecento in Europa, per colpa di chi quella guerra l’ha voluta e di chi non l’ha voluta fermare. Quando sono tornata in città dopo più di sette infiniti anni in casa dei nonni c’era la tazza bianca di quel primo viaggio in città di mio nonno. E c’erano anche delle coperte grigie che pizzicavano un po’. E delle scodelle semplici in alluminio di foggia militaresca. Pochi oggetti uguali per tutti, come in un involontario buffo omaggio alla repubblica socialista seppellita da quella guerra. Un kit di sopravvivenza indispensabile, portato dall’UNHCR e da pochissime altre organizzazioni (mia nonna parlava sempre bene di certe chiese protestanti, mi spiace non saperne di più). Provo ancora un dolore che non riesco a dire per una guerra civile di cui non mi capacito, e di odio verso chi l’ha scatenata. Ma sono grata a chi ha aiutato i miei nonni durante la dolorosa marcia, e a chi li ha sostenuti in un altrettanto doloroso ritorno a una casa che non era più casa.

Il mondo fa talmente schifo che può capitarvi che qualcuno vi porti via tutto, pure la tazza del cesso. Ma se siete fortunati magari avete chi vi ama tanto da avervi regalato una tazza del water del colore che volevate. E magari pure se vi hanno portato via tutto qualcuno durante una dolorosa marcia vi apre la porta di casa consentendovi di pensare alle funzioni corporali. E qualcun altro vi aiuta poi a cercare una vostra nuova tazza del water -di qualunque colore sia- a casa vostra anche se non sarà più casa, o da qualche parte del mondo, perché ciascuno che ama ne merita un pezzetto.

E ora pensate, fate, donate.

***

Il titolo del post si ispira a un libro per ragazzi molto bello, Quando Hitler rubò il coniglio rosa: regalatelo!

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A San Nicola il Sole è alto

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Nella lista dei migliori film della mia rivista preferita c’è il film girato nella mia città e scrivo che è ancora San Nicola che è la festa della mia famiglia. E detta così sembrerebbe quasi che ci sia da festeggiare invece sono triste anche se questo annus horribilis volge al termine e forse ci darà un po’ di tregua. Sole alto è un film bello anche se non me lo ricordo tanto bene e le recensioni andrebbero scritte subito dopo aver visto il film. Per dire avrebbe molto più senso scrivere di È solo la fine del mondo che l’ho visto da poco anche se non è bello come Mommy e in qualche snap ho detto pure che alla fine non vuoi tanto bene a nessuno dei personaggi, mentre ero in bici. Ma sono davvero triste ed è San Nicola e i nonni non ci sono più e penso che vorrei piangere fino a Capodanno quando viene Nonno Gelo. Che poi sarebbe San Nicola, e alla fine tutto si tiene. Non capirete mai Sole alto, ma vedetelo lo stesso.

Dalibor Matanić ha girato questo film a Knin ma non gli ho chiesto perché. Uscita dalla Sala estense dove l’avevo visto in anteprima italiana al Festival di Internazionale a Ferrara gli ho stretto la mano, fatto i complimenti e detto che sono di Knin. Che è vero e falso insieme. Perché è come dire Sono di Fantàsia, Sono di Babilonia, Sono di Mordor. Lui ha detto qualcosa come Ah, carino! a riprova del fatto che non è quasi mai una buona idea approfondire con gli artisti. (Questa memoria è un po’ ingenerosa, perché mi lascio influenzare da mio papà che ha spesso dei giudizi sommari che travolgono ogni mio tentativo di pensiero autonomo.)

Non gliel’ho chiesto, ma forse il film è stato girato a Knin perché costava poco. O forse perché c’era natura selvaggia abbastanza e desolazione abbastanza e villaggi semiabbandonati abbastanza per girare questo film che sono tre ma che è sempre lo stesso e infatti gli attori sono sempre loro due anche se hanno nomi diversi e capigliature diverse. Un film sulla guerra, chiaro, perché un film di un croato molto zagabrese girato a Knin che vince premi internazionali con attrice serba di che cosa vuoi che parli, Che cliché signora mia, questi balcanici sempre a parlare delle loro guerre quando la gente muore ad Aleppo. Non capirete mai i Balcani, ma andateci lo stesso.

Ho sempre pensato che se avessi scritto un libro avrebbe parlato della guerra. In un modo o nell’altro. Anche se mi censuro un sacco di volte. Perché penso quasi sempre che a voi giustamente non ve ne frega e v’annoia. Quando sono triste piango. Ma non vi cerco perché penso che vi stufo. L’ho pensato per vent’anni, da che è finita la guerra, ma oggi è Sveti Nikola ed è la festa della mia famiglia e un bellissimo film è stato girato nei dintorni scenograficissimi della mia città e se anche vi stufate vi scrivo quanto è stato doloroso vederlo e quanto la guerra faccia male anche se è finita da ventuno anni e qualche mese. Era iniziata quattro lunghi anni prima, che è quando è ambientato il primo triste episodio. Loro sono giovani e vanno al fiume. Lei è bellissima e lui lo sa. Lei è bellissima e lui non ci crede quasi che una bella così gli dia retta. Lui suona la tromba, ma mentre spirano forte venti di guerra non è il caso di mettersi a suonare uno strumento tanto marziale. Non capirete mai Jelena e Ivan, ma andateli a vedere lo stesso.

Andarsene è stato doloroso. Ne ho ricordi vividi e angosciosi. Faceva caldo come fa sempre caldo nei giorni attorno al mio compleanno, e il Sole era alto mentre passavamo da un posto di blocco all’altro. Andarsene è stato doloroso, ma mai come ritornare. Nel secondo episodio c’è un ritorno. Ed è tutto sgarrupato e tutto triste e faticoso. Ricordo i colpi di proiettile in tutti i muri e tutto che mi sembrava minuscolo perché ero andata via che ero un metro e quaranta sì e no. E nel secondo episodio c’è una scena di sesso intensa e piuttosto esplicita che è sempre un poco strano vedere una scena di sesso al cinema (anche se la Sala estense non è proprio un cinema) seduta accanto ai tuoi genitori. E la scena di sesso esplicita finisce con un To je to che è poco traducibile e che mi chiedo come abbiano devastato come al solito nel doppiaggio che come al solito chi gli piace il doppiaggio e i doppiatori italiani più bravi del mondo verrà defenestrato. Non capirete mai Nataša e Ante anche se fate del sesso esplicito, ma andateli a vedere lo stesso.

