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Quando Milošević e Tuđman rubarono la tazza del water rosa

Questo post parlerà di tazze del water. Chi mi frequenta con una certa regolarità sa bene che non parlo di funzioni corporali, quindi è parecchio strano che io scriva di tazze del water. Ma sempre più mi sto rassegnando al fatto che la vita è fatta anche di funzioni corporali e di necessità di cui per anni ho sognato di poter fare a meno, come dormire.

Questa storia è una storia privata, che rendo pubblica per un misto di amore, terrore, odio, paura per quell’odio, narcisismo, esasperazione, rabbia, schifo, malinconia, (iugo)nostalgia, voglia sopita e rimossa di vendetta, gratitudine. E tanto altro ancora. Questa storia è una storia privata e come sempre faticherà a scriversi, perché se sono pudica rispetto alle funzioni del corpo figuriamoci rispetto alle funzioni del cuore.

La prima tazza

Quando mio nonno era andato in pensione, lui e la nonna erano tornati a vivere nel “selo”. Il selo è un piccolo centro agreste che gravita attorno alla città, ma già solo sul concetto di selo dovrei scrivere un post a parte. Diciamo “villaggio”, con molta approssimazione. Poiché avevano vissuto in città nelle “case dei ferrovieri” per tanti anni, non avevano mai costruito il bagno nella casa al villaggio, e ora era ora. Bisognava dunque comprare una tazza del water. “Vado in città a prenderla” disse il nonno. “Biljo, come la prendo?” Cosa poteva rispondere una bambina di sette anni? “Rosa! Dido, prendila rosa!” E giù a ridere. (Ridevo sempre.) Grandissima fu la mia sorpresa quando il nonno tornò dalla città con una tazza del water rosa. Voglio dire, non pensavo che il nonno avrebbe preso davvero una tazza rosa. E invece mio nonno era così: semplicemente straordinario. E così per un paio d’anni le nostre funzioni corporali poterono contare su quella tazza rosa, le volte che andavamo a trovare i nonni nel corso di quella strana e meravigliosa vita a metà tra le due sponde dell’Adriatico selvaggio.

La barbarie, e la seconda tazza

Quando la città, il villaggio dei miei nonni e tutti i villaggi attorno furono saccheggiati, i saccheggiatori si portarono via anche la tazza rosa. Poi forse semplicemente l’avevano rotta e fatta in mille pezzi. Ma invece “Hanno portato via ogni cosa, anche la tazza rosa che aveva scelto Biljana” dicevano le cronache familiari. Perché come si raccontano e si tramandano le storie è importante. Di fatto quella tazza rosa era stata fatta sparire, portandosi via la mia risata e la cura che aveva avuto mio nonno nell’assecondare la mia richiesta birichina, perché in fondo se puoi far felice qualcuno perché non dovresti farlo? I miei nonni erano fuggiti assieme a centinaia di migliaia di persone poco prima di quel saccheggio e la loro epopea meriterebbe che io trovassi la forza di raccontarla e condividerla. Ma questo post parla più modestamente di tazze del water, e bisognerà pur quagliare. I miei nonni resistettero qualche tempo in Italia da noi e da mia zia. Ma poi coraggiosamente o per incoscienza o inevitabilmente tornarono appena poterono. “Hanno portato via tutto, persino la tazza rosa di Biljana” aveva raccontato il nonno al telefono. “E tu cosa hai fatto?” aveva chiesto mio papà. “Sono andato in città a comprare una tazza del water, perché la nonna potesse usare il bagno.” Nessuna guerra, nessun saccheggio, nessuna malattia (come scoprimmo con dolore poi) potevano togliere a mio nonno l’amore sconfinato per i suoi e la voglia di mostrarlo sempre. La stessa cura con cui aveva risposto al mio innocente capriccio di bambina in tempo di pace la metteva nel risparmiare a mia nonna l’umiliazione di non potersi occupare delle funzioni corporali con normalità dopo la guerra.

Epilogo: di tazza in tazza

Oggi è la giornata del rifugiato. Non sono stata rifugiata per caso, e per un’intuizione di mio papà che meriterebbe un lungo e sofferto racconto. Ma questo post parla di tazze del water, e immaginate incamminarvi verso l’ignoto con la morte nel cuore e il pensiero alla prossima tazza del water su cui vi potrete sedere, che chissà tra quanto tempo e tra quanto spazio sarà. Non sono stata rifugiata per un pelo, e ancora combatto con il più assurdo dei sensi di colpa. Sono stati rifugiati quasi tutti i miei familiari e quasi tutti gli amici e conoscenti della città dove sono nata, le mie compagne di giochi, gli alunni di mia mamma, i giocatori di mio papà. Sono stati rifugiati negli anni Novanta del Novecento in Europa, per colpa di chi quella guerra l’ha voluta e di chi non l’ha voluta fermare. Quando sono tornata in città dopo più di sette infiniti anni in casa dei nonni c’era la tazza bianca di quel primo viaggio in città di mio nonno. E c’erano anche delle coperte grigie che pizzicavano un po’. E delle scodelle semplici in alluminio di foggia militaresca. Pochi oggetti uguali per tutti, come in un involontario buffo omaggio alla repubblica socialista seppellita da quella guerra. Un kit di sopravvivenza indispensabile, portato dall’UNHCR e da pochissime altre organizzazioni (mia nonna parlava sempre bene di certe chiese protestanti, mi spiace non saperne di più). Provo ancora un dolore che non riesco a dire per una guerra civile di cui non mi capacito, e di odio verso chi l’ha scatenata. Ma sono grata a chi ha aiutato i miei nonni durante la dolorosa marcia, e a chi li ha sostenuti in un altrettanto doloroso ritorno a una casa che non era più casa.

Il mondo fa talmente schifo che può capitarvi che qualcuno vi porti via tutto, pure la tazza del cesso. Ma se siete fortunati magari avete chi vi ama tanto da avervi regalato una tazza del water del colore che volevate. E magari pure se vi hanno portato via tutto qualcuno durante una dolorosa marcia vi apre la porta di casa consentendovi di pensare alle funzioni corporali. E qualcun altro vi aiuta poi a cercare una vostra nuova tazza del water -di qualunque colore sia- a casa vostra anche se non sarà più casa, o da qualche parte del mondo, perché ciascuno che ama ne merita un pezzetto.

E ora pensate, fate, donate.

***

Il titolo del post si ispira a un libro per ragazzi molto bello, Quando Hitler rubò il coniglio rosa: regalatelo!

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One thought on “Quando Milošević e Tuđman rubarono la tazza del water rosa

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