politiké

Che rumore fa il lavoro?

Questo post non sarà letto da nessuno, perché:

  • sarebbe meglio leggere anche il post che l’ha generato, che è già lungo come una messa cantata, e quindi sono due deterrenti in uno;
  • è a sua volta stimolato da un post che non ho citato non perché vigliacca ma perché detesto il litigio sterile – epperò il lettore Pietro se ne è accorto, che implicitamente citavo quell’altro post;
  • sono ormai passati mesi e l’argomento è freddo come un cappone del bollito riposto in frigo, anche se secondo me scaldato dal microonde del jobs act di cui poco ho studiato e capito;
  • è un finto dialogo tra me e il commentatore Pietro, cui non rispondo con un altro commento, ma direttamente con un post che prevedo già lunghissimo: e con questa ho ammazzato tutti i miei 24 lettori (non sarò mica all’altezza di Manzoni, no?).

Ma essendo un post su un post diventa un metapost: potevo mai io resistere alla tentazione di un metapost?
Pietro parla (anzi, commenta) e io rispondo passo passo, mesi e mesi dopo: una follia.

Non pratico il web 2.0 con familiarità, ma questa volta ci provo.
Non si preoccupi, Pietro. Tanto l’espressione “web 2.0” per fortuna sta esaurendo la sua funzione descrittiva e pure quella metaforica e assieme speriamo muoiano anche “popolo del web” e altre bizzarrie simili. Lei ha usato la funzione commenti di un blog nella maniera migliore, quella costruttiva. Sono onorata di questa scelta, torno a dirglielo con sincera gratitudine.

La seguo su twitter perchè mi pare abbastanza interessante quello che scrive.
Ecco, lei mi è già simpatico perché precisa “abbastanza” interessante, che mi pare davvero il massimo grado di interesse che una persona poco brillante come me possa suscitare. Io non la seguo perché sono pericolosamente vicina al 300, ma mai dire mai. (E non si dispiaccia, per carità.)

Sorvolo sulla polemica concerto utile/inutile.
Bene, come preferisce. E concordo: dai, potremo perder mai tempo sull’utilità o meno di un concerto?

Mi colpisce la sua affermazione mutuata da HoC “Riesci a immaginare di lavorare per più di due anni nello stesso posto?”. Come può ragionare sul mondo del lavoro di questo benedetto paese, partendo da questo pre-supposto?
Mah, caro Pietro. Non è mica tanto un presupposto. È un po’ la realtà. La mobilità lavorativa è aumentata, volenti o nolenti. A me tutto sommato pare stimolante cambiare dopo un po’ di anni (anni, mica mesi). E certo è bruttissimo dover cambiare perché costretti. Ma succede, meglio essere preparati.

I lavoratori (i 5 milioni grosso modo descritti da Daverio a Piazza Pulita) che incrementano il vero PIL italiano non si possono permettere di pensarla come lei.
Può darsi. Ma non è che io mi permetto di pensare così come fosse un lusso. Per me è stata ed è una strategia di sopravvivenza, l’unica che ho potuto attuare.

Sono persone che amano quello che fanno (le lacrime che scorrono sul viso degli operai senza più la fabbrica mentre descrivono “le merci” che producevano meriterebbero un piccolo “Furore” italiano) e che hanno un rapporto profondo con le ritualità del posto fisso, tanto vituperato.
Anche io ho amato i lavori che ho fatto, risparmiandomi forse le lacrime. Le ritualità del posto fisso mi sono estranee, ma non la gioia di uscire per andare al lavoro, per dare un primo senso alle mie giornate (non vivo per lavorare, ma il lavoro è tanta parte della vita quindi tanto vale viverselo al meglio).

Il grosso del PIL italiano viene prodotto da operai che non possono permettersi (non concepiscono) il dilemma posto fisso sì/no.
Non sono sicurissima che sia “il grosso” ma vivo in Emilia e sì ci sono ancora tante fabbriche con quel modello. Ma se il dilemma non è concepito cosa fa uno quando la fabbrica –per mille motivi– inizia ad andar male? Che se ne fa l’operaio del posto fisso di un’azienda che va male e probabilmente chiuderà?

