giringiri

Pedalando nei Campi Elisi

Puoi vivere in un paradiso senza accorgertene? Il più delle volte, no, secondo me. E men che meno nel paradiso delle biciclette.

Sono giorni che medito se e come rispondere al post di uno dei millemila profili che seguo a tema vivibilità urbana. Questo di questa storia è di un qualche paese del nord Europa, con contenuti ordinati, mai sopra le righe, di afflato internazionale e non troppo paternalista. Lo seguo tra i tanti senza eccessiva affezione. (Io mi affeziono con prudenza. Sui social poi, figuriamoci.)

E giorni fa pubblica un contenuto su Bologna come se fosse Amsterdam, o almeno come se si preparasse a diventare Amsterdam a breve, brevissimo, basandosi su informazioni parziali che possiamo trattare per quello che sono: propaganda.

Chi pedala a Bologna sa che siamo lontani anche dal minimo sindacale. Mi muovo in bici in questa città -in cui ho avuto casa in quasi tutti i quartieri- dal 2001. E da allora i timidi miglioramenti delle infrastrutture ciclabili sono avanzati in parallelo a un altro dato che ogni studio sembra ignorare: il numero di cicliste e ciclisti. Risultato? Le suddette infrastrutture sono inevitabilmente sottodimensionate per accogliere i nuovi velocipedi. Prendete un incrocio qualsiasi sui viali, ai semafori per bici, lo spazio è pensato per un mezzo a due ruote che passa ogni quarto d’ora, anziché 15 al minuto. Non ci stiamo più.

Tante, troppe piste ciclabili sono sottratte ai pedoni. Strisce stese di malavoglia su marciapiedi neanche tanto larghi e manutenute peggio. Si scatena la solita guerra tra poveri o, meglio, tra i soggetti urbani più fragili e virtuosi, quelli che si dovrebbero tutelare.

Non va meglio quando la corsia ciclabile è disegnata sulla carreggiata. «Ah, che bel parcheggio!» pensa subito l’uomo a quattro ruote, e agisce di conseguenza.

Abito in una via del centro più larga della media, una rarità, e nessuno ma davvero nessun mezzo a motore rispetta lo strambazzato limite dei 30 chilometri orari.

Profili social che fanno pseudo-informazione, che si fanno prendere la mano e finiscono per pubblicare ciecamente comunicati che manco il Carlino: che segno dei tempi. Del resto, accanto a questioni grosse che scopriamo solo e esclusivamente grazie a inchieste rigorose, convivono scoop di cui nessuna persona decente sentiva il bisogno. A me di sapere che pub frequentava lo Street Artist per antonomasia non frega assolutamente nulla. Spero che la Scrittrice del Rione si tenga nascosta bene.

Testo scritto a mano nel tempo di un pomodoro e poi trascritto tal quale con editing minimo minimo. Tipo yoga mattutino. Senza pretese.

Foto mia del 2018. Ma siam lì.

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smancerie

Ho ritrovato un vecchio amico lupo

«Pregavo. E non lo sapevo.» Ho avuto un momento madeleine ieri pomeriggio a teatro con le bambine, perché un salto indietro nel tempo può arrivare dal gusto di un dolcetto, ma anche dal suono di parole care. Almeno così vale per me.

«Paolo dei lupi» parla di un Paolo che si occupava di lupi, dagli anni Settanta al 1991, quando è morto in montagna, come capita anche ai montanari esperti, come è successo al mio amico Matteo qualche anno fa. Non proprio sulle stesse montagne, ma diciamo di sì, tanto, per chi legge fuori dall’Abruzzo, spiegare i vari versanti è poco utile. Avevo letto quelle parole poco dopo la morte di Paolo, che era un biologo e un poeta, che combinazione audace e meravigliosa. Solo che non lo sapevo, o non l’avevo messo a fuoco a dovere, che l’autore di quella poesia fosse morto da poco. Doveva essere il ’92 o forse il ’93. Sono pessima con le date. Succede quando i grandi usano i piccoli e non si danno la briga nemmeno di spiegare loro il contesto.

Il vicepreside della mia scuola media mi aveva scelta solo perché sapevo leggere bene, o così forse gli avevano detto. E mi ero ritrovata nel cortile del Comune, con questo foglio in mano, col microfono davanti. E avevo letto questa poesia struggente, che nominava posti idilliaci, ma anche pericolosi, come le forre.

