smancerie

Ho ritrovato un vecchio amico lupo

«Pregavo. E non lo sapevo.» Ho avuto un momento madeleine ieri pomeriggio a teatro con le bambine, perché un salto indietro nel tempo può arrivare dal gusto di un dolcetto, ma anche dal suono di parole care. Almeno così vale per me.

«Paolo dei lupi» parla di un Paolo che si occupava di lupi, dagli anni Settanta al 1991, quando è morto in montagna, come capita anche ai montanari esperti, come è successo al mio amico Matteo qualche anno fa. Non proprio sulle stesse montagne, ma diciamo di sì, tanto, per chi legge fuori dall’Abruzzo, spiegare i vari versanti è poco utile. Avevo letto quelle parole poco dopo la morte di Paolo, che era un biologo e un poeta, che combinazione audace e meravigliosa. Solo che non lo sapevo, o non l’avevo messo a fuoco a dovere, che l’autore di quella poesia fosse morto da poco. Doveva essere il ’92 o forse il ’93. Sono pessima con le date. Succede quando i grandi usano i piccoli e non si danno la briga nemmeno di spiegare loro il contesto.

Il vicepreside della mia scuola media mi aveva scelta solo perché sapevo leggere bene, o così forse gli avevano detto. E mi ero ritrovata nel cortile del Comune, con questo foglio in mano, col microfono davanti. E avevo letto questa poesia struggente, che nominava posti idilliaci, ma anche pericolosi, come le forre.

«E sgranavo rosari.» E io questa cosa dei rosari non l’avevo mai capita bene, e faceva parte di quelle cose che non avrei chiesto mai, perché sentivo troppo ampio il gap. Anche se io a messa leggevo spesso, sempre perché sapevo leggere bene, e perché mi annoiavo, e era un bel diversivo, e facevo felici i miei pigri compagni di scoutismo. Ma anche perché quelle storie mi affascinavano come i miti greci o le leggende da tutto il mondo che prendevo in prestito nella biblioteca comunale, il mio regno. E a pochi passi da lì, in quel cortile affollato, lessi quella poesia con la qualità che ritenevo il minimo sindacale per quel contesto. Decente, dai. Dopo “E non lo sapevo” molte persone avevano gli occhi lucidi. Diverse signore mi vennero vicino ricoprendomi di complimenti che giudicai del tutto fuori luogo. «Oddio, com’hai letto bene, brava!»

Ho sempre odiato i grandi che trattano i piccoli da scemi, ma questa forse è un’altra storia. «Pregavo. E non lo sapevo» mi è tornata in mente un miliardo di volte in questi decenni, e siccome sono strana, mai mi è venuta voglia di consultare quel pozzo banale che è internet. Non ricordavo l’autore, non ricordavo tutti i versi, ma quella memoria era così dolce e così bastevole a sé stessa, che non le serviva proprio nessuna ricerca.

Anche perché mi ha trovata lei, nella voce di un’attrice brava che aveva inserito alla certi di quel componimento, all’interno di tutta la storia di Paolo, poeta sì, ma anche ricercatore sul campo. Se i lupi sono tornati nelle nostre montagne, lo dobbiamo a lui e a biologi e studiosi come lui, e a progetti come “San Francesco” (non male come ironia), che lo portò sulla Majella, in un tempo in cui ancora l’idea di stare dalla parte del lupo sembrava una bestemmia in chiesa. «E sgranavo rosari di pietra», scriveva Paolo, e questa immagine mi accompagna nel suo misticismo da tanti anni.

Non tutto deve essere spiegato e approfondito sul momento, le parole che ti cambiano prima o poi ti trovano lo stesso.

Testo scritto a mano nel tempo di un pomodoro e poi trascritto tal quale con editing minimo minimo. Tipo yoga mattutino. Senza pretese.
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