Dall’altro capo del corno le masse operaie del capitalismo maturo anglosassone che operano in mercato dove non esiste (più) il posto fisso sarebbero ben felici di poterne usufruire.
Mah, caro Pietro. Probabilmente sì. Però, se così tanti quanti siamo di posti fissi non ce n’è, che si fa?

Vede, ho 57 anni e vivo da 39 grazie a un posto fisso. Sono di un’altra generazione rispetto alla sua. Non avendo avuto genitori che mi pagassero studi, libertà e ambizioni il posto fisso era (ed è) il prezzo che dovevo (e devo) pagare per inseguire i miei obiettivi. Questo mi differenzia da lei (non mi riferisco allo status sociale, sia chiaro).
Da extracomunitaria con un paese sfasciato alle spalle e donna (altra delle sfighe statistiche di questo paese) io non avevo altra scelta che investire sull’unico capitale posseduto –quel po’ di sale in zucca– e studiare e guardarmi in giro. All’università mi hanno aiutata molto e con ovvia fatica i miei genitori e un po’ il tanto vituperato stato, senza le cui borse di studio per reddito e merito io forse non avrei mai potuto laurearmi. Non mi sono mai risposta che l’unico modo per perseguire i miei obiettivi (ma quali, poi?) fosse il posto fisso, perché non ne ho incontrati tanti sulla mia strada, di posti fissi.

Nel 1977 quando ho cominciato a lavorare il terziario avanzato (creativo) non esisteva nemmeno come idea. Fuori dalle fabbriche dove coesistevano operai e impiegati a posto fisso di “altro” c’erano solo le stanze numerate dell’università (visitati per conferire con il docente). Il resto erano i palazzi milanesi (e un po’ torinesi) delle multinazionali della pubblicità, Cinecittà (con l’irragiungibile Centro Sperimentale), il palazzo in via Biancamano dell’Einaudi a Torino (più irraggiungibile del CSC), e non mi viene in mente nient’altro.
Caro Pietro, questo è forse il passaggio più toccante del suo lungo commento. Un altro mondo, un’altra Italia, che non esistono più. A parte la iugonostalgia, non sono una che rimpiange il passato, specie quello che non ha conosciuto. Quel che mi colpisce della sua descrizione è la nettezza delle scelte, la separazione tra le carriere, le strade diverse e divergenti che –una volta intraprese– segnavano il resto dei tuoi giorni. Oggi viviamo il paradosso di un po’ di promiscuità in più ma tanti posti di lavoro in meno. Non ci abbiamo guadagnato, ma non vedo cosa possiamo continuare a fare se non a cercare soluzioni, pretendendole magari da coloro che paghiamo per trovarle.

Noti che la voglia di essere “creativo” non era inferiore alla vostra di TQ (trenta/quarantenni). Cambia solo che allora, nel 1977, sapevo che non c’era altra strada che trovare un posto di lavoro “fisso” se volevo dare corso ai miei obiettivi.
Caro Pietro, TQ è un acronimo bizzarro ma gradevole (l’avrà capito che le parole mi appassionano). Però sono costretta a smentirla. Noi TQ non abbiamo particolare voglia di essere “creativi”. Tanto che molti TQ ancora sognano il posto fisso di cui tanto stiamo parlando. Anzi, non credo esista alcun TQ omogeneo. Se c’è qualcosa che invidio alla sua generazione –anche se forse non a lei in particolare– è proprio la capacità di coesione, di lotta per obiettivi comuni. Noi siamo delle schiappe da questo punto di vista. Siamo migliori sotto altri aspetti –la nostra è stata la prima generazione con una coscienza ambientalista decente–, ma di lotta sociale proprio non ci abbiamo capito un tubo.
Non colgo il collegamento tra il posto fisso e gli obiettivi di vita, mi perdoni: nemmeno ai suoi tempi. A ogni modo, qualsiasi possano essere gli obiettivi di vita di chi cerca lavoro oggi, di sicuro sperare nel posto fisso per perseguirli è una strada tutta in salita.