«E sgranavo rosari.» E io questa cosa dei rosari non l’avevo mai capita bene, e faceva parte di quelle cose che non avrei chiesto mai, perché sentivo troppo ampio il gap. Anche se io a messa leggevo spesso, sempre perché sapevo leggere bene, e perché mi annoiavo, e era un bel diversivo, e facevo felici i miei pigri compagni di scoutismo. Ma anche perché quelle storie mi affascinavano come i miti greci o le leggende da tutto il mondo che prendevo in prestito nella biblioteca comunale, il mio regno. E a pochi passi da lì, in quel cortile affollato, lessi quella poesia con la qualità che ritenevo il minimo sindacale per quel contesto. Decente, dai. Dopo “E non lo sapevo” molte persone avevano gli occhi lucidi. Diverse signore mi vennero vicino ricoprendomi di complimenti che giudicai del tutto fuori luogo. «Oddio, com’hai letto bene, brava!»

Ho sempre odiato i grandi che trattano i piccoli da scemi, ma questa forse è un’altra storia. «Pregavo. E non lo sapevo» mi è tornata in mente un miliardo di volte in questi decenni, e siccome sono strana, mai mi è venuta voglia di consultare quel pozzo banale che è internet. Non ricordavo l’autore, non ricordavo tutti i versi, ma quella memoria era così dolce e così bastevole a sé stessa, che non le serviva proprio nessuna ricerca.

Anche perché mi ha trovata lei, nella voce di un’attrice brava che aveva inserito alla certi di quel componimento, all’interno di tutta la storia di Paolo, poeta sì, ma anche ricercatore sul campo. Se i lupi sono tornati nelle nostre montagne, lo dobbiamo a lui e a biologi e studiosi come lui, e a progetti come “San Francesco” (non male come ironia), che lo portò sulla Majella, in un tempo in cui ancora l’idea di stare dalla parte del lupo sembrava una bestemmia in chiesa. «E sgranavo rosari di pietra», scriveva Paolo, e questa immagine mi accompagna nel suo misticismo da tanti anni.

Non tutto deve essere spiegato e approfondito sul momento, le parole che ti cambiano prima o poi ti trovano lo stesso.

Testo scritto a mano nel tempo di un pomodoro e poi trascritto tal quale con editing minimo minimo. Tipo yoga mattutino. Senza pretese.

Foto mia. Inchiostro rosso di stilografica personalizzata su carta riciclata.

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Insonne per scelta

Cose che preferisco al dormire

Correre.
Mangiare chicchi d’uva.
Tutto ciò che di simpatico si fa a letto, tipo le parole crociate o Topolino quando stai male (ma solo se te li compra spontaneamente qualcuno che ami).
Cucinare.
Nuotare nell’acqua da fresca a freddina.
Salire sulla vetta di una montagna, con un percorso ad anello.
Scrivere a mano.
Partire, ma non fare i bagagli.
Tutto ciò che di bellissimo si fa a letto, tipo leggere libri belli con due cuscini dietro la schiena.
Bere tè.
Bere tisane, infusi, caldissimi.
Andare alle mostre belle e passare il dito sui prespaziati quando le spiegazioni sono particolarmente curate.
Scrivere a mano a qualcuno che non esiste ma invece sì, da 22 anni.
Bere birra: chissà perché i francobolli invece no.
Fare citazioni di nicchia ma pure popolari, e poi non spiegarle.
Ascoltare La lingua batte e ripromettermi di appuntarmi qualcosa citato nella puntata una volta rientrata dalla corsa e poi non farlo mai.
Essere indulgente con me stessa, più di un tempo.
Parlare a lungo con mia sorella.
Uscire con gli amici e a un certo punto della serata estraniarmi per guardarli “da fuori” e pensare Siete fantastici e poi non dirglielo mai.
Andare agli eventi, indossando il badge col mio nome.
Andare alle presentazioni da sola, sedendomi in prima fila e ascoltando tutto.
Internazionale.
Internazionale a Ferrara.
Le mura di Ferrara.
Il Po, persino.
San Luca da tutti gli angoli, e ancora ne scopro di inediti.
Rileggere qualcosa di scritto molto tempo prima e non trovarlo poi così male.
Andare in biblioteca.
Entrare in biblioteca senza idee e uscire con 3 libri e 32 denti di sorriso.
La Sentina.
Città Sant’Angelo e i suoi abitanti, che si chiamano angolani.
Il dialetto angolano, che non so parlare.
Il serbocroato, che so parlare ma non scrivere (bene).
Il precoce bilinguismo.
Biskupija.
Prendere il traghetto.
Prendere l’aereo.
Andare in bicicletta, a Bologna.
Ciaspolare, sull’Appennino.
Perdermi ma poi ritrovare il sentiero, sull’Appennino.
Raccontare di quando ci siamo persi sull’Appennino.
Dire “all’addiaccio”.
Dire “santi numi!”.
Fare complimenti a chi li merita.
Fare complimenti a chi merita incoraggiamento.
Andare al cinema, in Cineteca, a vedere film in lingua originale, coi sottotitoli.
Entrare in libreria e comprare esattamente quel libro per quella persona che festeggia qualcosa, avendoci bene pensato prima.
Azzeccare un regalo, specie se per mia sorella.
Andare all’opera, avendo (ri)letto più volte la trama.
Indossare le perle quando vado all’opera.
Fare colazione.
Stare sul balcone, immaginandolo terrazzo.
Andare al parco.
Mangiare qualcosa “col cucchiaio”.
Avere ragione.
Essere presa in giro quando ho torto.
Usare il mio bollitore.
I piccoli elettrodomestici.
Le banane.
Tutte le altre cose divertenti che si fanno a letto.
Più divertenti che dormire.

