mostovi, parole parole parole

Leggere a scuola, che bellezza e che fatica

Come sarebbe a dire che Dante non sapeva il greco?! Eravamo sconvolti, sembrava che il caro padre ci avesse fatto un torto personale. Ne sapeva meno di noi? Sputavamo sangue sull’aoristo e lui nulla? Neanche αληθεια? (Parola greco caso, è “verità”.) Scriveva il Convivio in latino come fosse niente e poi non sapeva il greco?

Oggi mi fa ridere, perché tutto mi pare ovvio, dopo centinaia di ore di podcast di Alessandro Barbero, ma quella Biljana liceale e i suoi compagni e compagne erano sinceramente scandalizzati. Il nostro buffo e riverito professore ci liquidò con «Ma sì, sapete, l’umanesimo e la riscoperta dell’antichità erano di là da venire». E continuò a spiegarci la Bella scuola di Omero. Ma temo che per quel giorno almeno non l’abbiamo più ascoltato tanto.

Ha senso la Divina Commedia a scuola? Hanno senso I promessi sposi? Ha qualche possibilità di radicamento e pensiero profondo nella soglia di attenzione delle giovani menti di oggi?

Non ne ho la più pallida idea.

E proprio perché se ne parla poco e quel poco in maniera scomposta e manichea non riesco manco a farmi una opinione che si distacchi dalla mia biografia amatissima ma statisticamente irrilevante.
Ne abbiamo parlato in questi giorni di feste civiche (testo redatto tra il 25 aprile e il Primo Maggio, nda), io e cari amici che vivono all’estero e che quindi ascolto ben conscia di quanto preziosi siano questi rari momenti assieme in presenza.
«Al liceo odiavo Dante, odiavo I promessi sposi, è roba non adatta, ti servono le note, troppo difficile. Meglio Ariosto».
«Meglio Calvino», fa eco la mia dolce metà.

Hanno ragione, come hanno ragione quelli del partito Sì Dante. Non firmerei per abolire la Commedia, ma firmerei per immettere più Ariosto e Italo Calvino. Solo che poi mancherebbero le ore per fare tutto bene.
Non vorrei essere una tecnica al ministero. Non so, è davvero complicato.
O forse no, perché comunque si cade in piedi. «Allora più Carlo Goldoni.» In effetti andrebbe bene anche quello.

A me la Divina Commedia piaceva mentre la facevamo. Poi mi è piaciuta moltissimo dopo, tutte le molte volte che ne ho riletto lunghi brani, sghignazzando fortissimo, commuovendomi spesso. Si studia troppo, forse, non lo so. O forse solo questa immersione profonda può portarti ad avere i brividi a ricordarti «berne la vita fino alla feccia» o immaginarti la selva oscura del peccato. E sapremmo tutti «Carneade, chi era costui?» se non ci sorbisissimo Alessandro Manzoni per mesi e mesi? «La sventurata rispose» credo sia una delle poche cose del mondo che puoi spenderti a Trento come a Potenza. Non mi scandalizzo nel farne a meno, però un po’ di bizzarra nostalgia mi piglia mio malgrado.

Mia mamma, che non ha fatto il liceo in Italia, sbuffava come una caffettiera ogni volta che trascinavo per la casa l’enorme tomo commentato de I promessi sposi. Sosteneva che se proprio dovevamo pescare dall’Ottocento c’erano Victor Hugo e Fëdor Dostoevskij.

Verissimo, tra l’altro. Ma io confesso che un pezzo di cuore è in quel ramo del lago di Como.

Testo scritto a mano nel tempo di un pomodoro e poi trascritto tal quale con editing minimo minimo. Tipo yoga mattutino. Senza pretese.

Foto mia del 25 aprile 2018: ritrae il banchetto di libri Silvano buonanima, molto amato e molto elogiato.
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