Le pongo la seguente domanda sapendo che la storia, piccola o grande non si fa con i “se”: lei oggi rischierebbe un “posto fisso” (con tutto quello che ne consegue) nel tentativo di concretizzare i suoi obiettivi? Non mi risponda che oggi non c’è lavoro eccetera; lo so da me.
Guardi, Pietro: non lo so. Ho fatto anche scelte bizzarre nel mio ormai neanche tanto breve percorso di lavoro. Ho detto di no a una grande azienda qualche anno fa, perché avevo iniziato da poco un lavoro che poi mi ha regalato anni di gioie e dolori, senza mai pentirmene. Ho lasciato un lavoro per rimettermi a studiare, dopo aver vinto una insperata borsa per un master: è stato strano e difficile tornare a non guadagnare, nonostante non pagassi la retta ho fulminato i risparmi. Non so se rischierei il posto fisso per i miei obiettivi (ma le andrebbe, caro Pietro, di spiegarci a che tipo di obiettivi pensa?), so di sicuro che lascerei un posto fisso da cui non avessi più niente da imparare, perché il mercato del lavoro non sa che farsene di competenze rachitiche e invecchiate; lo lascerei se presagissi gravi difficoltà economiche della mia impresa, e se ritenessi il management assolutamente incapace di gestire le difficoltà: capita, no?

Quello che apprezzo nel suo post sono le considerazioni sulla pochezza della formazione (scuole e università) in questo benedetto paese. Ma se questa pochezza fosse la risposta (sbagliata) a una domanda posta dal mercato?
Eh sì, è così.

Forse l’altra domanda sarebbe la seguente: perchè una massa enorme di “gggiovani” (e relative famiglie) ha deciso da una trentina di anni a questa parte che il lavoro o è creativo o non è? Certo, certo le cose vanno così perchè il capitalismo avanzato eccetera eccetera. Ma resta la domanda.
Non so che gggiovani frequenta lei, caro Pietro, ma non conosco nessuno che creda che il lavoro o è creativo o non è. Le dirò di più. I tanti creativi che ho avuto modo di conoscere lavorando nel settore vivono il loro lavoro con assoluta normalità (e ci mancherebbe altro, aggiungo).

Il lavoro gentile signora (o signorina) oggi in questo benedetto paese non è più. Punto. E i sindacati sono orfani sopratutto di cultura del lavoro. Come tutti noi. Il resto è noia.
Ma a parte sbadigliare che si fa?

 

La foto l’ho scattata io e riproduce il modellino di un enorme demenziale monumento di San Benedetto del Tronto, quasicitazione di un verso di Dino Campana, che aveva usato “fabbricare” al posto di “lavorare”: tutto un altro senso.

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téchne

www mi piaci tu, nuovo Internazionale

Sono stata, anche quest’anno, a Internazionale a Ferrara. Sono rimasta incantata dalla presentazione del loro nuovo sito, e vi dico perché per me dovrebbe piacervi.

È bellissimo. Come il suo giornale, del resto. Come il logo di Internazionale, ridisegnato apposta per il lancio del sito web. Una sola font, Lyon come la città francese, per tutti i testi, dai titoli agli occhielli, dal corpo dell’articolo su carta a ogni sezione del web, senza soluzione di continuità.

È un progetto progettato. Voglio dire, davvero. Con un inizio, un lancio, una evoluzione (già prevista) di circa tre anni, step intermedi. E misurazioni, valutazioni, scelte, scommesse (il reportage! l’eliminazione dei commenti! la scomparsa dei contatori di tuit e like!).

È pensato. Nulla è stato lasciato al caso. Alle domande superspecifiche dei lettori di Internazionale presenti in Sala Estense (ricordatemi di buttarmi nell’editoria rosa disimpegnata, se nella prossima vita farò la direttrice di testata) Giovanni De Mauro ha sempre risposto Ci siamo interrogati a lungo su questo aspetto, e alla fine abbiamo deciso che…

È amatissimo. Da chi l’ha voluto, da chi l’ha pensato, da chi ha coordinato il progetto, da chi come quella gran càrtola di Mark Porter ci ha lavorato come fornitore. Dalla redazione al gran completo che era presente, compresi quelli che –ce ne sono, ne son certa– amano l’odore della carta. Perché lo sanno che del web non si può fare meno, e allora tanto vale farlo bene.

In conclusione, due note.

.prima.

Perché italia.it non è stato fatto (e voluto, e pensato, e ragionato, e progettato, e amato) così? Perché quello che si può permettere un piccolo settimanale indipendente italiano non può permetterselo l’ente turistico dell’ex prima destinazione vacanziera mondiale, paese europeo di sessanta milioni di abitanti?