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Tutte insieme appassionatamente

Qualche giorno fa Alessandra ha parlato di passioni a State of the net. Guardatela e ascoltatela (qui), vi pagherò da bere se ve ne pentirete. Mi aveva fatto delle domande per avere il corpus scelto su cui costruire il suo serrato confronto e racconto sulle passioni e su internet che ce le fa vivere meglio, al netto dell’information overload (addirittura c’è gente che scrive libri sull’argomento…). Riporto qui le mie risposte e frammenti delle mie tante passioni, ché una sola no, non mi basterebbe mai.

1. Hai una o più passioni?

Temo di avere (quasi) tutte le passioni, che forse equivale a non averne alcuna. “Le passioni degli altri” è una formula che mi ha folgorata fin dal primo momento che un tal Gianluca (dubito tu lo conosca…) l’ha coniata. ;) Le passioni degli altri sono quelle che lascio sviluppare loro, e poi io me ne prendo solo la dose che mi interessa. Di più non ci sta, ma non per pigrizia. Semplicemente, mi toglierebbe spazio per altre passioni. Amo sfinirmi di passeggiate in montagna, ma adoro anche il mare. Vado al cinema due volte alla settimana, ma sospendo le sessioni in sala da maggio a settembre, perché stare al chiuso quando posso stare fuori a farmi una birretta a un tavolino all’aperto mi sembra un’eresia. Mi piacciono le lingue, a partire dalla mia linguamadre italiana, ma non farei mai la linguista. Sempre meglio un’antologia di una monografia.

2. Che posto occupano nella tua vita?

Le mie tante passioni occupano gli spazi liberi della mia vita e del mio tempo, senza gravi accavallamenti. Nessuna –mai– ha occupato ogni singolo minuto libero concentrato in un breve lasso di tempo. Mai passato un mese intero a seguire solo una passione: roba da appassionati. Le mie passioni sono trasversali, diluite in lunghi tempi, o brevi ma comunque conviventi con altre di pari grado. Una passione che certamente ha accompagnato tutta la vita è stata la lettura, ma io non la calcolo mai. “Leggere” non è una passione. “Leggere tutta la serie di Game of thrones in un mese e mezzo con gli occhi sanguinanti” forse sì, ma non è roba che fa per me. E soprattutto leggere è una passione di cui è davvero squallido vantarsi, come se non si leggesse per puro piacere, per infinito godimento personale.

 3. In che modo Internet ha cambiato – se l’ha fatto – il tuo modo di vivere le tue passioni?

Internet è il massimo per vivere le passioni degli altri, per carpirne quel tanto che mi basta per passare alla passione successiva. Il meglio della musica, del cinema, dello sport, di qualsiasi altro argomento mi arriva già semilavorato, sezionato e selezionato, talora antologizzato. Pesco i fiori seminati dagli altri con passione, senza rubare loro nulla e anzi provocando un compiacimento di cui sono la prima a stupirmi. “Chiedimi info su questo gruppo quando vuoi, mi fa davvero piacere” mi ha scritto spesso il mio spacciatore di musica dopo i miei sentiti ringraziamenti per l’ennesima segnalazione di un album da bacetti. Per non parlare delle conversazioni sulla lingua con la Crusca o con quelli de La lingua batte, il programma radiofonico più bello che c’è. Senza internet col cavolo che potrei guardarmi i mondiali di pallamano, una passione difficile da vivere in un paese in cui è uno sport minoritario. Con lo stesso spirito con cui faccio tutto il resto, corro. Per me, senza app che mi cronometrino, godendomi il piacere della fatica e la buona musica segnalatami o un podcast de La lingua batte (che non avrei forse mai scoperto se non grazie @alicebrignani). Ma quando leggo tuit dei matti che bazzicano attorno @runlovers spesso penso “Non diventerò mai assatanata così e forse non lo voglio nemmeno, ma ora anziché guardarmi un’ora di House of cards mi metto le scarpette e vado a farmi una corsetta, ai miei ritmi e con la mia musica”. Spesso le passioni degli altri ti spronano se non altro a muovere le chiappe. Grazie internet, vivevo bene anche quando non c’eri, ma preferisco così.