Non sono una grande fan dei finali. Un brutto finale non mi rovinerà un film amatissimo. E viceversa un buon finale non risolleverà le sorti di una pellicola già condannata da un giudizio sommario di impronta paterna. Non me lo ricordo bene come finisce Sole alto. Meglio così. Così non faccio spoiler e così Ines non mi sgrida. Del terzo episodio mi piace che i protagonisti siano miei coetanei più o meno e che siano smarriti e incazzati anche se pure loro si mordono la lingua perché tanto non serve a niente. C’è una festa al lago o al fiume che devono essere uno dei miei laghi o dei miei fiumi (i miei fiumi, come Ungaretti). C’è il tentativo di sottrarsi all’impegno perché forse è più facile. Per sopravvivere all’assurdo, al passato che devi archiviare ma mica è una pratica, e comunque ti sei scordato l’ordine alfabetico per farlo. E poi quale alfabeto vale, che sono due e manco nello stesso ordine? Lei è serba e lui è croato, o viceversa. Ma vi siete mica mai innamorati pensando che era vietato, voi? Non capirete mai Marija e Luka, ma andateli a vedere lo stesso.

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Insonne per scelta

Cose che preferisco al dormire

Correre.
Mangiare chicchi d’uva.
Tutto ciò che di simpatico si fa a letto, tipo le parole crociate o Topolino quando stai male (ma solo se te li compra spontaneamente qualcuno che ami).
Cucinare.
Nuotare nell’acqua da fresca a freddina.
Salire sulla vetta di una montagna, con un percorso ad anello.
Scrivere a mano.
Partire, ma non fare i bagagli.
Tutto ciò che di bellissimo si fa a letto, tipo leggere libri belli con due cuscini dietro la schiena.
Bere tè.
Bere tisane, infusi, caldissimi.
Andare alle mostre belle e passare il dito sui prespaziati quando le spiegazioni sono particolarmente curate.
Scrivere a mano a qualcuno che non esiste ma invece sì, da 22 anni.
Bere birra: chissà perché i francobolli invece no.
Fare citazioni di nicchia ma pure popolari, e poi non spiegarle.
Ascoltare La lingua batte e ripromettermi di appuntarmi qualcosa citato nella puntata una volta rientrata dalla corsa e poi non farlo mai.
Essere indulgente con me stessa, più di un tempo.
Parlare a lungo con mia sorella.
Uscire con gli amici e a un certo punto della serata estraniarmi per guardarli “da fuori” e pensare Siete fantastici e poi non dirglielo mai.
Andare agli eventi, indossando il badge col mio nome.
Andare alle presentazioni da sola, sedendomi in prima fila e ascoltando tutto.
Internazionale.
Internazionale a Ferrara.
Le mura di Ferrara.
Il Po, persino.
San Luca da tutti gli angoli, e ancora ne scopro di inediti.
Rileggere qualcosa di scritto molto tempo prima e non trovarlo poi così male.
Andare in biblioteca.
Entrare in biblioteca senza idee e uscire con 3 libri e 32 denti di sorriso.
La Sentina.
Città Sant’Angelo e i suoi abitanti, che si chiamano angolani.
Il dialetto angolano, che non so parlare.
Il serbocroato, che so parlare ma non scrivere (bene).
Il precoce bilinguismo.
Biskupija.
Prendere il traghetto.
Prendere l’aereo.
Andare in bicicletta, a Bologna.
Ciaspolare, sull’Appennino.
Perdermi ma poi ritrovare il sentiero, sull’Appennino.
Raccontare di quando ci siamo persi sull’Appennino.
Dire “all’addiaccio”.
Dire “santi numi!”.
Fare complimenti a chi li merita.
Fare complimenti a chi merita incoraggiamento.
Andare al cinema, in Cineteca, a vedere film in lingua originale, coi sottotitoli.
Entrare in libreria e comprare esattamente quel libro per quella persona che festeggia qualcosa, avendoci bene pensato prima.
Azzeccare un regalo, specie se per mia sorella.
Andare all’opera, avendo (ri)letto più volte la trama.
Indossare le perle quando vado all’opera.
Fare colazione.
Stare sul balcone, immaginandolo terrazzo.
Andare al parco.
Mangiare qualcosa “col cucchiaio”.
Avere ragione.
Essere presa in giro quando ho torto.
Usare il mio bollitore.
I piccoli elettrodomestici.
Le banane.
Tutte le altre cose divertenti che si fanno a letto.
Più divertenti che dormire.

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Eravamo 4 amici al Balkan

 

Ho imparato a camminare al Balkan. Un bar senza pretese ma con un giardino estivo sulla strada principale della città dove tutti e quattro siamo nati, “nello stesso ospedale” (chissà perché precisiamo spesso questo dettaglio, specie quando mi chiedono se uno dei miei due genitori sia italiano, o se mia sorella sia nata in Italia, circostanze entrambe non vere).
Il Balkan aveva delle sedie bianche in plastica finto vimini. I miei genitori e i loro amici le occupavano fino a tardi nelle calde sere d’estate, e c’ero io che non volevo andare a dormire mai, e che stavo buonissima perché sapevo che al primo capriccio avremmo preso la strada di casa e sarebbe così finito il divertimento.
Le sedie del Balkan erano stabili ma leggere. Almeno lo erano abbastanza da poterle afferrare per il telaio e trascinarne una in giro per la veranda a meno di un anno di età, rendendo meno traumatico il passaggio verso una posizione eretta stabile. Ho portato in giro per settimane una di quelle sedie, alternandola con la mano del più premuroso dei padri. Nelle estati successive ho continuato a godermi quelle piacevoli serate di chiacchiere e risa, finché è stato possibile.
Balkan nella mia memoria è ancora oggi prima di tutto un posto dell’anima. Solo in secondo ordine è la penisola che fa da polveriera all’Europa da secoli, e ogni tanto fatalmente esplode.
Mi stupisce e sconvolge che tanti amici amino i miei luoghi natale, le mie infinite ex patrie. Quasi tutti li ho conosciuti attraverso quel luogo di isolamento e solitudine e freddezza dei rapporti sociali che certuni chiamano “il mondo del web” come fosse un altro, che chissà con quale orbita gira attorno al Sole.
Con tutti loro –se esistesse ancora– mi siederei ai tavolini della veranda estiva del Balkan a condividere una Karlovačko e a scambiarci pareri fino a notte fonda.
Non essendo ciò possibile perché han fatto saltare in aria la polveriera negli anni Novanta del Novecento meno di un decennio dopo quei miei primi passi col supporto di una sedia, li saluto da queste pagine, e li ringrazio.

Aldo

Aldo è un uomo di confine. Iugoentusiasta con cognizione di causa, perché è sempre stato lì, a un tiro di schioppo (scusate…), prima durante e dopo la guerra. Per Aldo cenare in Slovenia non è più complicato che in tanti altri posti della sua regione, la più a est d’Italia, già in odor di Balcani.

Maresciallo Tito

Saša deve essere nato dalla parte sbagliata dell’Adriatico, non c’è altra spiegazione. Conosce ogni dettaglio della geografia, della storia, della musica e della gastronomia iugoconnessa. E sarà contento che lo chiami Saša, piccolo Aleksandar, ci scommetto.

