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Poplave pop (alluvioni e altre disgrazie)

Foto di @tompeter da altri disastri europei

L’Europa affonda e l’Europa non lo sa. In Europa le acque di fiumi esondati travolgono uomini e terre e l’Europa guarda le devastazioni da lontano, un po’ come quando in Europa si sparavano tra di loro e l’Europa diceva che avevano l’odio nel sangue e che erano guerre di religione.

Le alluvioni in Bosnia, Croazia e Serbia (in salvifico ordine alfabetico) sommergono case e cose ma almeno fanno emergere ancora una volta le contraddizioni di un continente ambientalmente fragile, geograficamente unico, culturalmente ricco e politicamente diviso.

A poco è valso alla Croazia essere oggi il 28esimo Stato dell’Unione Europea (non dell’Europa, ma dell’Unione Europea: la differenza è chiara, vero?), visto che a quanto pare chiederà gli aiuti per l’alluvione del secolo assieme a Serbia e Bosnia, che nell’UE ci entreranno –forse– solo tra molti anni. Quello che non ha potuto la passione antimilitarista e antinazionalista di tantissimi cittadini dei tre paesi hanno potuto le devastazioni dei giorni scorsi. È rinata una sorta di Iugoslavia della solidarietà palustre, in cui tutti aiutano tutti, in cui la piccola Macedonia manda cibo e altro di prima necessità ai grandi vicini per ricordare la mobilitazione nazionale per il terremoto di Skopje nel 1963. Una vita fa.

Questa solidarietà vive sul web solo dopo esser circolata sulle strade dissestate e nei campi allagati, tra una iugonostalgia finalmente non fine a se stessa ma utile e pragmatica, il solito humor balcanico agrodolce tendente al nero, e l’ambientalismo consapevole di chi vive in simbiosi con la natura da sempre. Perché i Balcani sono così: terre fragili e selvagge con una natura prorompente, piccoli villaggi e cittadine più che grandi metropoli, ove anche chi è nato e cresciuto in città ha sempre un “selo” (borghetto di campagna) ove tornare.

Riporto qui un compendio minimo tradotto e commentato di quel che succede a pochi chilometri dai nostri confini, per ascoltare quelle voci che sempre ci parlano, ma che nel 1991, poi nel ’92, fino al ’95 e poi ancora nel ’99 abbiamo ascoltato distrattamente, convinti forse che l’Europa non fosse abbastanza Europa per essere considerata dall’Europa.

Il territorio

Che sia dallo spazio o dal livello del mare, lo scenario è desolante.

Gunja (vicino Vukovar, in Croazia): senza parole.

La Sava (marrone) che entra nel bel Danubio blu: impressionante.

“Solidarietà, coraggio, tristezza e abbracci.” Niente da aggiungere.

“Golubac è l’unica città in Serbia che abbia un sistema permanente di difesa dalle alluvioni. L’unico!”
In un paese con tanti fiumi non è una scelta saggia. Certo che anche in Italia…

 

I numeri magici

1003 è il numero magico per gli SMS: tantissimi lo hanno scritto OVUNQUE: “Già che stai fermo al semaforo, manda un SMS al 1003”.

“Affinché la mucca del vicino sopravviva manda un SMS al 1003!”

E la storia finisce anche bene: “Sapete quella mucca che si è salvata salendo sulle scale, che tutti avete condiviso? Le hanno portato da mangiare!”

 

Fratellanza e unità

“Ok, la vecchia Iugoslavia s’è sfasciata, ma servirebbe che per queste catastrofi si formasse un piano di intervento per l’intera regione. Siamo troppo piccoli per combattere da soli queste calamità.”

“Chi nemmeno dopo tutto questo ha capito che tra gli uomini esiste solo la divisione tra uomini e merde, nemmeno un asteroide in testa l’aiuterebbe.”

“Ehi, Vučić, sei il migliore. Ora via, lasciaci in pace a fare il lavoro per il quale ti paghiamo.”

“Ci sarà il tempo per la rabbia e per lo scaricabarile. Prima sopravvivere.”

 

Gli angeli del fango

“La squadra dei volontari da Paracin nelle zone più colpite della città.”

 

Sportivi e altri famosi

“Dall’alluvione è riemersa la Iugoslavia” e “Lunga vita ai popoli della vecchia Iugoslavia.”

Tanta bellezza al lavoro.

Solidarietà alle terre del basket.

E il campo da basket si fa campeggio.

“Ringraziate ancora un po’ e chiamate re gente che della Serbia se ne frega” (e ricicla foto di campagne precedenti).

Invece i veri VIP (il mio gruppo croato contemporaneo preferito) aiuta davvero: “Ogni prodotto (degli aiuti) marcate con la lettera H per evitare che finiscano in vendita!”