.seconda.

Lo amatissimerete anche voi, prevedo.

 

La foto è di me stessa medesima, scattata su suggerimento di Ines e Giulia per festeggiare che all’ottava edizione persino quei burberi dei ferraresi han pian pianino adottato il festival più bello che c’è.

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smancerie

Quello che amo di noi, e degli altri noi

Amo gli italiani

Quando parlano di cibo mentre mangiano, e possono andare avanti per ore.

Quando interpretano con ragionevole flessibilità certe regole, e ti dicono comprensivi E che sarà mai! oppure Per tanto poco! o ancora Fossero questi i problemi!

Quando enumerano tutti i modi in cui si dice “gomma da masticare” o “strofinaccio da cucina” o “marinare la scuola” lungo la penisola (e nelle isole, certo).

Quando dicono che già a cinque chilometri si parla un dialetto sensibilmente diverso dal loro.

Mi guardano diffidenti alla mia convinta derisione della regola Bagno solo dopo tre ore, perché certi divieti ti entrano nella pelle come dopo un pasto troppo agliato.

Lamentano d’esser ostaggi del vaticano, ma poi tutti sono battezzati comunionati cresimati, pur confondendo l’Immacolata concezione con l’oggetto dell’Annunciazione.

Quando bevendo un espresso scadente commentano “A ‘sto punto mille volte meglio il caffè che mi faccio con la moka di casa!”.

 

Amo i miei iugopopoli

Quando mangiano qualcosa col cucchiaio e poi satolli di gulaš o zuppe varie esclamano Ah, non c’è niente di meglio che mangiare col cucchiaio!

Guardano lo sport, quasi ogni sport, tutti gli sport che a me piacciono, e ne parlano come fosse in quel momento questione di vita o di morte.

Quando usano per “mano” e “braccio” la stessa parola —ruka— ma poi per dire “mangiare chicchi d’uva” si bullano di potersi servire di un unico verbo apposito: zobljati.

Fingono di sapere qualcosa della religione cui dicono di appartenere, senza sapere nulla della spinosa questione detta filioque (né ovviamente che fosse un pretesto bello e buono per lo scisma).

Si scannano tra di loro da oltre vent’anni, ma poi parlano “na naški”, la “nostra” lingua.

Quando bevendo un espresso scadente commentano “A ‘sto punto mille volte meglio il caffè turco che mi faccio con la cuccuma a casa!”.

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smancerie

Quello che ho imparato quest’anno

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Settembre is the real Capodanno. A me settembre mette una malinconia pazzesca. E difatti non ho mai fatto né farò ora propositi. Ma è stato un anno lunghissimo. Un anno inteso da settembre a settembre. Mi è successo di tutto, ma non ho voglia di parlarne ora. Quello che voglio raccontare —e già ne avevo voglia da un po’— è cosa e soprattutto come ho imparato. Tante volte la vita mi sorprende. Quelle volte è bellissimo.

Sono tutta gialla

Al primo Freelancecamp a cui ho partecipato (che era poi il primo in assoluto), l’energia di Roberta Zantedeschi mi aveva colpito come una secchiata d’acqua gelata in faccia (io adoro l’acqua fredda). Ci aveva parlato di colori che riescono a descrivere come stai al mondo (e come stai al lavoro), e ne ero stata affascinata. Ma non ero certa che fare un percorso di quel tipo potesse servirmi a qualcosa. Ebbene, i miei dubbi erano infondati. Presa da un’insolita intraprendenza (si vede che ne avevo davvero bisogno) ho chiamato Roberta dicendole più o meno Credo di voler comprare una tua consulenza. Senza minimamente insistere —anzi, accertandosi più volte d’aver capito di che avessi bisogno— mi ha spiegato il funzionamento, il costo, i risultati che avrei avuto. Neanche così ero certa di quello che stavo comprando, ma mi sembrava che lo scopo dichiarato (saperne un po’ di più di se stessi) facesse proprio al caso mio. Ho risposto a un questionario lunghissimo, seguendo l’istinto, il sentimento e un po’ di ragione. Dopo qualche giorno ho ricevuto un report, in italiano e in inglese (all’estero questi dossier sono ben valutati in fase di selezione) e già ero stupefatta dell’esattezza di certe descrizioni e della profondità e utilità di certe analisi. Ma il valore maggiore l’ho colto nel colloquio di restituzione con Roberta e Andrea, che sono di una bravura stellare, e assieme fanno faville. Non ho concordato –ovviamente– queste righe con nessuno dei due, né li ho avvisati che ne avrei scritto. Se sentite di aver bisogno di capire meglio come agite sul lavoro e quali sono i vostri punti di forza, un’occhiata a Pakarangi io la darei. Poi mi direte di che colore siete, e se andate d’accordo con i gialli… ;)