Liza

La quota rosa di questa mia classifica predilige delle mie terre uno dei suoi prodotti migliori: lo sport, e nello specifico il basket. E come darle torto? Per capire qualcosa dello sport iugoslavo e molto delle guerre iugoslave consiglio sempre di guardare questo splendido documentario americano (segnalatomi da Vittorio, che ancora ringrazio per questo regalo).

Beppe

Un giurista torinese follemente innamorato di quel che c’è a est di Trst. Per me è un mistero. Ma un mistero piacevole che non voglio sondare. Gli piacciono i miei luoghi, la mia lingua. Così. Che bello è?

Frane

Francesco ha un incomprensibile profilo col lucchetto. Potete però leggere il suo libro. Per chi studia comunicazione è più utile questo testo di certi manuali general generici che sproloquiano di débrayage facendo esempi pescati sulla luna. Belgrado e Mostar sono testi (in senso semiotico) all’aria aperta, benissimo raccontati da una bella penna e da una bella persona.

Rodolfo

Quando sento che i giornalisti “di oggi” non hanno più voglia di consumare la suola delle scarpe sento ribollire il sangue nelle vene. Che cretinata. Rodolfo Toè consuma le sue suole sulle strade di Sarajevo, dove già fa un freddo cane.

Davide

Non solo studia i Balcani, ma ama parlarne e scriverne. Retuittatore entusiasta (vi ho avvisati), ma solo di quel che vale la pena leggere.

Ovviamente queste sviolinate valgano come FollowFriday. Perché la scorsa settimana Simone mi ha fatto questo imbarazzante scherzetto.

Nessuno può meritare una descrizione tanto impegnativa, ma questi GenteDaSeguireSuggeritaOgniVenerdì in forma più lunga e ragionata dei 140 caratteri canonici di PratoSfera mi son piaciuti molto. E allora ho ripescato questo post in bozza da molto e ve lo vendo come #FF. Furbissima, eh?

Ma io –poi– ho davvero l’accento bolognese?

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smancerie

Quello che amo di noi, e degli altri noi

Amo gli italiani

Quando parlano di cibo mentre mangiano, e possono andare avanti per ore.

Quando interpretano con ragionevole flessibilità certe regole, e ti dicono comprensivi E che sarà mai! oppure Per tanto poco! o ancora Fossero questi i problemi!

Quando enumerano tutti i modi in cui si dice “gomma da masticare” o “strofinaccio da cucina” o “marinare la scuola” lungo la penisola (e nelle isole, certo).

Quando dicono che già a cinque chilometri si parla un dialetto sensibilmente diverso dal loro.

Mi guardano diffidenti alla mia convinta derisione della regola Bagno solo dopo tre ore, perché certi divieti ti entrano nella pelle come dopo un pasto troppo agliato.

Lamentano d’esser ostaggi del vaticano, ma poi tutti sono battezzati comunionati cresimati, pur confondendo l’Immacolata concezione con l’oggetto dell’Annunciazione.

Quando bevendo un espresso scadente commentano “A ‘sto punto mille volte meglio il caffè che mi faccio con la moka di casa!”.

 

Amo i miei iugopopoli

Quando mangiano qualcosa col cucchiaio e poi satolli di gulaš o zuppe varie esclamano Ah, non c’è niente di meglio che mangiare col cucchiaio!

Guardano lo sport, quasi ogni sport, tutti gli sport che a me piacciono, e ne parlano come fosse in quel momento questione di vita o di morte.

Quando usano per “mano” e “braccio” la stessa parola —ruka— ma poi per dire “mangiare chicchi d’uva” si bullano di potersi servire di un unico verbo apposito: zobljati.

Fingono di sapere qualcosa della religione cui dicono di appartenere, senza sapere nulla della spinosa questione detta filioque (né ovviamente che fosse un pretesto bello e buono per lo scisma).

Si scannano tra di loro da oltre vent’anni, ma poi parlano “na naški”, la “nostra” lingua.

Quando bevendo un espresso scadente commentano “A ‘sto punto mille volte meglio il caffè turco che mi faccio con la cuccuma a casa!”.

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Poplave pop (alluvioni e altre disgrazie)

Foto di @tompeter da altri disastri europei

L’Europa affonda e l’Europa non lo sa. In Europa le acque di fiumi esondati travolgono uomini e terre e l’Europa guarda le devastazioni da lontano, un po’ come quando in Europa si sparavano tra di loro e l’Europa diceva che avevano l’odio nel sangue e che erano guerre di religione.

Le alluvioni in Bosnia, Croazia e Serbia (in salvifico ordine alfabetico) sommergono case e cose ma almeno fanno emergere ancora una volta le contraddizioni di un continente ambientalmente fragile, geograficamente unico, culturalmente ricco e politicamente diviso.

A poco è valso alla Croazia essere oggi il 28esimo Stato dell’Unione Europea (non dell’Europa, ma dell’Unione Europea: la differenza è chiara, vero?), visto che a quanto pare chiederà gli aiuti per l’alluvione del secolo assieme a Serbia e Bosnia, che nell’UE ci entreranno –forse– solo tra molti anni. Quello che non ha potuto la passione antimilitarista e antinazionalista di tantissimi cittadini dei tre paesi hanno potuto le devastazioni dei giorni scorsi. È rinata una sorta di Iugoslavia della solidarietà palustre, in cui tutti aiutano tutti, in cui la piccola Macedonia manda cibo e altro di prima necessità ai grandi vicini per ricordare la mobilitazione nazionale per il terremoto di Skopje nel 1963. Una vita fa.

Questa solidarietà vive sul web solo dopo esser circolata sulle strade dissestate e nei campi allagati, tra una iugonostalgia finalmente non fine a se stessa ma utile e pragmatica, il solito humor balcanico agrodolce tendente al nero, e l’ambientalismo consapevole di chi vive in simbiosi con la natura da sempre. Perché i Balcani sono così: terre fragili e selvagge con una natura prorompente, piccoli villaggi e cittadine più che grandi metropoli, ove anche chi è nato e cresciuto in città ha sempre un “selo” (borghetto di campagna) ove tornare.

Riporto qui un compendio minimo tradotto e commentato di quel che succede a pochi chilometri dai nostri confini, per ascoltare quelle voci che sempre ci parlano, ma che nel 1991, poi nel ’92, fino al ’95 e poi ancora nel ’99 abbiamo ascoltato distrattamente, convinti forse che l’Europa non fosse abbastanza Europa per essere considerata dall’Europa.

Il territorio

Che sia dallo spazio o dal livello del mare, lo scenario è desolante.

Gunja (vicino Vukovar, in Croazia): senza parole.

La Sava (marrone) che entra nel bel Danubio blu: impressionante.

“Solidarietà, coraggio, tristezza e abbracci.” Niente da aggiungere.

“Golubac è l’unica città in Serbia che abbia un sistema permanente di difesa dalle alluvioni. L’unico!”
In un paese con tanti fiumi non è una scelta saggia. Certo che anche in Italia…

 

I numeri magici

1003 è il numero magico per gli SMS: tantissimi lo hanno scritto OVUNQUE: “Già che stai fermo al semaforo, manda un SMS al 1003”.

