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Unità di misura non omologabile: il “bagnone”

Ogni anno, da più di venticinque anni, vado almeno qualche giorno in vacanza con la mia famiglia d’origine, al mare. Non mi costringe nessuno, anzi, mi piace. Piace a tutti noi.

Siamo io, almeno per qualche giorno mia sorella, mio papà che guida e brontola, mia mamma che nuota e si lamenta (ma non si lamenta quando nuota), da sette anni mia figlia. Ogni tanto, negli anni, abbiamo accolto anche partner e a volte amici. Di base siamo noi cinque, e quei giorni ricavati con grande impegno nei calendari di tutte e tutti, sono sempre stati preziosi e graditi.

Non mi sono mai sentita strana in questa consuetudine pluriennale, ma non conosco nessuna persona che vada in vacanza con i suoi genitori con così tanta costanza e senza sbroccare. Molti amichi e amici tornano giù (quando sono di giù) ma, appunto, non lo definirei “andare in vacanza con i propri genitori”.
È complicato? Un po’. Ma soprattutto perché il turismo in Croazia è gestito come in Italia: male. Ogni anno è tutto un po’ più complicato, ma alla fine ce la facciamo. Prendiamo una casa in affitto sulla costa e stiamo al mare. Non in spiaggia (che di solito non c’è). Al mare.

La felicità si misura in “bagnoni”. “Ah, oggi ci siamo fatti due bei bagnoni!” sentenza mio babbo, tutto soddisfatto. L’unità di misura è balcanica e quindi imperfetta, come quando le nonne ti danno la ricetta a occhio. Un bagnone può avere un numero variabile di ore, o frazioni, ma meritare comunque l’accrescitivo.
Tutto il resto ci interessa poco. I ristoranti, il lungomare, le attrazioni, i souvenir. Primo posto: il mare. Secondo posto: la pineta. Niente altro.
“Andiamo a Dalmalandia?” ha chiesto mia figlia qualche volta, ma senza troppa convinzione. “Magari l’anno prossimo” le ho risposto pigramente. È un parco divertimenti davvero vicino a dove stavamo, con acquapark. Si poteva anche fare per un giorno, ma non abbiamo superato la friction.

Non consiglio mai a nessuno la Dalmazia, perché alla gente normale giustamente serve qualche servizio in più, che noi valutiamo poco. Facciamo vacanze come quando io ero piccola e andare con loro non era una scelta, ma la norma. Forse è una forma di iugonostalgia anche questa perpetrazione.
Ogni tanto diciamo “Potremmo andare in campeggio! o “L’anno venturo proviamo un hotel?” Ma poi non lo facciamo mai.

Dopo lo scoppio della guerra fratricida e la chiusura delle frontiere, non siamo tornati per anni. E pensavamo non ci sarebbe stato più qualcosa a cui tornare.
La prima volta tornammo in inverno, quella volta che tutto mi sembrava minuscolo. Un anno e mezzo dopo, d’estate, riuscivamo in qualche modo a ritagliarci qualche giorno per andare assieme. Al mare. Lo stesso di cui ci eravamo dovuti accontentare per tanti anni di cuore spezzato, dall’altro lato del medesimo Adriatico/Jadransko. Ma nostro, stavolta. I prezzi erano buoni, del resto la guerra era finita da soli cinque anni. Sembrava ieri. Ora che la guerra è finita da trent’anni, sembra ieri lo stesso.

La guerra fa talmente schifo che non finisce mai e rovina tutto.

Solo il mare resiste. Nel mare non si piantano bandiere, non si fanno commemorazioni di cattivo gusto. Il mare è sempre lì, grande, freddo, plavo. E si misura in bagnoni.

Testo scritto a mano nel tempo di un pomodoro e poi trascritto tal quale con editing minimo minimo. Tipo yoga mattutino. Senza pretese.
Foto mia del 2021, su una tipica "spiaggia" da dove fare molti bagnoni.
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