Scriv(iam)o a mano

Quando ho sentito la prima volta dell’esistenza di #scriviamoamano ho pensato Che stronzata radical chic! (Papà, lo so che non sta bene usare le parolacce, ma è per fedeltà di cronaca: mi perdoni?) Poi siccome ne hanno parlato benissimo persone con cui condivido tanti giudizi sul mondo (Alessandra in primis), mi sono presa un giorno dal lavoro (non pagato), mi sono iscritta alla prima data bolognese disponibile (pagando) e mi sono regalata una delle giornate formative più belle di sempre. Ora, non so se proprio tutti potrebbero restare fulminati sulla via di damasco della ri-scrittura, ma se vi siete sempre chiesti per quale assurdo motivo alle elementari ci insegnassero a fare la a con un cerchio aggiungendoci però una zampetta davanti “affinché non cascasse” (?!) questo è il corso che fa per voi. Io che scrivo a mano da sempre e non ho mai smesso (prevalentemente tenendo un diario sconclusionato dal 1992 che per di più ha un nome proprio), ho re-imparato a scrivere, trovando finalmente una logica e una deliziosa efficienza nella mia scrittura a mano, che si è fatta più “scientifica” ma restando appunto “mia”. È il regalo più bello che la bravissima Monica Dengo potesse farmi. Di questo corso magnifico aveva già ottimamente scritto Roberta, quindi la chiudo qui, e vado a comprare l’inchiostro per la stilografica e qualche pennarello giapponese…

 

Lasciarsi bene è quasi più importante che trovarsi (autocit.)

Qualcuno potrà pensare che io sia esagerata quando parlo della fortuna sfacciata che ho nel conoscere persone splendide e molto migliori di me. Qualcuno sbaglia. E mai come quest’anno gli amici tra i più cari che ho hanno dimostrato di essere persino migliori di come io li ritenessi, eventualità che quasi non credevo possibile. Lo han fatto perdonandosi a vicenda, e perdonando in primis se stessi. Lasciarsi è sempre dura. A me è capitato in ambito professionale, e forse non avrei gestito con più lucidità di quel che potessi sperare questo faticoso processo, se non avessi seguito quasi contemporaneamente le loro vicende intrise degli stessi sentimenti contrastanti: ammissioni, cambiamenti, indisponenza, commozione, ira, analisi, comprensione, perdono. La vita professionale e quella personale sono oggi così connesse che magari le distingui, ma poi i sentimenti che le governano finiscono per assomigliarsi tremendamente. Col vantaggio però di poter imparare la lezione nell’una e trasferirla all’altra, e viceversa.

La perfezione non esiste, e il web è panta rei

Sono così fortunata che una mattina ero all’Archiginnasio (che già è una gran bazza) e contemporaneamente ascoltavo le parole alate di Miriam, che è una formatrice brava e pacata. Col suo sorriso disarmante a un certo punto fa “Non vi sto certo suggerendo di fare pasticci, ma ricordate che sul web almeno non si ha l’ansia del Visto si stampi, e si possono fare piccole migliorie man mano; ergo: non procrastinate, fate!”. Ora, io non sono per niente perfezionista. Però sono spesso non abbastanza soddisfatta di me, compresi i miei scritti. E mi tengo i post in bozza per un tempo irragionevolmente lungo. Quando capita, penso al sorriso di Miriam, chiudo e pubblico.

 

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bloggheggiando

Acqua fresca

Warning: post acido (ma c’è pure tanto amore)

Ne parlo perché ne ho una giocosa occasione. Però —concedetemelo— di norma non ne parlo, perché appena apro bocca su argomenti siffatti quel che ne esce è solo un poderoso e sincero sbadiglio.