“Affinché la mucca del vicino sopravviva manda un SMS al 1003!”

E la storia finisce anche bene: “Sapete quella mucca che si è salvata salendo sulle scale, che tutti avete condiviso? Le hanno portato da mangiare!”

 

Fratellanza e unità

“Ok, la vecchia Iugoslavia s’è sfasciata, ma servirebbe che per queste catastrofi si formasse un piano di intervento per l’intera regione. Siamo troppo piccoli per combattere da soli queste calamità.”

“Chi nemmeno dopo tutto questo ha capito che tra gli uomini esiste solo la divisione tra uomini e merde, nemmeno un asteroide in testa l’aiuterebbe.”

“Ehi, Vučić, sei il migliore. Ora via, lasciaci in pace a fare il lavoro per il quale ti paghiamo.”

“Ci sarà il tempo per la rabbia e per lo scaricabarile. Prima sopravvivere.”

 

Gli angeli del fango

“La squadra dei volontari da Paracin nelle zone più colpite della città.”

 

Sportivi e altri famosi

“Dall’alluvione è riemersa la Iugoslavia” e “Lunga vita ai popoli della vecchia Iugoslavia.”

Tanta bellezza al lavoro.

Solidarietà alle terre del basket.

E il campo da basket si fa campeggio.

“Ringraziate ancora un po’ e chiamate re gente che della Serbia se ne frega” (e ricicla foto di campagne precedenti).

Invece i veri VIP (il mio gruppo croato contemporaneo preferito) aiuta davvero: “Ogni prodotto (degli aiuti) marcate con la lettera H per evitare che finiscano in vendita!”

 

Non ci resta che ridere

“Anche il Compagno Maresciallo vuole aggiungere qualcosa: Ora dopo queste alluvioni vi è chiaro che è più utile avere il piano Difesa e protezione che il Catechismo a scuola?”

 

Per aiutare dall’Italia

Le indicazioni migliori sono ancora una volta da Osservatorio Balcani. Quindi, ancora una volta: hvala.

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Sulla Drina, un ponte

Ho chiamato questo blog Most prima di leggere Il ponte sulla Drina, si vede che era destino. Perché non ho letto prima Il ponte sulla Drina? Non lo so. Eppure tanti me lo avevano nominato, non necessariamente avendolo letto. Oppure lo so. Non ho letto Il ponte sulla Drina perché era doloroso, come tutto il resto.

Il ponte sulla Drina è uno dei libri più straordinari mai letti in vita mia. I libri letti in vita mia sono sempre meno di quelli che avrei voluto, ma non sono nemmeno così pochi.

Quando un libro fai fatica a definirlo, a incasellarlo, a mettergli un’etichetta e financo a paragonarlo a qualche altro, o è un capolavoro o è una schifezza. Che siamo nel primo caso non lo dico io, lo disse l’Accademia di Svezia che a Ivo Andrić ha assegnato il Nobel per la letteratura principalmente per quest’opera grande.

(Non) è un romanzo, (non) è una cronaca, (non) è un testo storico, (non) è un’epopea. È tutto questo, e di più. E lo so che sembra una scappatoia definirlo così, ma davvero è una scatola lucente di racconto, analisi, previsione, riflessione antropologica. E –aspetto notevole per un libro uscito nel 1945– sembra scritto l’altro ieri. Da uno davvero bravo, l’altro ieri.

Che lingua, gente, che uso sapiente. Nella mirabile traduzione di Dunja Badnjević (dunja vuol dire mela cotogna, non è bellissimo?), Il ponte sulla Drina si legge con una immediatezza che mette in pace col mondo. Al terzo capitolo mi ero già pentita di non aver avuto fiducia nelle mie capacità e nella prosa di Ivo e di non averlo approcciato in serbocroato. Ma ormai non potevo più staccarmene, e aspettare di reperirne una versione in lingua originale era impensabile.

Ma pure il titolo, che finezza. Andrić ha scritto nel 1925 Il ponte sulla Žepa. Che noioso! direte voi. Niente affatto. Il titolo originale di questo è Most (!) na Žepi. Invece Il ponte sulla Drina è in realtà Na Drini, ćuprija. Quell’inversione è da brividi, e ćuprija è parola di origine turca, perché quel ponte, quel “most” fu voluto da un visir quando Višegrad –la cittadina dove succede tutto quel che è raccontato– era parte insignificante dell’Impero Ottomano, al suo massimo splendore e all’apice della sua durezza e crudeltà.

Ci ho messo tanto, a leggerlo. Me lo sono gustato. L’ho sorseggiato. Come una scemetta, ne scrivevo alcune citazioni che mi sembravano universali su Twitter. Credo che Lisa ne abbia retuittati il 95%, a occhio. Ma non fidatevi della mia scelta di frammenti. Leggete questo libro, perlamiseria! È imperdibile per ogni europeo. È il casino, è il vero melting pot, siamo noi.

Non ci sono moltissimi iugonomi e iugoparole in genere in questo post. Ma se avete dubbi sulla pronuncia c’è sempre il post ad hoc, qui

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Tra Natale e Santo Stefano (ci sono 15 giorni)

A Bologna ci sono già le luminarie di Natale. Anche nella vostra città, non dite di no. Se nella vostra città non ci sono ancora le luminarie, non vivete in Italia. O siete molto distratti e non vedete le luminarie che ci sono già.

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Ljubljana, ex iugoslavia molto ex, un anno fa

Dopo tutti questi anni, vivo ancora il Natale come qualcosa che mi riguarda poco. L’imprinting familiare è più forte di tutta la pubblicità dell’orrida televisione italiana, dei film natalizi che tornano più puntuali del solstizio, della messa di mezzanotte che mi toccava quando frequentavo gli scout. Il Natale non è roba mia.

Babbo Natale in realtà è Nonno Gelo e porta i regali a tutti i bambini (i bambini sono buoni per definizione) la notte del 31 dicembre, a Capodanno. La festa di tutti. Perché il Natale discrimina, il Capodanno no. Eh. Scusate se mi ripeto, ma la SFRJ stava avanti. Talmente avanti, che hanno ricacciato tutto ciò che la componeva indietro di qualche decennio.

Da piccola, con la scusa che avevo due Natali finivo per non festeggiarne davvero nessuno. Tanto c’era Capodanno. Da grande, ripeto esattamente lo stesso schema. Solo, con un po’ di consapevolezza in più.

Tutte le volte che posso provo a stare con la mia famiglia il 7 gennaio, data del Natale ortodosso. Il Gesù è lo stesso, la stalla anche, ci sono il bue e l’asinello e pure i Magi. È lo stesso evento. La colpa dello sfasamento non è attribuibile al Bambino, insomma, ma unicamente a Gregorio Ottavo che cancellò un paio di settimane sul finire del Cinquecento per far tornare certi calcoli astronomici e i popi ortodossi non la presero benissimo e continuarono a usare il calendario giuliano.