 

Non ci resta che ridere

“Anche il Compagno Maresciallo vuole aggiungere qualcosa: Ora dopo queste alluvioni vi è chiaro che è più utile avere il piano Difesa e protezione che il Catechismo a scuola?”

 

Per aiutare dall’Italia

Le indicazioni migliori sono ancora una volta da Osservatorio Balcani. Quindi, ancora una volta: hvala.

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Sulla Drina, un ponte

Ho chiamato questo blog Most prima di leggere Il ponte sulla Drina, si vede che era destino. Perché non ho letto prima Il ponte sulla Drina? Non lo so. Eppure tanti me lo avevano nominato, non necessariamente avendolo letto. Oppure lo so. Non ho letto Il ponte sulla Drina perché era doloroso, come tutto il resto.

Il ponte sulla Drina è uno dei libri più straordinari mai letti in vita mia. I libri letti in vita mia sono sempre meno di quelli che avrei voluto, ma non sono nemmeno così pochi.

Quando un libro fai fatica a definirlo, a incasellarlo, a mettergli un’etichetta e financo a paragonarlo a qualche altro, o è un capolavoro o è una schifezza. Che siamo nel primo caso non lo dico io, lo disse l’Accademia di Svezia che a Ivo Andrić ha assegnato il Nobel per la letteratura principalmente per quest’opera grande.

(Non) è un romanzo, (non) è una cronaca, (non) è un testo storico, (non) è un’epopea. È tutto questo, e di più. E lo so che sembra una scappatoia definirlo così, ma davvero è una scatola lucente di racconto, analisi, previsione, riflessione antropologica. E –aspetto notevole per un libro uscito nel 1945– sembra scritto l’altro ieri. Da uno davvero bravo, l’altro ieri.

Che lingua, gente, che uso sapiente. Nella mirabile traduzione di Dunja Badnjević (dunja vuol dire mela cotogna, non è bellissimo?), Il ponte sulla Drina si legge con una immediatezza che mette in pace col mondo. Al terzo capitolo mi ero già pentita di non aver avuto fiducia nelle mie capacità e nella prosa di Ivo e di non averlo approcciato in serbocroato. Ma ormai non potevo più staccarmene, e aspettare di reperirne una versione in lingua originale era impensabile.

Ma pure il titolo, che finezza. Andrić ha scritto nel 1925 Il ponte sulla Žepa. Che noioso! direte voi. Niente affatto. Il titolo originale di questo è Most (!) na Žepi. Invece Il ponte sulla Drina è in realtà Na Drini, ćuprija. Quell’inversione è da brividi, e ćuprija è parola di origine turca, perché quel ponte, quel “most” fu voluto da un visir quando Višegrad –la cittadina dove succede tutto quel che è raccontato– era parte insignificante dell’Impero Ottomano, al suo massimo splendore e all’apice della sua durezza e crudentà.

Ci ho messo tanto, a leggerlo. Me lo sono gustato. L’ho sorseggiato. Come una scemetta, ne scrivevo alcune citazioni che mi sembravano universali su Twitter. Credo che Lisa ne abbia retuittati il 95%, a occhio. Ma non fidatevi della mia scelta di frammenti. Leggete questo libro, perlamiseria! È imperdibile per ogni europeo. È il casino, è il vero melting pot, siamo noi.

Non ci sono moltissimi iugonomi e iugoparole in genere in questo post. Ma se avete dubbi sulla pronuncia c’è sempre il post ad hoc, qui

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Tra Natale e Santo Stefano (ci sono 15 giorni)

A Bologna ci sono già le luminarie di Natale. Anche nella vostra città, non dite di no. Se nella vostra città non ci sono ancora le luminarie, non vivete in Italia. O siete molto distratti e non vedete le luminarie che ci sono già.

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Ljubljana, ex iugoslavia molto ex, un anno fa

Dopo tutti questi anni, vivo ancora il Natale come qualcosa che mi riguarda poco. L’imprinting familiare è più forte di tutta la pubblicità dell’orrida televisione italiana, dei film natalizi che tornano più puntuali del solstizio, della messa di mezzanotte che mi toccava quando frequentavo gli scout. Il Natale non è roba mia.

Babbo Natale in realtà è Nonno Gelo e porta i regali a tutti i bambini (i bambini sono buoni per definizione) la notte del 31 dicembre, a Capodanno. La festa di tutti. Perché il Natale discrimina, il Capodanno no. Eh. Scusate se mi ripeto, ma la SFRJ stava avanti. Talmente avanti, che hanno ricacciato tutto ciò che la componeva indietro di qualche decennio.