Le polemiche mi interessano poco da sempre, e così quelli che si lamentano di quelli che si crucciano di quelli che si lagnano della campagna #IceBucketChallenge mi interessano meno di zero.
Però, certo, gli interrogativi sull’opportunità, l’etica e l’efficacia della campagna restano, e sono invece di notevole interesse, personale per ciascuno abbia a cuore la ricerca medico-scientifica, e pubblico per la ricaduta sulla società.

Ho letto riflessioni lucide, analisi profonde o considerazioni fulminanti (in genere su Twitter).

Come sempre, nel calderone della polemica che aggrava la mia già cattiva occlusione mandibolare per eccesso di sbadigli, si mescolano anche acume e valore civico, tra l’altro perfettamente distinguibili, basta selezionare i propri canali e abbassare al minimo il rumore di fondo. Non è difficile. Se ce la faccio io che sono fessacchiotta e anche un po’ pigra, tutti ci possono riuscire.

E invece Michele Serra non ci riesce, e non perché non ci prova. Ma perché non ne avrebbe nemmeno bisogno. Dice di non essere sui social (no, lui parla di “sommo piacere dell’assenza” confermandoci che l’elzeviro vive e lotta in mezzo a noi), ma poi sa tutto su questo “autogavettone benefico” e sul “coro di suocere in servizio permanente” che avrebbe l’ardire di criticare il chi e il come, fino a ridurre “il web” (coll’articolo determinativo) in un amplificatore di “lavate di capo”.

Ora, Serra scrive da una vita e lo sa fare con grande maestria, ma quel che mi chiedo io è: Ma lui che ne sa? Perché, se lì dentro non c’è, si sente in dovere di parlarne dondolante appeso tra due alberi? Se “il web” è tanto esecrabile, perché mai il suo giornale di giornalista (il mio ex giornale di lettrice) riempie paginate e paginate delle peggiorni scemenze de “il web”, dei gattini che lo commuovono, dei video che lo scandalizzano (che permaloso, questo “il web”), delle fotogallery che ne fanno il giro?

La polemica di Serra è poca cosa di per sé (Alla gggente non gli va mai bene niente e criticano pure la beneficienza? Ma va?!), ma diventa ancor più irritante perché arriva da chi non sa di cosa parla, con una supponenza che in altre epoche mai avrebbe perdonato a certi interlocutori tromboni.

Quindi se la mia amatissima amica Alice condivide l’Amaca io non posso fare a meno di pensare che vale molto più un suo qualsiasi post sul neonato blog (prepararsi all’Opera, per citare l’ultimo, delizioso) di mille Amache reazionarie che nulla ci possono spiegare perché nulla hanno indagato mai su “il web”, godendo per autonoma ammissione di “sommo piacere dell’assenza” a cui non possiamo che rispondere: #esgc.

Alla fine mi sono fatta la mia doccia gelata (confesso, adoro fare le docce fredde: non è stato un grande sforzo), e questo post non aggiunge niente di intelligente a quanto è stato scritto sull’argomento da chi ha saputo farlo meglio. Quello che è certo –per me– è che su “il web” c’è nelle nicchie giuste un senso di responsabilità e di approfondimento maggiore che in tante stanze dei bottoni e in redazioni (che immagino polverose) di giornali che hanno insegnato a tutti noi (o almeno a me) a leggere, ma che non hanno da un pezzo più niente da dire.

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Tutte insieme appassionatamente

Qualche giorno fa Alessandra ha parlato di passioni a State of the net. Guardatela e ascoltatela (qui), vi pagherò da bere se ve ne pentirete. Mi aveva fatto delle domande per avere il corpus scelto su cui costruire il suo serrato confronto e racconto sulle passioni e su internet che ce le fa vivere meglio, al netto dell’information overload (addirittura c’è gente che scrive libri sull’argomento…). Riporto qui le mie risposte e frammenti delle mie tante passioni, ché una sola no, non mi basterebbe mai.