Quindi il Natale ortodosso è sfalsato di due settimane. E così Santo Stefano e l’Epifania. A Halloween qualche spiritoso su Twitter si chiedeva se i bambini serbi potessero uscire a fare Dolcetto o scherzetto? o se dovessero aspettare due settimane. (Adoro l’umorismo balcanico, ha sempre una toccante nota triste/disfattista/malinconica/misantropa/autodistruttiva.)

Ma io questo Natale ortodosso lo amo proprio perché riesco spesso a stare con la mia famiglia stretta (grazie ai miei colleghi per questo giorno extra che mi hanno concesso spesso e volentieri). Non ha un significato religioso. Immagino che questo valga anche per molti italiani rispetto al 25 dicembre. Però per molti di questi molti c’è almeno un retaggio di lettere al Bambin Gesù o a Santa Lucia qualche settimana prima (il 13 dicembre, mi pare: che confusione). A me manca anche questo minimo aggancio.

Una volta alle elementari ci fecero scrivere la lettera dei regali. A parte che per una bambina socialista chiedere dei regali per sé scegliendoli era una bizzarria anche un po’ blasfema, io non sapevo proprio che pesci pigliare. Ma a Gesù o a Dio? chiesi a un’amica. Tanto sono la stessa Persona! fece lei che già andava a catechismo. Massimamente confusa, scrissi questa letterina che principiava con Caro Dio, e proseguiva suppongo in modo altrettanto sconclusionato.

L’ho capito dopo che non è che in Iugoslavia non avevamo il Natale. Anzi, ne avevamo due! Solo che erano privati e non pubblici. Se uno voleva, li festeggiava. Se no, no. E noi di solito no, o almeno non in modo vistoso. Invece le feste di tutti, quelle erano in grande stile. Il Giorno della Repubblica, 29 novembre. Capodanno, con l’albero di Capodanno (un abete con le palle rosse, sì). Il Primo Maggio, LA festa (il lavoro, le fabbriche autogestite, blablabla).

Non voglio essere fraintesa. Non sono nata nel paradiso in terra. Se qualcuno è stato discriminato per la sua religione nella SFRJ (io non conosco nessuno, ma faccio poco testo), me ne dolgo sinceramente. Però l’intento generale era buono e mi piace ancora oggi, nonostante tutto il male che è venuto dopo. A cercare le somiglianze più che le differenze ci si guadagna.

Ci sono sempre più cose in comune di quelle su cui si è in disaccordo. Basta cercarle, valorizzarle. Persino in una società disgregata e a tratti respingente come quella in cui viviamo, c’è così tanto da condividere che non ne abbiamo idea. C’è un ambiente da salvaguardare con maggiore tenacia, e quello è di tutti, no? C’è un paese bellissimo che chiede a gran voce di essere visitato e amato fin dai più piccoli borghi e dagli angoli romiti. C’è tanta vitalità che resta nelle case, nel privato, e che invece è ora di dispiegare nei luoghi pubblici, nelle strade, all’aperto e alla luce del sole. Capodanno arriva presto, ed è per tutti. Mi ricorderò di rifarvi (e rifarci) questo augurio.

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giringiri

I Jadransko plavo more*

Questo post parlerà di turismo dal punto di vista dell’utente. Non sono una esperta in materia, e potrei dire castronerie. Ma osservo bene, da anni, e non sparo giudizi affrettati. Se le castronerie permanessero, c’è spazio nei commenti.

A parte una parentesi lunga che mi parve lunghissima (1991-99), qualche giorno in Croazia d’estate lo passo sempre. La combinazione è campagna dalla nonna poco poco nell’entroterra (la casa di sempre, la gatta di sempre, vegetazione selvaggia che si mangia tutto e tanta desolazione) e poi mare in case in affitto (casa nuova, padrone di casa nuovo, costa nuova o isola nuova: sono una novelty seeker anche nei Balcani).
E in questi anni ho maturato una idea con tanti alti e altrattanti bassi di una vacanza in Croazia. Non tanto per me che alla fine mi arrangio. Quanto per un turista-tipo italiano con gusti non dissimili dai miei (un mio amico ipotetico che preferisce le rocce o i ciottoli alla sabbia).

Madonna corsara.

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All’arrembaggio!

(1) Il turismo in Croazia è –ovviamente– una delle industrie centrali dell’economia (se non “la più”). Ebbene: non si direbbe. Poco altro al mondo c’è di così male organizzato, per niente gestito, lasciato al caso, non valorizzato. Immagino esisteranno associazioni di albergatori, operatori del turismo, agenzie di viaggi, organizzatori di escursioni. Lo immagino. Ma il loro operato è invisibile. Quando arrivi non hai la sensazione che ci sia un piano, ti sembra sempre che qualsiasi attività interessante o luogo piacevole da visitare sia inaccessibile, come se avessero fatto di tutto per nascondere i propri tesori, anziché esporli davanti ai tuoi occhi, spiegarteli, metterli a tua disposizione.

PLUS | Le nuove autostrade hanno cambiato totalmente e in meglio l’accessibilità del Paese.
MINUS | Le nuove autostrade tagliano fuori Knin e non li perdonerò mai per questo.
DRITTA | Da Rijeka a Senj è meglio fare la statale e poi riprendere l’autostrada (occhio solo ai tornanti che da Senj salgono al cielo!).

*

Casa dolce casa

(2) In Croazia ci sono pochi alberghi rispetto al numero di visitatori. E i pochi che ci sono o son cadenti o son degli ecomostri osceni. Come quando ero piccola io, il modo migliore per farsi le vacanze al mare è affittare un appartamento o una soba (una camera) dai privati. Bene! Si sta comodi, si ha un contatto più caldo e informale con gli indigeni rispetto all’alloggio in hotel, ma c’è un numero infinito di ma. Non c’è un portale unico di gestione e prenotazione. Magari nazionale sarebbe ingestibile, ma regionale sarebbe fattibilissimo (Istria, Quarnaro, Dalmazia nord centrale sud, isole maggiori). Risultato: ogni proprietario ha il suo sitino scemo, ogni Comune ha il suo sitino scemo dove fa tutto male, le grandi agenzie se ne approfittano con percentuali molto alte. L’anno scorso mi sono servita di Adriatic.hr e mi sono anche trovata bene (gestiscono tutta la costa, ti scrivono in un dignitosissimo italiano, ti pagano l’autostrada, ti fanno lo sconto se torni l’anno dopo). Però fanno una “cresta” notevole che incide poi sul budget della vacanza, rendendo vano il contatto diretto con l’affittuario. Il proprietario della casa su Dugi Otok dello scorso anno mi disse “Ah, se mi telefonava direttamente ve la davo per un terzo in meno della cifra”. E come ti chiamavo, zuccone di un ubriacone, se non ti fai trovare in rete in modo sensato? Quest’anno ho prenotato con Airbnb (usato già tre volte, sempre con successo): tutto ok, ma non potevano consorziarsi e fare una cosa simile già 10 anni fa Made in Croatia?