Da piccola, con la scusa che avevo due Natali finivo per non festeggiarne davvero nessuno. Tanto c’era Capodanno. Da grande, ripeto esattamente lo stesso schema. Solo, con un po’ di consapevolezza in più.

Tutte le volte che posso provo a stare con la mia famiglia il 7 gennaio, data del Natale ortodosso. Il Gesù è lo stesso, la stalla anche, ci sono il bue e l’asinello e pure i Magi. È lo stesso evento. La colpa dello sfasamento non è attribuibile al Bambino, insomma, ma unicamente a Gregorio Ottavo che cancellò un paio di settimane sul finire del Cinquecento per far tornare certi calcoli astronomici e i popi ortodossi non la presero benissimo e continuarono a usare il calendario giuliano.

Quindi il Natale ortodosso è sfalsato di due settimane. E così Santo Stefano e l’Epifania. A Halloween qualche spiritoso su Twitter si chiedeva se i bambini serbi potessero uscire a fare Dolcetto o scherzetto? o se dovessero aspettare due settimane. (Adoro l’umorismo balcanico, ha sempre una toccante nota triste/disfattista/malinconica/misantropa/autodistruttiva.)

Ma io questo Natale ortodosso lo amo proprio perché riesco spesso a stare con la mia famiglia stretta (grazie ai miei colleghi per questo giorno extra che mi hanno concesso spesso e volentieri). Non ha un significato religioso. Immagino che questo valga anche per molti italiani rispetto al 25 dicembre. Però per molti di questi molti c’è almeno un retaggio di lettere al Bambin Gesù o a Santa Lucia qualche settimana prima (il 13 dicembre, mi pare: che confusione). A me manca anche questo minimo aggancio.

Una volta alle elementari ci fecero scrivere la lettera dei regali. A parte che per una bambina socialista chiedere dei regali per sé scegliendoli era una bizzarria anche un po’ blasfema, io non sapevo proprio che pesci pigliare. Ma a Gesù o a Dio? chiesi a un’amica. Tanto sono la stessa Persona! fece lei che già andava a catechismo. Massimamente confusa, scrissi questa letterina che principiava con Caro Dio, e proseguiva suppongo in modo altrettanto sconclusionato.

L’ho capito dopo che non è che in Iugoslavia non avevamo il Natale. Anzi, ne avevamo due! Solo che erano privati e non pubblici. Se uno voleva, li festeggiava. Se no, no. E noi di solito no, o almeno non in modo vistoso. Invece le feste di tutti, quelle erano in grande stile. Il Giorno della Repubblica, 29 novembre. Capodanno, con l’albero di Capodanno (un abete con le palle rosse, sì). Il Primo Maggio, LA festa (il lavoro, le fabbriche autogestite, blablabla).

Non voglio essere fraintesa. Non sono nata nel paradiso in terra. Se qualcuno è stato discriminato per la sua religione nella SFRJ (io non conosco nessuno, ma faccio poco testo), me ne dolgo sinceramente. Però l’intento generale era buono e mi piace ancora oggi, nonostante tutto il male che è venuto dopo. A cercare le somiglianze più che le differenze ci si guadagna.

Ci sono sempre più cose in comune di quelle su cui si è in disaccordo. Basta cercarle, valorizzarle. Persino in una società disgregata e a tratti respingente come quella in cui viviamo, c’è così tanto da condividere che non ne abbiamo idea. C’è un ambiente da salvaguardare con maggiore tenacia, e quello è di tutti, no? C’è un paese bellissimo che chiede a gran voce di essere visitato e amato fin dai più piccoli borghi e dagli angoli romiti. C’è tanta vitalità che resta nelle case, nel privato, e che invece è ora di dispiegare nei luoghi pubblici, nelle strade, all’aperto e alla luce del sole. Capodanno arriva presto, ed è per tutti. Mi ricorderò di rifarvi (e rifarci) questo augurio.

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giringiri

I Jadransko plavo more*

Questo post parlerà di turismo dal punto di vista dell’utente. Non sono una esperta in materia, e potrei dire castronerie. Ma osservo bene, da anni, e non sparo giudizi affrettati. Se le castronerie permanessero, c’è spazio nei commenti.

A parte una parentesi lunga che mi parve lunghissima (1991-99), qualche giorno in Croazia d’estate lo passo sempre. La combinazione è campagna dalla nonna poco poco nell’entroterra (la casa di sempre, la gatta di sempre, vegetazione selvaggia che si mangia tutto e tanta desolazione) e poi mare in case in affitto (casa nuova, padrone di casa nuovo, costa nuova o isola nuova: sono una novelty seeker anche nei Balcani).
E in questi anni ho maturato una idea con tanti alti e altrattanti bassi di una vacanza in Croazia. Non tanto per me che alla fine mi arrangio. Quanto per un turista-tipo italiano con gusti non dissimili dai miei (un mio amico ipotetico che preferisce le rocce o i ciottoli alla sabbia).

