mostovi, politiké

Venti e trenta: i sogni di una generazione infranti a Genova e la fine della Iugoslavia

Non sono a mio agio con gli anniversari, mi mettono ansia da prestazione. Nei mesi precedenti ci penso e mi aspetto un avvicinamento dolce, a tappe calme e lente, fatto di approfondimenti e articoli arguti, di condivisione, ricordi. Invece poi l’anniversario arriva brutale e mi coglie impreparata e incredula.

Sono passati trenta anni dall’inizio della guerra in Iugoslavia e venti anni dal G8 di Genova, due avvenimenti separati nella testa di quasi tutti, e in realtà anche nella mia, ma che mi hanno segnata lo stesso e che si accavallano talvolta in ricordi dolorosi e pensierosi, e in qualche modo chiedono di uscire e essere elaborati.

Non sono stata a Genova e so perché, a livello ⎯diciamo così⎯ logistico; ero altrove a fare altro e ne ero felice. Ma non mi spiego tutt’ora perché ne sapessi così poco in un periodo della mia vita in cui mi interessavo alla politica molto più di adesso, pur con tutte le ingenuità dei quasi venti anni. Il mio fidanzato dell’epoca, che poi è stato mio compagno di vita per tanto tanto tempo, andò e tornò da Genova in treno, dalla costa adriatica dove abitavamo, facendosi il viaggio di ritorno nel bagno perché ogni altro posto su tutti i vagoni era strapieno: avevano ridotto a un terzo i treni per il rientro dei manifestanti, tanto ribadire i rapporti di forza e controllo, semmai ce ne fosse stato bisogno. Militava nella sezione giovanile di un partito di sinistra, io no ma parlavamo molto di politica come di tante altre cose, non ricordo e non riesco a ricostruire perché di Genova prima di Genova avessimo parlato così poco. Io avevo la maturità, lui era già al primo anno di università ma ci sentivamo spesso e uscivamo nel finesettimana, chissà come quell’appuntamento a cui lui avrebbe partecipato sfuggì alle nostre conversazioni e alla mia curiosità. Leggevo il giornale tutti i giorni, sapevo di Seattle, mi sentivo abbastanza informata, eppure non avevo colto la portata dell’evento. Ero “in target” come potrei dire con il gergo che uso oggi nel mio lavoro, eppure non mi aveva raggiunto il messaggio. C’è poco da stupirsi se il G8 di Genova a molti italiani dica poco ancora oggi. Io almeno ho recuperato dopo, ma loro? 

Non sono a mio agio con gli anniversari, servono principalmente a ricordare quanto sia ancora profondamente ingiusto il mondo in cui viviamo, esattamente come allora. Quell’estate però non ci stavo pensando più di tanto e approfittavo di ogni occasione per non pensare ai dieci anni dall’inizio della “mia” guerra civile. Ero stata invitata a una summer school della Scuola Normale Superiore di Pisa, a Colle Val d’Elsa, e io e il mio futuro marito ci salutammo partendo io spensierata per la Toscana e lui militante e tranquillo per la Liguria, con la sua lunga esperienza di cortei e manifestazioni. A Colle Val d’Elsa incontrai un’amica per la vita, e a breve ci rivedremo dopo la pausa più lunga di sempre (grazie maladetto covid) per festeggiare i nostri venti anni di amicizia. Ricordo che mi consolava e mi tranquillizzava mentre guardavo allucinata e preoccupata le immagini del telegiornale di quei giorni, grondante dell’acqua della piscina dove facevamo la pausa pranzo tra le lezioni del mattino e quelle del pomeriggio. (Ho sempre fatto il bagno anche dopo mangiato, autorizzata dai miei genitori balcanici: quel mito lì è una roba solo italiana, spero non lo stiate scoprendo ora.)