PLUS | Se siete già in loco senza prenotazione, gli onnipresenti turist birò (scritto in genere così) sono storicamente efficienti.
MINUS | Non ci sono quasi alberghi a Knin, ma non trovo un motivo per consigliarvi di pernottarci.
DRITTA | Se però vi siete persi e siete finiti a Knin, salite almeno sulla Tvrđava –la fortezza– e godetevi lo spettacolo della Dinara, la (mia) montagna che noma le Alpi Dinariche.

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Facciamo un giringiro

(3) L’apoteosi dell’improvvisazione e della disorganizzazione per me è nelle migliaia di escursioni, gite organizzate, visite guidate per le Kornati, per la Blue Cave su Vis, per il Park Krka (il mio fiume!), per qualunque destinazione. Ci sono migliaia di agenzie con cartelloni fatti come in quinta elementare che disturbano la tua passeggiatina serale sulla riva –il lungomare croato– per proporti gite per l’indomani, con orari improbabili e in mezzo a un mare di cinnazzi urlanti. Sono in genere giri senza valore aggiunto, in cui vieni sbatacchiato da una parte all’altra del tragitto senza alcun senso, come in un percorso per carcerati. Sono esperienze da anni Settanta, o da Bali, dove almeno sei giustificato dall’essere dall’altra parte del mondo e senza conoscere la lingua. Il mio consiglio è di non farle. Ma davvero non mi capacito che ancora nessuno abbia messo in piedi un’offerta nuova, diversa, più vicina alla sensibilità contemporanea, e possibilmente popolare nel senso bello del termine: i ricchi si sono presi già tutto il prendibile, non necessitano di altri servizi ad hoc a peso d’oro.

PLUS | La Blue Cave su Vis è uno splendore nonostante la pressione turistica.
MINUS | Alla Blue Cave non si può fare il bagno, non si può usare il flash, non si può fare niente.
DRITTA | Visitate la Blue Cave nelle prime escursioni del mattino (tipo alle 9), e meglio in canoa che in barchetta.

[con un po’ di fantasia] La Blue Cave.

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Che fame!

(4) Non direi mai che in Croazia si mangia male. Anzi. Però io sono quella che mangia tutto, ovunque, senza mai mai mai avere nostalgia degli spaghetti o della pizza. Quindi sono un po’ inadatta per parlare dell’argomento. Mangiare fuori è un’attività a cui i croati si dedicano meno degli italiani, pur avendo una passione non dissimile per il cibo. L’innovazione –a parte rari casi– è inesistente. Avete presente quando consigliate a un amico “un posticino” dove siete sicuri si troverà benissimo? Ecco, “da me” non c’è nulla di simile. I ristoranti sono anonimi e un po’ freddi, è facile pagare più di quel che il posto e il cibo valgono. E francamente senza conoscere la lingua mi sentirei molto a disagio. Cosa che non mi è successa neanche in altri paesi della penisola balcanica (a Sofia, per dire, dove sono molto più carini). E poi ci sono dei misteri assoluti. Perché il gelato fa pena? Possibile che nessuno abbia fatto un corso non dico in Sicilia, ma a Bologna, dove il livello delle gelaterie artigianali è stratosferico?

MINUS | In Croazia la pasta sarà quasi certamente scotta, e quasi certamente di grano tenero (pure la Barilla, che non spreca il suo grano duro per chi tanto non apprezza).
PLUS | Potete vivere benissimo dieci giorni senza pasta: varietà!
DRITTA | A Brodarica sulla Magistrala (la “nostra” statale adriatica) vicino Šibenik Zlatna Ribica; sull’isola di Vis Roki’s (ma prenotate il giorno prima!); sull’isola di Šolta Šišmiš (vale anche solo per il nome assonante!).

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Ti va un caffè?

(5) Ho capito che in Croazia il bar è bar e al kafić non puoi ordinare nulla da mangiare (si fa così da sempre: punto). Ma possibile che a nessuno venga in mente di aprire anche solo per la stagione un bar pasticceria dove puoi fare colazione nello stesso posto? Dove puoi inzuppare la tua makovnjača nel veliki makiato (un dolce ai semi di papavero nel caffellatte) senza dover prima passare dal panificio, fare la coda, arrivare al bar, aspettare da bere e fare finalmente una specie di prima colazione?

PLUS | Se per caso il padrone della casa in affitto o un altro indigeno vi invita a prendere un caffè a casa, quasi certamente sarà turco: un’esperienza da fare!
MINUS | Non tutti leggono o sanno leggere i fondi del caffè turco, non ci spererei troppo (ma se volete ve li leggo io!).
DRITTA | Aspettate che il fondo del caffè si sia depositato (vari minuti), e restate seduti almeno tre quarti d’ora: non fatemi fare brutta figura!

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Iugoslavia che?

(6) Ok, you’re proud to be croat: who cares? Per me il nazionalismo è il male e in Croazia si taglia (ancora) a fette col coltello. Intendiamoci, riservo un trattamento paritario a tutti i nazionalismi dei nuovi Stati. Ho assistito a una festa ordotossa con bandiera serba di mille metri sul campanile e l’ho trovato agghiacciante. Ma è di Croazia che stiamo parlando, no? Quindi questo “orgoglio” sbandierato senza stile, questi scacchetti onnipresenti di cattivo gusto, questa assenza di umiltà e senso della misura mi danno davvero noia. E ingegnarsi per cancellare settanta anni di vita comune mi pare energia sprecata. Ma magari sono io che la vivo male, non so. Magari a voi pare tutto normale. Meglio così.

PLUS | Tanta tanta gente crede che la guerra sia stata un prezzo troppo alto da pagare per l’indipendenza e ha rapporti civili e cordiali con gli altri ex iugoslavi.
MINUS | I nazionalisti beceri ci sono e possono esserlo alla luce del sole.
DRITTA | La grotta su Vis da cui Tito guidò la Resistenza iugoslava è tenuta bene e visitabile: molto suggestiva.

[con un po’ di fantasia] La Blue Cave.

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Više cvijeća, manje smeća

(7) Anni fa, durante una delle prime ri-vacanze (post belliche) in Croazia con la mia famiglia, imperversava uno spot terrificante cantato da quelli che mia sorella chiamava “i bambini di hitler”. Faceva così:

Lijepa naša Hrvatska, Hrvatska, Hrvatska | O nostra bella Croazia (è l’incipit dell’inno nazionale)
i obala jadranska, jadranska | e bella costa adriatica
*i čisto plavo more | *e pulito mare blu
s više cvijeća manje smeća. | con più fiori e meno sporcizia (verso con rima interna).