Madonna corsara.

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All’arrembaggio!

(1) Il turismo in Croazia è –ovviamente– una delle industrie centrali dell’economia (se non “la più”). Ebbene: non si direbbe. Poco altro al mondo c’è di così male organizzato, per niente gestito, lasciato al caso, non valorizzato. Immagino esisteranno associazioni di albergatori, operatori del turismo, agenzie di viaggi, organizzatori di escursioni. Lo immagino. Ma il loro operato è invisibile. Quando arrivi non hai la sensazione che ci sia un piano, ti sembra sempre che qualsiasi attività interessante o luogo piacevole da visitare sia inaccessibile, come se avessero fatto di tutto per nascondere i propri tesori, anziché esporli davanti ai tuoi occhi, spiegarteli, metterli a tua disposizione.

PLUS | Le nuove autostrade hanno cambiato totalmente e in meglio l’accessibilità del Paese.
MINUS | Le nuove autostrade tagliano fuori Knin e non li perdonerò mai per questo.
DRITTA | Da Rijeka a Senj è meglio fare la statale e poi riprendere l’autostrada (occhio solo ai tornanti che da Senj salgono al cielo!).

*

Casa dolce casa

(2) In Croazia ci sono pochi alberghi rispetto al numero di visitatori. E i pochi che ci sono o son cadenti o son degli ecomostri osceni. Come quando ero piccola io, il modo migliore per farsi le vacanze al mare è affittare un appartamento o una soba (una camera) dai privati. Bene! Si sta comodi, si ha un contatto più caldo e informale con gli indigeni rispetto all’alloggio in hotel, ma c’è un numero infinito di ma. Non c’è un portale unico di gestione e prenotazione. Magari nazionale sarebbe ingestibile, ma regionale sarebbe fattibilissimo (Istria, Quarnaro, Dalmazia nord centrale sud, isole maggiori). Risultato: ogni proprietario ha il suo sitino scemo, ogni Comune ha il suo sitino scemo dove fa tutto male, le grandi agenzie se ne approfittano con percentuali molto alte. L’anno scorso mi sono servita di Adriatic.hr e mi sono anche trovata bene (gestiscono tutta la costa, ti scrivono in un dignitosissimo italiano, ti pagano l’autostrada, ti fanno lo sconto se torni l’anno dopo). Però fanno una “cresta” notevole che incide poi sul budget della vacanza, rendendo vano il contatto diretto con l’affittuario. Il proprietario della casa su Dugi Otok dello scorso anno mi disse “Ah, se mi telefonava direttamente ve la davo per un terzo in meno della cifra”. E come ti chiamavo, zuccone di un ubriacone, se non ti fai trovare in rete in modo sensato? Quest’anno ho prenotato con Airbnb (usato già tre volte, sempre con successo): tutto ok, ma non potevano consorziarsi e fare una cosa simile già 10 anni fa Made in Croatia?

PLUS | Se siete già in loco senza prenotazione, gli onnipresenti turist birò (scritto in genere così) sono storicamente efficienti.
MINUS | Non ci sono quasi alberghi a Knin, ma non trovo un motivo per consigliarvi di pernottarci.
DRITTA | Se però vi siete persi e siete finiti a Knin, salite almeno sulla Tvrđava –la fortezza– e godetevi lo spettacolo della Dinara, la (mia) montagna che noma le Alpi Dinariche.

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Facciamo un giringiro

(3) L’apoteosi dell’improvvisazione e della disorganizzazione per me è nelle migliaia di escursioni, gite organizzate, visite guidate per le Kornati, per la Blue Cave su Vis, per il Park Krka (il mio fiume!), per qualunque destinazione. Ci sono migliaia di agenzie con cartelloni fatti come in quinta elementare che disturbano la tua passeggiatina serale sulla riva –il lungomare croato– per proporti gite per l’indomani, con orari improbabili e in mezzo a un mare di cinnazzi urlanti. Sono in genere giri senza valore aggiunto, in cui vieni sbatacchiato da una parte all’altra del tragitto senza alcun senso, come in un percorso per carcerati. Sono esperienze da anni Settanta, o da Bali, dove almeno sei giustificato dall’essere dall’altra parte del mondo e senza conoscere la lingua. Il mio consiglio è di non farle. Ma davvero non mi capacito che ancora nessuno abbia messo in piedi un’offerta nuova, diversa, più vicina alla sensibilità contemporanea, e possibilmente popolare nel senso bello del termine: i ricchi si sono presi già tutto il prendibile, non necessitano di altri servizi ad hoc a peso d’oro.

