téchne

Umbrella gate

Ho capito che non era il mio solo quando l’ho sganciato dal girigoro di ferro e ho sentito con le dita un materiale molto diverso. E quindi?

Che fare?

Riepilogo di come è andata questa faccenda.
Pioveva. (Piove sempre, in queste settimane.) Io ho preso un ombrello che avevamo in casa. Uno pieghevole ma con bottone per l’apertura automatica. Non amo gli ombrelli pieghevoli, li tollero se almeno hanno il bottone. Aveva un elastico sul manico per appenderlo e la parte impermeabile era blu scuro con righe verdi sottili. Un banalissimo ombrello dalle banalissime caratteristiche urbane.

Tornando a casa ore dopo ho fatto quello che faccio sempre rientrando con un ombrello gocciolante. L’ho appeso a una decorazione ricurva del ferro che sostiene il corrimano nella tromba delle vecchie scale del nostro vecchio palazzo del centro. Siamo al terzo piano, senza ascensore: non ci sta. Sul nostro pianerottolo si affaccia solo un altro portone. Ogni tanto entra e esce un giovane uomo. “Buongiorno”, “Buonasera” e null’altro. Al piano di sopra ci sono altri due portoni e poi basta, solo i tetti di Bologna.

Appendo l’ombrello gocciolante per non portarlo in casa e sgocciolare sul parquet. E poi, come sempre, me ne dimentico. Sarebbe sensato rimetterlo in casa dopo qualche ora, ma non c’è speranza. Se non lo vedo per me è come se non esistesse più. Sono come i cani o i bimbi molto piccoli. Cucù.
Quindi mi ricordo dell’ombrello solo quando lo rivedo (o penso di rivederlo) quando esco di nuovo, poche ore dopo o forse addirittura il giorno dopo. Lo prendo in mano, forse per rimetterlo dentro o forse perché il tempo era di nuovo incerto, non ricordo.

Solo che la mano e il cervello non si sono trovati.
Cervello: «Guarda che la stoffa dovrebbe essere più setosa e meno plasticosa».
Mano: «Oh ma che vuoi da me? Ho toccato quel che c’è, non ti lamentare. Questo passa il convento!».

In breve, era un altro ombrello, sempre pieghevole ma tutto nero, con una bizzarra e poco ergonomica impegnatura a semisfera, e un tessuto plasticoso poco piacevole al tatto.
Cosa può essere successo?

  • Qualcuno ha rubato il mio ombrello e poi qualcuno, il giovane uomo, ha appeso il suo ombrello dov’era il mio, per coincidenza.
  • Oppure. Il giovane uomo o qualcun altro ha preso il mio ombrello, perché andava di fretta e pioveva, poi l’ha rientrato per sbaglio a casa propria, e infine si è accorto di dovermelo rendere ma senza vedersene ha rimesso un ombrello sbagliato.
  • Oppure. Qualcuno ha perso il mio ombrello in giro e ha messo questo con la semisfera a mo’ di compensazione.

Ora, che fare? Lo devo prendere, lo ignoro?

L’ho ignorato dieci giorni ed è ancora lì. Non so bene come risolverla. Metto un cartello? Giorni fa, uno studente del piano terra ha affisso un cartello molto gentile in cui chiedeva di non togliere l’adesivo provvisorio che aveva messo sul citofono perché aspettava una consegna importante. Un pacco “da giù”. Non l’ha scritto, ma il senso era quello.

Che fare quindi con l’ombrello nero?

Sono giorni che me lo chiedo, e ora ne scrivo, ma io sono come i cani e come i bimbi piccoli, quindi ci penso quei cinque secondi che lo vedo appeso al farro sotto il corrimano quando esco sul pianerottolo. E quindi saranno, sì, una dozzina di giorni, ma alla fin fine son poche decine di secondi, sommandoli tutti.

Che fare, allora?

Che poi, lo so perché non l’ho ancora messo in casa, che la compensazione sia vera o sia una mia mera supposizione. Non è per la scomoda semisfera o il tessuto plasticoso, è che gli manca quello che lo renderebbe perlomeno tollerabile: il bottone.

Testo scritto a mano nel tempo di un pomodoro e poi trascritto tal quale con editing minimo minimo. Tipo yoga mattutino. Senza pretese.

Foto mia, altrettanto senza pretese.
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