Mi secca osservare che l’ambientalismo in Croazia è poco diffuso e praticato. Non che sia sporca, ma è stupidamente trascurata. E tutto il verde che c’è, gli spazi sterminati completamente incontaminati sono poco valorizzati.

PLUS | Se andate a visitare il Nacionalni Park Krka e le sue pazzesche cascate, fate altri 20 km verso l’interno, e scoprirete la sorgente incredibile della Krka!
MINUS | Visitando le sorgenti della Krka vi sarete ritrovati a Knin. La desolazione.
DRITTA | Già che siete lì, mettete i piedi in fresco e comprate delle trote vive all’allevamento lì: è una specie endemica (e deliziosa alla griglia).

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Temo di aver fatto più critiche che complimenti alla mia altra “casa”. Ma non datemi troppo retta. Una vacanza in Croazia non si dimentica facilmente. A meno che non siate “tipi da spiaggia”!

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Postilla per @giuliabalugani. Per sapere dove andare, devi almeno saperlo dire!

Dalla vetta di Vis.

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In un mirabile romanzo per ragazze e ragazzi di Bianca Pitzorno la piccola protagonista Olivia credeva che “Buonanima” fosse il cognome di un personaggio che veniva sempre citato ma non si vedeva mai.
Mi succedeva sempre con “Pokojni”, non capivo che significasse e non lo chiedevo mai perché avrebbe interrotto discorsi di adulti. Che buffo è Mattia Pascal Buonanima? | foto mia da Zagreb

fotine

Buonanima.

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giringiri, mostovi

La Croazia migliore

Commissione Europea

Sulla facciata del palazzo della Commissione Europea.

Sono stata a Bruxelles per un esame e l’ho conosciuta. La Croazia migliore, quella che vorrei prevalesse, quella che mi va bene pure se indipendente, pure se pronta ad affrontare questo duro mondo con i suoi appena quattro milioni di cittadini, su per giù quelli della sola Emilia-Romagna.

La Croazia entrerà nell’Unione Europea il Primo Luglio, nel momento in cui più lasco che mai mi appare il legame tra gli Stati Membri (che maiuscole imperanti, che lessico eurocratese!). La crisi economica, di sistema, di valori e sentimenti, e di chissà cos’altro ancora morde sempre più forte e lascia gli eurocittadini scettici sui nuovi arrivati: Ma che entrate affare?

Eppure la Croazia migliore ha entusiasmo da vendere e ha il volto di Petra, che parla cinque lingue e ha pranzato con me al parco; di Hrvoje che ha il nome più impronunciabile del gruppo ma lavora a Slobodna Dalmacija, il quotidiano che si legge a casa mia da sempre; di Ana da Vienna che come me colleziona cittadinanze; di Ines che ha il nome meno croato ma a me più caro.

Mentre prendevamo dei caffè nei pressi della metro Schuman tra una prova e l’altra delle selezioni interminabili per lavorare all’Unione Europea, ho pensato da una parte che ciascuno di loro abbassa le mie chance di essere presa, ma dall’altra che tutto sommato non è affatto drammatico fallire essendo in concorrenza con giovani donne e uomini così preparati, così cordiali e sorridenti, così consapevoli di dove sono ma soprattutto di dove vogliono andare. Per questi croati speciali non sarà importante lavorare fuori o dentro la Croazia, ma farlo con la mente libera e aperta.

È stato bello parlare il mio croato dall’accento italiano a Bruxelles. È stato bello scoprire che tutti –tutti– hanno un rapporto molto sereno con il nostro comune iugopassato, tanto da scherzare bonariamente sui pionieri piccoli che tutti sono stati, sui “cugini” sloveni che sono già nell’Unione, e sui “cugini” serbi, bosniaci eccetera che forse un giorno chissà entreranno pure loro. Ammesso che quel giorno l’Unione sarà ancora unita, sia chiaro.

A volte mi pare che ci sia ben poco da festeggiare. E il Primo Luglio, come sempre, mi prenderà quel poco di nostalgia che accomuna molte noi anime slave. Tipo una saudade lusitana, ma meno fascinosa e più odorosa di cavolo cappuccio sott’aceto. Però lo so che non è più tempo di pensare a cosa sarebbe successo se (se niente guerra, se passaggio soft al capitalismo, se niente Oluja, se divorzio consensuale stile Cecoslovacchia, se…) ma che è ora già da un pezzo di lottare qui oggi e per molto tempo ancora per valori ancora deboli di solidarietà rispetto e cooperazione. Il nazionalismo non è pericoloso perché legato alla guerra civile, ma perché danneggia le generazioni che verranno e ostacola un sano sviluppo economico.

La nuova Croazia merita di avere una possibilità, e ha bisogno di una mano dall’Europa (non tanto e non solo dall’Unione Europea, ma dall’Europa proprio, con i suoi cittadini e la sua storia) per combattere le derive nazionaliste, omofobe, razziste, fondamentaliste che covano sotto la cenere, e per scrollarsi di dosso la corruzione imperante di una classe dirigente inadeguata e spesso responsabile in prima persona di ogni nefandezza durante il periodo bellico.

Sarà dura, durissima. Ma io penso a Petra, Hrvoje, Ana, Ines e agli altri ragazzi di Bruxelles e so che per lo meno l’armata del bene è pronta. Dobrodošla, Hrvatska! E mettiti “una coperta calda addosso”.

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parole parole parole

E se chi non ha passioni le avesse tutte?

Mi piacciono poco le cover, le rielaborazioni, gli omaggi. (Che brutta parola, “omaggi”.) Però io questo post ogni tanto lo apro, lo scorro, poi lo leggo attentamente. Lo riapro settimane dopo e ne leggo solo pochi familiari stralci. Lo ricordo, lo medito. Insomma, mi piace. E ho capito che mi piace perché mi descrive solo in parte, perché è uno di quei meravigliosi testi aperti che leggi e nel frattempo “scrivi” anche. E allora lo riscrivo davvero, e che l’autore mi perdoni. (Conto sulla sua mangnanimità.)11264535_656170934527791_2011673127_n

Spesso dico agli altri di avere tutte le passioni, e loro non ci credono. Ma è, in un certo senso, vero. Da piccola avevo già in nuce questa cosa e un po’ ci soffrivo: tutti i colori mi sembravano avere una propria dignità e non ne avevo uno preferito, le domeniche erano tutte diverse, perché a fare sempre la stessa cosa –pure divertente– mi pareva di rivivere il giorno della marmotta e comunque di perdere qualche occasione. La bici era un mezzo di trasporto perfetto per esplorare la nuova città dove ci eravamo appena trasferiti, ma come farne una passione assoluta se i rollerblade erano altrettanto divertenti?