PLUS | La Blue Cave su Vis è uno splendore nonostante la pressione turistica.
MINUS | Alla Blue Cave non si può fare il bagno, non si può usare il flash, non si può fare niente.
DRITTA | Visitate la Blue Cave nelle prime escursioni del mattino (tipo alle 9), e meglio in canoa che in barchetta.

[con un po’ di fantasia] La Blue Cave.

*

Che fame!

(4) Non direi mai che in Croazia si mangia male. Anzi. Però io sono quella che mangia tutto, ovunque, senza mai mai mai avere nostalgia degli spaghetti o della pizza. Quindi sono un po’ inadatta per parlare dell’argomento. Mangiare fuori è un’attività a cui i croati si dedicano meno degli italiani, pur avendo una passione non dissimile per il cibo. L’innovazione –a parte rari casi– è inesistente. Avete presente quando consigliate a un amico “un posticino” dove siete sicuri si troverà benissimo? Ecco, “da me” non c’è nulla di simile. I ristoranti sono anonimi e un po’ freddi, è facile pagare più di quel che il posto e il cibo valgono. E francamente senza conoscere la lingua mi sentirei molto a disagio. Cosa che non mi è successa neanche in altri paesi della penisola balcanica (a Sofia, per dire, dove sono molto più carini). E poi ci sono dei misteri assoluti. Perché il gelato fa pena? Possibile che nessuno abbia fatto un corso non dico in Sicilia, ma a Bologna, dove il livello delle gelaterie artigianali è stratosferico?

MINUS | In Croazia la pasta sarà quasi certamente scotta, e quasi certamente di grano tenero (pure la Barilla, che non spreca il suo grano duro per chi tanto non apprezza).
PLUS | Potete vivere benissimo dieci giorni senza pasta: varietà!
DRITTA | A Brodarica sulla Magistrala (la “nostra” statale adriatica) vicino Šibenik Zlatna Ribica; sull’isola di Vis Roki’s (ma prenotate il giorno prima!); sull’isola di Šolta Šišmiš (vale anche solo per il nome assonante!).

*

Ti va un caffè?

(5) Ho capito che in Croazia il bar è bar e al kafić non puoi ordinare nulla da mangiare (si fa così da sempre: punto). Ma possibile che a nessuno venga in mente di aprire anche solo per la stagione un bar pasticceria dove puoi fare colazione nello stesso posto? Dove puoi inzuppare la tua makovnjača nel veliki makiato (un dolce ai semi di papavero nel caffellatte) senza dover prima passare dal panificio, fare la coda, arrivare al bar, aspettare da bere e fare finalmente una specie di prima colazione?

PLUS | Se per caso il padrone della casa in affitto o un altro indigeno vi invita a prendere un caffè a casa, quasi certamente sarà turco: un’esperienza da fare!
MINUS | Non tutti leggono o sanno leggere i fondi del caffè turco, non ci spererei troppo (ma se volete ve li leggo io!).
DRITTA | Aspettate che il fondo del caffè si sia depositato (vari minuti), e restate seduti almeno tre quarti d’ora: non fatemi fare brutta figura!

*

Iugoslavia che?

(6) Ok, you’re proud to be croat: who cares? Per me il nazionalismo è il male e in Croazia si taglia (ancora) a fette col coltello. Intendiamoci, riservo un trattamento paritario a tutti i nazionalismi dei nuovi Stati. Ho assistito a una festa ordotossa con bandiera serba di mille metri sul campanile e l’ho trovato agghiacciante. Ma è di Croazia che stiamo parlando, no? Quindi questo “orgoglio” sbandierato senza stile, questi scacchetti onnipresenti di cattivo gusto, questa assenza di umiltà e senso della misura mi danno davvero noia. E ingegnarsi per cancellare settanta anni di vita comune mi pare energia sprecata. Ma magari sono io che la vivo male, non so. Magari a voi pare tutto normale. Meglio così.

PLUS | Tanta tanta gente crede che la guerra sia stata un prezzo troppo alto da pagare per l’indipendenza e ha rapporti civili e cordiali con gli altri ex iugoslavi.
MINUS | I nazionalisti beceri ci sono e possono esserlo alla luce del sole.
DRITTA | La grotta su Vis da cui Tito guidò la Resistenza iugoslava è tenuta bene e visitabile: molto suggestiva.

[con un po’ di fantasia] La Blue Cave.

*

Više cvijeća, manje smeća

(7) Anni fa, durante una delle prime ri-vacanze (post belliche) in Croazia con la mia famiglia, imperversava uno spot terrificante cantato da quelli che mia sorella chiamava “i bambini di hitler”. Faceva così:

Lijepa naša Hrvatska, Hrvatska, Hrvatska | O nostra bella Croazia (è l’incipit dell’inno nazionale)
i obala jadranska, jadranska | e bella costa adriatica
*i čisto plavo more | *e pulito mare blu
s više cvijeća manje smeća. | con più fiori e meno sporcizia (verso con rima interna).