Ripensandoci forse una vera passione ce l’ho. Amati, amatissimi badge…

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E se chi non ha passioni le avesse tutte?

Mi piacciono poco le cover, le rielaborazioni, gli omaggi. (Che brutta parola, “omaggi”.) Però io questo post ogni tanto lo apro, lo scorro, poi lo leggo attentamente. Lo riapro settimane dopo e ne leggo solo pochi familiari stralci. Lo ricordo, lo medito. Insomma, mi piace. E ho capito che mi piace perché mi descrive solo in parte, perché è uno di quei meravigliosi testi aperti che leggi e nel frattempo “scrivi” anche. E allora lo riscrivo davvero, e che l’autore mi perdoni. (Conto sulla sua mangnanimità.)11264535_656170934527791_2011673127_n

Spesso dico agli altri di avere tutte le passioni, e loro non ci credono. Ma è, in un certo senso, vero. Da piccola avevo già in nuce questa cosa e un po’ ci soffrivo: tutti i colori mi sembravano avere una propria dignità e non ne avevo uno preferito, le domeniche erano tutte diverse, perché a fare sempre la stessa cosa –pure divertente– mi pareva di rivivere il giorno della marmotta e comunque di perdere qualche occasione. La bici era un mezzo di trasporto perfetto per esplorare la nuova città dove ci eravamo appena trasferiti, ma come farne una passione assoluta se i rollerblade erano altrettanto divertenti?

Il primo scooter che mi comprò papà senza che lo dovessi neanche chiedere (perché superare il pudore di chiedere qualcosa per me comportava un trasporto verso l’oggetto in questione che quasi mai provavo) era un modo per andarsene un po’ più lontano e caricarci un’amica o un amico (con il motorino sempre in due, cit.): mi piaceva da matti ascoltare i discorsi degli amici sulle modifiche alla marmitta e il rischio che lo scooter grippasse, ma poi non facevo le modifiche e dimenticavo di mettere l’olio e quindi grippavo, perché passare dall’ascolto all’azione mi distraeva da tante altre passioni che avrei nel frattempo potuto sperimentare.

Compravo Archeologia viva (non ridete, su: ché non sta bene), mi piaceva moltissimo, ma ho smesso perché avrei comprato anche Letteratura viva, Geografia viva e Biologia viva, se fossero esistite.
Guardavo tanto sport, dal vivo e in televisione sul divano con papà. La pallamano, ma anche il basket, ma anche la pallanuoto. E poi i mondiali e gli europei di atletica: lo sport di tutti gli sport, non a caso.

Amavo e amo la musica, ma andavo a vado in crisi alla domanda “Qual è il tuo gruppo preferito?”, solo che ora non rimpiango più il tempo che dedicavo attivamente a cercare di saperne qualcosa, dei nuovi gruppi e dei loro dischi. Oggi ho imparato a liberare spazio mentale per nuove passioni seguendo i consigli degli amici che ne sanno di più, Massimo e @Stipe81 su tutti: a loro va la mia stima sempiterna. Regola: quello che ti procuri sfruttando gli amici nerd (e si può essere nerd di qualunque cosa, cit.) non è una passione.

La passione è spesso un po’ anche possesso, io pure la vedo così: e io il senso del possesso non ce l’ho e non mi piace. Per esempio, siccome non sono appassionata di auto, la macchina è un peso economico e burocratico, non una goduria emozionale come mi vuol far credere lo spot. E siccome sono ambientalista (sì, ho la passione per l’ambiente: ho anche la passione dell’ambiente), l’auto mi sta anche un po’ antipatica a prescindere, quindi “goduria emozionale” un corno.