Provai a chiamare il mio fidanzato più volte, a scrivergli sms che chiedevano solo se stesse bene. Era partito deliberatamente senza cellulare, tanto era con i compagni di partito e non voleva correre il rischio di perderlo, e comunque ricaricarlo era un casino. Con le morbose abitudini telefoniche che abbiamo oggi quella scelta suona abbastanza assurda ma i telefoni di allora effettivamente non navigavano, non filmavano, né facevano foto. Mi arrivò credo un laconico messaggio mentre già rientrava, del tipo “Sto bene ti chiamo presto”. Lo sgridai eccessivamente al suo ritorno, con l’incoscienza dell’età mi ero sì preoccupata ma in fondo sentivo che stava bene e che sarebbe tornato sano e salvo. Persino quando avevo visto il corpo di un mio quasi coetaneo per terra senza vita ero rimasta esterrefatta ma non avevo perso lucidità. Quando finalmente ci siamo sentiti gli chiesi “Ma che casino è stato?” e lui caustico come sempre “Eh, hanno fatto anche un morto”.

Nei giorni successivi recuperai quello che avevo seguito poco e male dal tempo sospeso di Colle Val d’Elsa, e mi ricostruii una mappa stranissima e incompleta. Un amico più grande di quei giorni aveva altre conoscenze a Genova dai centri sociali spagnoli, mi diede un altro tassello che sentii forse lontano o comunque combaciare poco con tutto il resto. I giornali del dopo Carlo diventarono inutili alla comprensione, subito virati alla morbosa ricostruzione e alle frasi feticcio Sei stato tu col tuo sasso e altri latrati grotteschi. Diventò sempre più netta la separazione tra le frammentate testimonianze dirette e il racconto mediatico.
“Siamo rimasti sempre nel corteo, non ci si poteva allontanare nemmeno per pisciare, perché appena entravi nei vicoli rischiavi di prendere un sacco di botte”, è stato il primo racconto dal vivo del fidanzato. Credo sia stata quella strana combinazione di Summer School e caldo estivo, media italiani sistemicamente inadatti e testimonianze dirette così dolorose da suonare irreali a farmi vivere quella esperienza indiretta in modo confuso e lontano dalla mia sensibilità civica, il tutto nella calda estate della maturità e delle scelte per il futuro: quale università, quale facoltà, quale città. E la pietra tombale la misero i fatti matti dell’11 settembre, io ero di nuovo in Toscana, e di Genova si scordarono più o meno tutti quelli che non c’erano stati.

Non sono a mio agio con gli anniversari, si intrecciano gli uni con gli altri e alla fine tutto si appiattisce. Sono passati trenta anni dalla dissoluzione della Iugoslavia, lo stato federale in cui sono nata e cresciuta, dove ho mosso i primi passi e detto le prime parole, in una lingua col trattino che oggi viene chiamata in tanti modi. Se li contassi tutti, parlerei 7-8 lingue. Ho scritto molte parole inutili sulla violenta dissoluzione del mio paese, e ogni volta è stato devastante. Capita a volte che non ci pensi per qualche giorno e sono le volte che poi all’improvviso un dettaglio o un ricordo mi fanno singhiozzare con più disperazione.
Perché piango? Per il dispiacere inconsolabile della Patria perduta, certo, ma una piccola parte di quel dolore sta nella solitudine di viverlo in un paese dove non mi è riconosciuto né è capito, un paese confinante cui quella guerra è stata raccontata malissimo, confondendo i piani, mischiando vittime e carnefici, additando cause del tutto secondarie e rispettando pochissimo il nostro dolore e la verità.
È sorprendente quanto gli italiani sappiano poco e male delle guerre che hanno dilaniato il paese che non esiste più tranne che nel mio cuore. In buona fede nella quasi totalità delle volte, ci mancherebbe, e con meritevoli eccezioni, ma è notevole comunque.