Mi secca osservare che l’ambientalismo in Croazia è poco diffuso e praticato. Non che sia sporca, ma è stupidamente trascurata. E tutto il verde che c’è, gli spazi sterminati completamente incontaminati sono poco valorizzati.

PLUS | Se andate a visitare il Nacionalni Park Krka e le sue pazzesche cascate, fate altri 20 km verso l’interno, e scoprirete la sorgente incredibile della Krka!
MINUS | Visitando le sorgenti della Krka vi sarete ritrovati a Knin. La desolazione.
DRITTA | Già che siete lì, mettete i piedi in fresco e comprate delle trote vive all’allevamento lì: è una specie endemica (e deliziosa alla griglia).

*

Temo di aver fatto più critiche che complimenti alla mia altra “casa”. Ma non datemi troppo retta. Una vacanza in Croazia non si dimentica facilmente. A meno che non siate “tipi da spiaggia”!

* * *

Postilla per @giuliabalugani. Per sapere dove andare, devi almeno saperlo dire!

Dalla vetta di Vis.

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In un mirabile romanzo per ragazze e ragazzi di Bianca Pitzorno la piccola protagonista Olivia credeva che “Buonanima” fosse il cognome di un personaggio che veniva sempre citato ma non si vedeva mai.
Mi succedeva sempre con “Pokojni”, non capivo che significasse e non lo chiedevo mai perché avrebbe interrotto discorsi di adulti. Che buffo è Mattia Pascal Buonanima? | foto mia da Zagreb

fotine

Buonanima.

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giringiri, mostovi

La Croazia migliore

Commissione Europea

Sulla facciata del palazzo della Commissione Europea.

Sono stata a Bruxelles per un esame e l’ho conosciuta. La Croazia migliore, quella che vorrei prevalesse, quella che mi va bene pure se indipendente, pure se pronta ad affrontare questo duro mondo con i suoi appena quattro milioni di cittadini, su per giù quelli della sola Emilia-Romagna.

La Croazia entrerà nell’Unione Europea il Primo Luglio, nel momento in cui più lasco che mai mi appare il legame tra gli Stati Membri (che maiuscole imperanti, che lessico eurocratese!). La crisi economica, di sistema, di valori e sentimenti, e di chissà cos’altro ancora morde sempre più forte e lascia gli eurocittadini scettici sui nuovi arrivati: Ma che entrate affare?

Eppure la Croazia migliore ha entusiasmo da vendere e ha il volto di Petra, che parla cinque lingue e ha pranzato con me al parco; di Hrvoje che ha il nome più impronunciabile del gruppo ma lavora a Slobodna Dalmacija, il quotidiano che si legge a casa mia da sempre; di Ana da Vienna che come me colleziona cittadinanze; di Ines che ha il nome meno croato ma a me più caro.

Mentre prendevamo dei caffè nei pressi della metro Schuman tra una prova e l’altra delle selezioni interminabili per lavorare all’Unione Europea, ho pensato da una parte che ciascuno di loro abbassa le mie chance di essere presa, ma dall’altra che tutto sommato non è affatto drammatico fallire essendo in concorrenza con giovani donne e uomini così preparati, così cordiali e sorridenti, così consapevoli di dove sono ma soprattutto di dove vogliono andare. Per questi croati speciali non sarà importante lavorare fuori o dentro la Croazia, ma farlo con la mente libera e aperta.

È stato bello parlare il mio croato dall’accento italiano a Bruxelles. È stato bello scoprire che tutti –tutti– hanno un rapporto molto sereno con il nostro comune iugopassato, tanto da scherzare bonariamente sui pionieri piccoli che tutti sono stati, sui “cugini” sloveni che sono già nell’Unione, e sui “cugini” serbi, bosniaci eccetera che forse un giorno chissà entreranno pure loro. Ammesso che quel giorno l’Unione sarà ancora unita, sia chiaro.

A volte mi pare che ci sia ben poco da festeggiare. E il Primo Luglio, come sempre, mi prenderà quel poco di nostalgia che accomuna molte noi anime slave. Tipo una saudade lusitana, ma meno fascinosa e più odorosa di cavolo cappuccio sott’aceto. Però lo so che non è più tempo di pensare a cosa sarebbe successo se (se niente guerra, se passaggio soft al capitalismo, se niente Oluja, se divorzio consensuale stile Cecoslovacchia, se…) ma che è ora già da un pezzo di lottare qui oggi e per molto tempo ancora per valori ancora deboli di solidarietà rispetto e cooperazione. Il nazionalismo non è pericoloso perché legato alla guerra civile, ma perché danneggia le generazioni che verranno e ostacola un sano sviluppo economico.

