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La solitudine della cittadinanza accaldata

Questo caldo mi fa sentire sola. Sudata, preoccupata, stanca, certo. Più di tutto sola.

Succede con le catastrofi collettive. Le si vive assieme, se ne parla, ma in qualche modo bizzarro c’è una componente di elaborazione che ti tocca individualmente e in sconcertante solitudine. Mi è successa una cosa simile con la mia guerra fratricida, condivisa con milioni di anime, ciascuna chiusa nella sua soffitta a scrivere commenti struggenti come Leopardi.

Sono nata il giorno sette del settimo mese. Non solo per questo, ho sempre amato l’estate. Ho sempre amato il suo avvicinarsi, le giornate che si allungano hanno un rapporto direttissimo col mio buon umore già da marzo. Togliere i collant, togliere la canottiera, togliere la trapunta dal letto man mano che l’ex bella stagione si avvicina risultavano in un piacere quasi fisico, una euforia che mi accompagnava per settimane. Quelle serate di giugno fuori, con luce ben oltre il telegiornale delle 20, mi facevano sentire in un mondo incantato di fiaba.

L’unica volta che sono stata all’equatore, pur ammirando tutta quella bellezza, verificavo plasticamente che non avrei potuto resistere a tempo indeterminato in un luogo in cui le giornate non si accorciano e non si allungano. Il sole sorge alle 6 e tramonta alle 6, brutalmente, non c’è crepuscolo. Alle 6.05 è buio pesto. Per questo amavo l’estate in Europa. Perché si avvicinava piano, già da quelle giornate di maggio in cui correvi al parco con un libro. E perché se ne andava lenta.

Siccome noi Prijic siamo tutti un po’ sciroccati, negli anni in cui abitavamo in Riviera delle Palme, facevamo a gara a chi facesse l’ultimo bagno della stagione più inoltrato. “Io il 23 settembre!” “Io il 4 ottobre…” “Puah! Io il 17 ottobre!” Innocue follie da dalmati expat.

Il caldo a Bologna è brutto da molto tempo, forse da sempre. Di sicuro da quando lo canta Carboni. Posso testimoniarlo da quando vivo qui. Un quarto di secolo, mica poco! Ma niente mi aveva preparato a tutto questo.

Mi sento in trappola. Mi sento male fisicamente, ma mai quanto psicologicamente. Mi sento sola. Mi sembra che di null’altro si possa parlare collettivamente. Per quanto ovviamente sempre nella vita ci sia spazio anche per il non essenziale, gli argomenti particolarmente futili mi irritano come mai prima. L’Italia non si qualifica ai mondiali di calcio maschile? E chi se ne frega, il mondo è in fiamme! Elena ha la pelle nera? Ma a me che me ne importa, a mezzanotte ancora non si può uscire, la città ribolle come avesse la lava sotto, fanculo i neocolossal! E via dicendo.

Sono anni che le uniche notizie non scritte cui volontariamente accedo sono le rassegne stampa audio. Quando ascoltatrici e ascoltatori di Radio3 chiamano per qualche micro bega politica e io son lì con le cuffie che rifaccio i letti, scuoto con violenza i poveri cuscini (il lattice dà meno soddisfazione delle piume, btw) e grido esasperata “Non si può uscire di casa senza soffrire, come si fa a parlare d’altrooo?!” A onor del vero, ascoltatrici e ascoltatori di Radio3 parlano tantissimo di clima e riscaldamento globale. Non sono loro, sono io.

Mi sento arrabbiata e incompresa, anche se tutte e tutti abbiamo un caldo disumano. Mi sento sola. Come ne usciamo?

Testo scritto a mano nel tempo di un pomodoro e poi trascritto tal quale con editing minimo minimo. Tipo yoga mattutino. Senza pretese.
Foto mia di un esoscheletro di cicala nel parco dell'Ospedale Bellaria, pure lei fuori di sé dal caldo.
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