1. Hai una o più passioni?

Temo di avere (quasi) tutte le passioni, che forse equivale a non averne alcuna. “Le passioni degli altri” è una formula che mi ha folgorata fin dal primo momento che un tal Gianluca (dubito tu lo conosca…) l’ha coniata. ;) Le passioni degli altri sono quelle che lascio sviluppare loro, e poi io me ne prendo solo la dose che mi interessa. Di più non ci sta, ma non per pigrizia. Semplicemente, mi toglierebbe spazio per altre passioni. Amo sfinirmi di passeggiate in montagna, ma adoro anche il mare. Vado al cinema due volte alla settimana, ma sospendo le sessioni in sala da maggio a settembre, perché stare al chiuso quando posso stare fuori a farmi una birretta a un tavolino all’aperto mi sembra un’eresia. Mi piacciono le lingue, a partire dalla mia linguamadre italiana, ma non farei mai la linguista. Sempre meglio un’antologia di una monografia.

2. Che posto occupano nella tua vita?

Le mie tante passioni occupano gli spazi liberi della mia vita e del mio tempo, senza gravi accavallamenti. Nessuna –mai– ha occupato ogni singolo minuto libero concentrato in un breve lasso di tempo. Mai passato un mese intero a seguire solo una passione: roba da appassionati. Le mie passioni sono trasversali, diluite in lunghi tempi, o brevi ma comunque conviventi con altre di pari grado. Una passione che certamente ha accompagnato tutta la vita è stata la lettura, ma io non la calcolo mai. “Leggere” non è una passione. “Leggere tutta la serie di Game of thrones in un mese e mezzo con gli occhi sanguinanti” forse sì, ma non è roba che fa per me. E soprattutto leggere è una passione di cui è davvero squallido vantarsi, come se non si leggesse per puro piacere, per infinito godimento personale.

 3. In che modo Internet ha cambiato – se l’ha fatto – il tuo modo di vivere le tue passioni?

Internet è il massimo per vivere le passioni degli altri, per carpirne quel tanto che mi basta per passare alla passione successiva. Il meglio della musica, del cinema, dello sport, di qualsiasi altro argomento mi arriva già semilavorato, sezionato e selezionato, talora antologizzato. Pesco i fiori seminati dagli altri con passione, senza rubare loro nulla e anzi provocando un compiacimento di cui sono la prima a stupirmi. “Chiedimi info su questo gruppo quando vuoi, mi fa davvero piacere” mi ha scritto spesso il mio spacciatore di musica dopo i miei sentiti ringraziamenti per l’ennesima segnalazione di un album da bacetti. Per non parlare delle conversazioni sulla lingua con la Crusca o con quelli de La lingua batte, il programma radiofonico più bello che c’è. Senza internet col cavolo che potrei guardarmi i mondiali di pallamano, una passione difficile da vivere in un paese in cui è uno sport minoritario. Con lo stesso spirito con cui faccio tutto il resto, corro. Per me, senza app che mi cronometrino, godendomi il piacere della fatica e la buona musica segnalatami o un podcast de La lingua batte (che non avrei forse mai scoperto se non grazie @alicebrignani). Ma quando leggo tuit dei matti che bazzicano attorno @runlovers spesso penso “Non diventerò mai assatanata così e forse non lo voglio nemmeno, ma ora anziché guardarmi un’ora di House of cards mi metto le scarpette e vado a farmi una corsetta, ai miei ritmi e con la mia musica”. Spesso le passioni degli altri ti spronano se non altro a muovere le chiappe. Grazie internet, vivevo bene anche quando non c’eri, ma preferisco così.

Ripensandoci forse una vera passione ce l’ho. Amati, amatissimi badge…

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mostovi

Poplave pop (alluvioni e altre disgrazie)

Foto di @tompeter da altri disastri europei

L’Europa affonda e l’Europa non lo sa. In Europa le acque di fiumi esondati travolgono uomini e terre e l’Europa guarda le devastazioni da lontano, un po’ come quando in Europa si sparavano tra di loro e l’Europa diceva che avevano l’odio nel sangue e che erano guerre di religione.

Le alluvioni in Bosnia, Croazia e Serbia (in salvifico ordine alfabetico) sommergono case e cose ma almeno fanno emergere ancora una volta le contraddizioni di un continente ambientalmente fragile, geograficamente unico, culturalmente ricco e politicamente diviso.