La nuova Croazia merita di avere una possibilità, e ha bisogno di una mano dall’Europa (non tanto e non solo dall’Unione Europea, ma dall’Europa proprio, con i suoi cittadini e la sua storia) per combattere le derive nazionaliste, omofobe, razziste, fondamentaliste che covano sotto la cenere, e per scrollarsi di dosso la corruzione imperante di una classe dirigente inadeguata e spesso responsabile in prima persona di ogni nefandezza durante il periodo bellico.

Sarà dura, durissima. Ma io penso a Petra, Hrvoje, Ana, Ines e agli altri ragazzi di Bruxelles e so che per lo meno l’armata del bene è pronta. Dobrodošla, Hrvatska! E mettiti “una coperta calda addosso”.

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E se chi non ha passioni le avesse tutte?

Mi piacciono poco le cover, le rielaborazioni, gli omaggi. (Che brutta parola, “omaggi”.) Però io questo post ogni tanto lo apro, lo scorro, poi lo leggo attentamente. Lo riapro settimane dopo e ne leggo solo pochi familiari stralci. Lo ricordo, lo medito. Insomma, mi piace. E ho capito che mi piace perché mi descrive solo in parte, perché è uno di quei meravigliosi testi aperti che leggi e nel frattempo “scrivi” anche. E allora lo riscrivo davvero, e che l’autore mi perdoni. (Conto sulla sua mangnanimità.)11264535_656170934527791_2011673127_n

Spesso dico agli altri di avere tutte le passioni, e loro non ci credono. Ma è, in un certo senso, vero. Da piccola avevo già in nuce questa cosa e un po’ ci soffrivo: tutti i colori mi sembravano avere una propria dignità e non ne avevo uno preferito, le domeniche erano tutte diverse, perché a fare sempre la stessa cosa –pure divertente– mi pareva di rivivere il giorno della marmotta e comunque di perdere qualche occasione. La bici era un mezzo di trasporto perfetto per esplorare la nuova città dove ci eravamo appena trasferiti, ma come farne una passione assoluta se i rollerblade erano altrettanto divertenti?

Il primo scooter che mi comprò papà senza che lo dovessi neanche chiedere (perché superare il pudore di chiedere qualcosa per me comportava un trasporto verso l’oggetto in questione che quasi mai provavo) era un modo per andarsene un po’ più lontano e caricarci un’amica o un amico (con il motorino sempre in due, cit.): mi piaceva da matti ascoltare i discorsi degli amici sulle modifiche alla marmitta e il rischio che lo scooter grippasse, ma poi non facevo le modifiche e dimenticavo di mettere l’olio e quindi grippavo, perché passare dall’ascolto all’azione mi distraeva da tante altre passioni che avrei nel frattempo potuto sperimentare.

Compravo Archeologia viva (non ridete, su: ché non sta bene), mi piaceva moltissimo, ma ho smesso perché avrei comprato anche Letteratura viva, Geografia viva e Biologia viva, se fossero esistite.
Guardavo tanto sport, dal vivo e in televisione sul divano con papà. La pallamano, ma anche il basket, ma anche la pallanuoto. E poi i mondiali e gli europei di atletica: lo sport di tutti gli sport, non a caso.

Amavo e amo la musica, ma andavo a vado in crisi alla domanda “Qual è il tuo gruppo preferito?”, solo che ora non rimpiango più il tempo che dedicavo attivamente a cercare di saperne qualcosa, dei nuovi gruppi e dei loro dischi. Oggi ho imparato a liberare spazio mentale per nuove passioni seguendo i consigli degli amici che ne sanno di più, Massimo e @Stipe81 su tutti: a loro va la mia stima sempiterna. Regola: quello che ti procuri sfruttando gli amici nerd (e si può essere nerd di qualunque cosa, cit.) non è una passione.

La passione è spesso un po’ anche possesso, io pure la vedo così: e io il senso del possesso non ce l’ho e non mi piace. Per esempio, siccome non sono appassionata di auto, la macchina è un peso economico e burocratico, non una goduria emozionale come mi vuol far credere lo spot. E siccome sono ambientalista (sì, ho la passione per l’ambiente: ho anche la passione dell’ambiente), l’auto mi sta anche un po’ antipatica a prescindere, quindi “goduria emozionale” un corno.