Il primo scooter che mi comprò papà senza che lo dovessi neanche chiedere (perché superare il pudore di chiedere qualcosa per me comportava un trasporto verso l’oggetto in questione che quasi mai provavo) era un modo per andarsene un po’ più lontano e caricarci un’amica o un amico (con il motorino sempre in due, cit.): mi piaceva da matti ascoltare i discorsi degli amici sulle modifiche alla marmitta e il rischio che lo scooter grippasse, ma poi non facevo le modifiche e dimenticavo di mettere l’olio e quindi grippavo, perché passare dall’ascolto all’azione mi distraeva da tante altre passioni che avrei nel frattempo potuto sperimentare.

Compravo Archeologia viva (non ridete, su: ché non sta bene), mi piaceva moltissimo, ma ho smesso perché avrei comprato anche Letteratura viva, Geografia viva e Biologia viva, se fossero esistite.
Guardavo tanto sport, dal vivo e in televisione sul divano con papà. La pallamano, ma anche il basket, ma anche la pallanuoto. E poi i mondiali e gli europei di atletica: lo sport di tutti gli sport, non a caso.

Amavo e amo la musica, ma andavo a vado in crisi alla domanda “Qual è il tuo gruppo preferito?”, solo che ora non rimpiango più il tempo che dedicavo attivamente a cercare di saperne qualcosa, dei nuovi gruppi e dei loro dischi. Oggi ho imparato a liberare spazio mentale per nuove passioni seguendo i consigli degli amici che ne sanno di più, Massimo e @Stipe81 su tutti: a loro va la mia stima sempiterna. Regola: quello che ti procuri sfruttando gli amici nerd (e si può essere nerd di qualunque cosa, cit.) non è una passione.

La passione è spesso un po’ anche possesso, io pure la vedo così: e io il senso del possesso non ce l’ho e non mi piace. Per esempio, siccome non sono appassionata di auto, la macchina è un peso economico e burocratico, non una goduria emozionale come mi vuol far credere lo spot. E siccome sono ambientalista (sì, ho la passione per l’ambiente: ho anche la passione dell’ambiente), l’auto mi sta anche un po’ antipatica a prescindere, quindi “goduria emozionale” un corno.

Non faccio collezioni di nessun tipo, da piccola invidiavo chi finiva gli album di figurine (i miei si fermavano sempre al 33%), chi riempiva scatole intere di tovaglioli di carta (noi bambini semplici della SFRJ facevamo collezione di tovaglioli di carta, sì: ma erano davvero delle piccole opere d’arte), chi manteneva un costante interesse verso monete, francobolli, paciocchini e tartallegre. Il mio amatissimo cugino Goran, per esempio, aveva delle passioni brevi e fulminanti, ma totalizzanti. Magari duravano un anno o un semestre, ma in quei mesi non vedeva altro e non parlava d’altro. Io le adottavo come fossero mie, ma mentre lui si abbuffava io spiluccavo qua e là, in base ai bocconi che selezionava per me. Per questo conosco tante costellazioni ma non tutte le costellazioni; per questo ho letto I draghi del crepuscolo d’autunno ma non le trilogie successive di Dragonlance.

Non potrei mai fare una startup, comincerei a osservare le startup degli altri, credo. E a voler fare una startup in qualunque settore industriale immaginabile. Faccio molte foto su Instagram, da quando ho il telefono intelligente, ma non sono appassionata di fotografia: parlatemi di diaframma e obiettivi e vi ascolterò con sincero interesse; ma se dopo un mese mi chiedete Allora, hai comprato un 600mm f4? vi dirò che non ho avuto ancora tempo di guardarci…

È difficile vivere così, apparentemente. Ma con il tempo, ho scoperto che la mia unica passione totalizzante è collezionare passioni, specie osservando e immedesimandomi in vario modo nelle passioni degli altri. Spesso solo per un breve periodo. Quando ho lavorato in una grande impresa della GDO (super e ipermercati, una roba apparentemente pallosissima) mi sono appassionata senza sforzo alcuno al lessico specifico che usava la mia capa, responsabile dell’ufficio ricerche di mercato. Testa di gondola, promo a punto vendita, freschi e freschissimi, petfood.

Il trucco, l’ho scoperto strada facendo, era lasciarmi trasportare da questa naturale propensione ad assorbire nuove nozioni, nuovi linguaggi, altri microcosmi. È appassionante osservare come gli altri si appassionano a sfilze di definizioni per me inizialmente senza senso e di come a poco a poco ci entro dentro e ci sguazzo. Per un po’ e solo per un po’, si capisce.

Al lavoro, anche incontrare i responsabili marketing che ideavano le promozioni era interessante: per loro, davvero le persone avrebbero con gioia speso 250 euro nelle prime due settimane del mese o fatto almeno 8 spese diverse, e si sarebbero poi ricordate di fare la spesa sfruttando lo sconto del 10% nelle due settimane successive. Finivo quasi per crederci, in riunione (poi buttavo tutti gli appunti e riprendevo una certa sanità mentale, ovvio che la gente voleva il 3×2 o lo sconto immediato del 30% su alcuni prodotti, non segnare sul calendario sia quante volte andava a fare la spesa sia quando avrebbe potuto usufruire dello sconto 10).

Poi il grande vantaggio di avere tutte le passioni e quindi di non averne alcuna era avere tempo: non ho mai dovuto autocensurarmi nell’uso di videogiochi, libri, film, serie tv, perché non esagero mai, le abbuffate mi terrorizzano. Una maratona per finirmi tutte le stagioni di Breaking bad in una settimana non fa per me, tante tante attività interessanti si possono sperimentare tra una stagione e l’altra. I miei cari amici parigini sospiravano tra una uscita e la successiva di Harry Potter, mentre a me piaceva usare quell’annetto tra un volume e l’altro (in english, of course) per leggere tonnellate di classici, gialli, saggi, fantasy, romanzi storici, epistolari, di viaggi, russi, americani, tedeschi, francesi. E però amo ascoltare chi legge solo libri di storia della Seconda Guerra Mondiale, davvero. Ascolto e vivo per un po’ anche questa passione. Non è per piaggeria, e non è una posa. A me interessano davvero le passioni degli altri.

Oggi che coordino progetti di comunicazione negli ambiti più disparati questa caratteristica è un bel vantaggio: c’è tanta passione in giro, molta di più di quanta ne potrei avere io direttamente. E io la assorbo. Ascoltando e leggendo le persone di cui ho stima mi sono ritrovata spesso a essere early adopter mio malgrado, e spesso del tutto inconsapevolmente. Ho fatto la mia prima chiamata VOIP attraverso l’antenato di Skype MediaRing nel lontanissimo 1999, su consiglio di amici già invaghiti di internet. Mi parlavano di protocolli e trasmissioni di bit e io sì sì, ma in realtà mi concentravo su di loro, poco badando a bit e byte. Loro erano appassionanti. Le persone sono appassionanti. Le passioni degli altri sono appassionanti (anche nel percorso che porta a capirle veramente). Le proprie passano, sono legate alle cose, sono effimere. E il bello, per me, è consumarle tutte, non farmi consumare da una in particolare.
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