Non sono a mio agio con gli anniversari, raramente i gap di conoscenza vengono recuperati, però qualche bel contributo ogni tanto alleggerisce un poco l’anima.
Ieri ho ascoltato con gli occhi lucidi la storia incredibile di Yutel, la televisione federale i cui giornalisti lottarono strenuamente per la pace e contro la follia, raccontata con garbo e sapienza dalle persone meravigliose che hanno inventato Kiosk, una edicola volante che tutti gli italiani europei dovrebbero ascoltare.
E questo pezzo del Mulino mi ha un po’ sbattuto in faccia alcuni miei stessi pregiudizi, e mi ha fatto fare un po’ più pace con il mio est che è diverso e non per questo inferiore. Grazie all’amica di Twitter che me l’ha segnalato.

Non sono a mio agio con gli anniversari, vorrei al contempo leggere tutto e non leggere niente e aspettare che passi la tempesta.
Sono settimane che parlo con il mio nuovo compagno di Genova e di quanto sta uscendo, in particolare di Limoni, il podcast di Internazionale che la mia tielle sembra apprezzare molto. Lui, che a Genova c’è stato dopo un anno di preparazione come dovrebbe essere sempre e come io non ho fatto, lo trova per ora insufficiente e superficiale. Per chi non c’era, per chi era troppo giovane, for dummies. Che era esattamente il punto dell’editoriale del direttore De Mauro in cui ha presentato il progetto. Probabilmente funziona per quel che deve, e tenta di parlare a chi non c’era o come me ricorda poco e male e poi magari non ha recuperato granché. De Mauro dice nella prima puntata che i primi anni dopo Genova bastava il toponimo e tutti capivano a cosa ci si riferisse. Da qualche anno il potere di quel nome di città ha iniziato a scemare. Quindi bene che Internazionale, la mia rivista del cuore da molti anni di felice abbonata, e che per di più ha avuto da quel momento una svolta verso il suo successo editoriale, abbia costruito una narrazione con intenti anche divulgativi, partendo da una sua giornalista che c’era, anche se un po’ quasi per caso, con i problemi che questo porta a chi c’era venuto da un percorso diverso. E ci sta anche che non parli a tutti, probabilmente nemmeno a me che non c’ero ma avrei potuto e forse dovuto esserci. Perché appunto è un progetto editoriale, con tutti i limiti e difetti di un prodotto, che non è ⎯e nemmeno vuole essere⎯ un’opera d’arte. La mia voglia di recuperare questi venti anni è troppo grande per uno snack spezzafame. E forse dopo anni di podcast mi sono un po’ stufata di certi vezzi del mezzo come “Riprendo il treno” e giù rumori di stazione, ma so bene che è un problema mio.

Come è un problema mio il mio disagio con gli anniversari, che ti fanno tirare fuori tuo malgrado quello che sarebbe comodo lasciare stipato dentro, se solo non facesse così male anche dopo venti, trenta anni.
Ci sono verità che vanno oltre il sentire comune, che non si imporranno mai sulla narrazione mainstream, se non fra molto tempo, quando nessuno di noi sarà più a questo mondo.
Io però sono felice di aver raccolto negli anni qualche lacerto di quelle verità di nicchia e di non essere, almeno non sempre, tra gli ignavi e gli indifferenti. Sento un moto di gratitudine verso le persone che ho conosciuto e che mi hanno raccontato il loro G8. Vale per il mio fidanzato di allora e per il mio compagno di oggi. Per l’amico bolognese che mi ha raccontato la storia dei limoni contro i lacrimogeni, anche tra qualche amara risata, e che mi ha permesso così di capire al volo il titolo del podcast. Sono contenta di aver parlato qualche settimana fa con due amici del Freelancecamp con cui non era mai saltato fuori questo argomento, ne sono stata onorata.

Non sono a mio agio con gli anniversari, ma tanto vanno e vengono anche senza il nostro consenso. Tanto varrebbe approfittarne per accoglierli, parlarne con calma e ragionando assieme. Se solo non facesse così male, anche dopo venti o trenta anni.

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