Non faccio collezioni di nessun tipo, da piccola invidiavo chi finiva gli album di figurine (i miei si fermavano sempre al 33%), chi riempiva scatole intere di tovaglioli di carta (noi bambini semplici della SFRJ facevamo collezione di tovaglioli di carta, sì: ma erano davvero delle piccole opere d’arte), chi manteneva un costante interesse verso monete, francobolli, paciocchini e tartallegre. Il mio amatissimo cugino Goran, per esempio, aveva delle passioni brevi e fulminanti, ma totalizzanti. Magari duravano un anno o un semestre, ma in quei mesi non vedeva altro e non parlava d’altro. Io le adottavo come fossero mie, ma mentre lui si abbuffava io spiluccavo qua e là, in base ai bocconi che selezionava per me. Per questo conosco tante costellazioni ma non tutte le costellazioni; per questo ho letto I draghi del crepuscolo d’autunno ma non le trilogie successive di Dragonlance.

Non potrei mai fare una startup, comincerei a osservare le startup degli altri, credo. E a voler fare una startup in qualunque settore industriale immaginabile. Faccio molte foto su Instagram, da quando ho il telefono intelligente, ma non sono appassionata di fotografia: parlatemi di diaframma e obiettivi e vi ascolterò con sincero interesse; ma se dopo un mese mi chiedete Allora, hai comprato un 600mm f4? vi dirò che non ho avuto ancora tempo di guardarci…

È difficile vivere così, apparentemente. Ma con il tempo, ho scoperto che la mia unica passione totalizzante è collezionare passioni, specie osservando e immedesimandomi in vario modo nelle passioni degli altri. Spesso solo per un breve periodo. Quando ho lavorato in una grande impresa della GDO (super e ipermercati, una roba apparentemente pallosissima) mi sono appassionata senza sforzo alcuno al lessico specifico che usava la mia capa, responsabile dell’ufficio ricerche di mercato. Testa di gondola, promo a punto vendita, freschi e freschissimi, petfood.

Il trucco, l’ho scoperto strada facendo, era lasciarmi trasportare da questa naturale propensione ad assorbire nuove nozioni, nuovi linguaggi, altri microcosmi. È appassionante osservare come gli altri si appassionano a sfilze di definizioni per me inizialmente senza senso e di come a poco a poco ci entro dentro e ci sguazzo. Per un po’ e solo per un po’, si capisce.

Al lavoro, anche incontrare i responsabili marketing che ideavano le promozioni era interessante: per loro, davvero le persone avrebbero con gioia speso 250 euro nelle prime due settimane del mese o fatto almeno 8 spese diverse, e si sarebbero poi ricordate di fare la spesa sfruttando lo sconto del 10% nelle due settimane successive. Finivo quasi per crederci, in riunione (poi buttavo tutti gli appunti e riprendevo una certa sanità mentale, ovvio che la gente voleva il 3×2 o lo sconto immediato del 30% su alcuni prodotti, non segnare sul calendario sia quante volte andava a fare la spesa sia quando avrebbe potuto usufruire dello sconto 10).

Poi il grande vantaggio di avere tutte le passioni e quindi di non averne alcuna era avere tempo: non ho mai dovuto autocensurarmi nell’uso di videogiochi, libri, film, serie tv, perché non esagero mai, le abbuffate mi terrorizzano. Una maratona per finirmi tutte le stagioni di Breaking bad in una settimana non fa per me, tante tante attività interessanti si possono sperimentare tra una stagione e l’altra. I miei cari amici parigini sospiravano tra una uscita e la successiva di Harry Potter, mentre a me piaceva usare quell’annetto tra un volume e l’altro (in english, of course) per leggere tonnellate di classici, gialli, saggi, fantasy, romanzi storici, epistolari, di viaggi, russi, americani, tedeschi, francesi. E però amo ascoltare chi legge solo libri di storia della Seconda Guerra Mondiale, davvero. Ascolto e vivo per un po’ anche questa passione. Non è per piaggeria, e non è una posa. A me interessano davvero le passioni degli altri.

Oggi che coordino progetti di comunicazione negli ambiti più disparati questa caratteristica è un bel vantaggio: c’è tanta passione in giro, molta di più di quanta ne potrei avere io direttamente. E io la assorbo. Ascoltando e leggendo le persone di cui ho stima mi sono ritrovata spesso a essere early adopter mio malgrado, e spesso del tutto inconsapevolmente. Ho fatto la mia prima chiamata VOIP attraverso l’antenato di Skype MediaRing nel lontanissimo 1999, su consiglio di amici già invaghiti di internet. Mi parlavano di protocolli e trasmissioni di bit e io sì sì, ma in realtà mi concentravo su di loro, poco badando a bit e byte. Loro erano appassionanti. Le persone sono appassionanti. Le passioni degli altri sono appassionanti (anche nel percorso che porta a capirle veramente). Le proprie passano, sono legate alle cose, sono effimere. E il bello, per me, è consumarle tutte, non farmi consumare da una in particolare.
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