Non faccio collezioni di nessun tipo, da piccola invidiavo chi finiva gli album di figurine (i miei si fermavano sempre al 33%), chi riempiva scatole intere di tovaglioli di carta (noi bambini semplici della SFRJ facevamo collezione di tovaglioli di carta, sì: ma erano davvero delle piccole opere d’arte), chi manteneva un costante interesse verso monete, francobolli, paciocchini e tartallegre. Il mio amatissimo cugino Goran, per esempio, aveva delle passioni brevi e fulminanti, ma totalizzanti. Magari duravano un anno o un semestre, ma in quei mesi non vedeva altro e non parlava d’altro. Io le adottavo come fossero mie, ma mentre lui si abbuffava io spiluccavo qua e là, in base ai bocconi che selezionava per me. Per questo conosco tante costellazioni ma non tutte le costellazioni; per questo ho letto I draghi del crepuscolo d’autunno ma non le trilogie successive di Dragonlance.

Non potrei mai fare una startup, comincerei a osservare le startup degli altri, credo. E a voler fare una startup in qualunque settore industriale immaginabile. Faccio molte foto su Instagram, da quando ho il telefono intelligente, ma non sono appassionata di fotografia: parlatemi di diaframma e obiettivi e vi ascolterò con sincero interesse; ma se dopo un mese mi chiedete Allora, hai comprato un 600mm f4? vi dirò che non ho avuto ancora tempo di guardarci…

È difficile vivere così, apparentemente. Ma con il tempo, ho scoperto che la mia unica passione totalizzante è collezionare passioni, specie osservando e immedesimandomi in vario modo nelle passioni degli altri. Spesso solo per un breve periodo. Quando ho lavorato in una grande impresa della GDO (super e ipermercati, una roba apparentemente pallosissima) mi sono appassionata senza sforzo alcuno al lessico specifico che usava la mia capa, responsabile dell’ufficio ricerche di mercato. Testa di gondola, promo a punto vendita, freschi e freschissimi, petfood.

Il trucco, l’ho scoperto strada facendo, era lasciarmi trasportare da questa naturale propensione ad assorbire nuove nozioni, nuovi linguaggi, altri microcosmi. È appassionante osservare come gli altri si appassionano a sfilze di definizioni per me inizialmente senza senso e di come a poco a poco ci entro dentro e ci sguazzo. Per un po’ e solo per un po’, si capisce.

Al lavoro, anche incontrare i responsabili marketing che ideavano le promozioni era interessante: per loro, davvero le persone avrebbero con gioia speso 250 euro nelle prime due settimane del mese o fatto almeno 8 spese diverse, e si sarebbero poi ricordate di fare la spesa sfruttando lo sconto del 10% nelle due settimane successive. Finivo quasi per crederci, in riunione (poi buttavo tutti gli appunti e riprendevo una certa sanità mentale, ovvio che la gente voleva il 3×2 o lo sconto immediato del 30% su alcuni prodotti, non segnare sul calendario sia quante volte andava a fare la spesa sia quando avrebbe potuto usufruire dello sconto 10).

Poi il grande vantaggio di avere tutte le passioni e quindi di non averne alcuna era avere tempo: non ho mai dovuto autocensurarmi nell’uso di videogiochi, libri, film, serie tv, perché non esagero mai, le abbuffate mi terrorizzano. Una maratona per finirmi tutte le stagioni di Breaking bad in una settimana non fa per me, tante tante attività interessanti si possono sperimentare tra una stagione e l’altra. I miei cari amici parigini sospiravano tra una uscita e la successiva di Harry Potter, mentre a me piaceva usare quell’annetto tra un volume e l’altro (in english, of course) per leggere tonnellate di classici, gialli, saggi, fantasy, romanzi storici, epistolari, di viaggi, russi, americani, tedeschi, francesi. E però amo ascoltare chi legge solo libri di storia della Seconda Guerra Mondiale, davvero. Ascolto e vivo per un po’ anche questa passione. Non è per piaggeria, e non è una posa. A me interessano davvero le passioni degli altri.

Oggi che coordino progetti di comunicazione negli ambiti più disparati questa caratteristica è un bel vantaggio: c’è tanta passione in giro, molta di più di quanta ne potrei avere io direttamente. E io la assorbo. Ascoltando e leggendo le persone di cui ho stima mi sono ritrovata spesso a essere early adopter mio malgrado, e spesso del tutto inconsapevolmente. Ho fatto la mia prima chiamata VOIP attraverso l’antenato di Skype MediaRing nel lontanissimo 1999, su consiglio di amici già invaghiti di internet. Mi parlavano di protocolli e trasmissioni di bit e io sì sì, ma in realtà mi concentravo su di loro, poco badando a bit e byte. Loro erano appassionanti. Le persone sono appassionanti. Le passioni degli altri sono appassionanti (anche nel percorso che porta a capirle veramente). Le proprie passano, sono legate alle cose, sono effimere. E il bello, per me, è consumarle tutte, non farmi consumare da una in particolare.
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