A poco è valso alla Croazia essere oggi il 28esimo Stato dell’Unione Europea (non dell’Europa, ma dell’Unione Europea: la differenza è chiara, vero?), visto che a quanto pare chiederà gli aiuti per l’alluvione del secolo assieme a Serbia e Bosnia, che nell’UE ci entreranno –forse– solo tra molti anni. Quello che non ha potuto la passione antimilitarista e antinazionalista di tantissimi cittadini dei tre paesi hanno potuto le devastazioni dei giorni scorsi. È rinata una sorta di Iugoslavia della solidarietà palustre, in cui tutti aiutano tutti, in cui la piccola Macedonia manda cibo e altro di prima necessità ai grandi vicini per ricordare la mobilitazione nazionale per il terremoto di Skopje nel 1963. Una vita fa.

Questa solidarietà vive sul web solo dopo esser circolata sulle strade dissestate e nei campi allagati, tra una iugonostalgia finalmente non fine a se stessa ma utile e pragmatica, il solito humor balcanico agrodolce tendente al nero, e l’ambientalismo consapevole di chi vive in simbiosi con la natura da sempre. Perché i Balcani sono così: terre fragili e selvagge con una natura prorompente, piccoli villaggi e cittadine più che grandi metropoli, ove anche chi è nato e cresciuto in città ha sempre un “selo” (borghetto di campagna) ove tornare.

Riporto qui un compendio minimo tradotto e commentato di quel che succede a pochi chilometri dai nostri confini, per ascoltare quelle voci che sempre ci parlano, ma che nel 1991, poi nel ’92, fino al ’95 e poi ancora nel ’99 abbiamo ascoltato distrattamente, convinti forse che l’Europa non fosse abbastanza Europa per essere considerata dall’Europa.

Il territorio

Che sia dallo spazio o dal livello del mare, lo scenario è desolante.

Gunja (vicino Vukovar, in Croazia): senza parole.

La Sava (marrone) che entra nel bel Danubio blu: impressionante.

“Solidarietà, coraggio, tristezza e abbracci.” Niente da aggiungere.

“Golubac è l’unica città in Serbia che abbia un sistema permanente di difesa dalle alluvioni. L’unico!”
In un paese con tanti fiumi non è una scelta saggia. Certo che anche in Italia…

 

I numeri magici

1003 è il numero magico per gli SMS: tantissimi lo hanno scritto OVUNQUE: “Già che stai fermo al semaforo, manda un SMS al 1003”.

“Affinché la mucca del vicino sopravviva manda un SMS al 1003!”

E la storia finisce anche bene: “Sapete quella mucca che si è salvata salendo sulle scale, che tutti avete condiviso? Le hanno portato da mangiare!”

 

Fratellanza e unità

“Ok, la vecchia Iugoslavia s’è sfasciata, ma servirebbe che per queste catastrofi si formasse un piano di intervento per l’intera regione. Siamo troppo piccoli per combattere da soli queste calamità.”

“Chi nemmeno dopo tutto questo ha capito che tra gli uomini esiste solo la divisione tra uomini e merde, nemmeno un asteroide in testa l’aiuterebbe.”

“Ehi, Vučić, sei il migliore. Ora via, lasciaci in pace a fare il lavoro per il quale ti paghiamo.”

“Ci sarà il tempo per la rabbia e per lo scaricabarile. Prima sopravvivere.”

 

Gli angeli del fango

“La squadra dei volontari da Paracin nelle zone più colpite della città.”

 

Sportivi e altri famosi

“Dall’alluvione è riemersa la Iugoslavia” e “Lunga vita ai popoli della vecchia Iugoslavia.”

Tanta bellezza al lavoro.

Solidarietà alle terre del basket.

E il campo da basket si fa campeggio.

“Ringraziate ancora un po’ e chiamate re gente che della Serbia se ne frega” (e ricicla foto di campagne precedenti).

Invece i veri VIP (il mio gruppo croato contemporaneo preferito) aiuta davvero: “Ogni prodotto (degli aiuti) marcate con la lettera H per evitare che finiscano in vendita!”

 

Non ci resta che ridere

“Anche il Compagno Maresciallo vuole aggiungere qualcosa: Ora dopo queste alluvioni vi è chiaro che è più utile avere il piano Difesa e protezione che il Catechismo a scuola?”

 

Per aiutare dall’Italia

Le indicazioni migliori sono ancora una volta da Osservatorio Balcani. Quindi, ancora una volta: hvala.

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