smancerie

Pino, i tuoi veri fan ti salutano

Non ero una sua fan perché è una roba da appassionati e a me una passione non basta eccetera.
Non bisogna essere fan per capire la bellezza e la grandezza, e il legame dolceamaro con una città.
Sono (anche) di Bologna e abbiamo perso pochi anni fa Lucio Dalla: ci siamo capiti.
Nemmeno di Lucio Dalla ero fan, ma quando sento 4 marzo 1943 ho sempre i brividi, e La lingua batte ci fece una delle puntate più belle di sempre (fatevi un regalo e ascoltatela).

Quando muore qualcuno in tanti si lamentano dell’assalto ai social per dire la propria. Qualche volta diventa stucchevole, è vero.
In un attimo sembra quasi che tutti abbiano un aneddoto, che tutti l’abbiano amato, venerato, letto o ascoltato a seconda.
Ecco, quasi.
Fisiologicamente, ci sono i fan dell’ultima ora, quelli che salgono sul carro funebre, per così dire. Esistono, ma trovo sempe il modo per ignorarli.
Poi ci sono quelli per cui davvero se ne va con la persona un pezzo di sé e della propria storia. Sono queste persone a rendere non solo sopportabile ma unica e utile la mia tielle nei giorni in cui muore qualcuno.

Ieri ero a casa (sono spesso a casa in questi giorni, purtroppo). In tv qualche raro servizio delicato e di vero omaggio a Pino Daniele era affogato in altra robaccia, compresi dettagli clinici che per me non hanno alcun interesse. È morto e mi spiace; di che cardiopatia soffrisse voglio continuare a ignorarlo.

Insomma, su tv e media assibilabili sono abbastanza d’accordo con i contenuti (non con le virgole!) di questo pezzo uscito su Giornalettismo.
Per partecipare invece all’addio collettivo genuino mi taccio e mi godo tramite la mia tielle gli omaggi più belli e persino la migliore selezione di quel che vale la pena rivedere e riascoltare, anche da chi di norma non seguo ma che viene opportunamente segnalato.

Il rischio retorica in questi casi è sempre dietro l’angolo, ma il confine è spesso labile. Per dire, di norma un commento come quello che segue mi parrebbe esagerato, ma io l’ho trovato delicato e commosso (non conosco l’autore, è un RT di Iperbole):

C’è chi evidentemente non è del tutto fan, come me:

Ci sono i compagni di università che non vedi da anni ma che è così bello leggere:

La notizia viene data anche in altre lingue e altri alfabeti (purtoppo non parlo greco, ma si capisce, no?):

Ricordi privatissimi:

E ricordi pubblici…

…socio-politici:

La mia tielle è bella sempre, anche quando ci lascia qualcuno (niente autocitazioni a vuoto, e nemmeno tette):

Stamattina Vittorio si è svegliato così, e io ho pensato che sarebbe stato bello e struggente essere a Napoli adesso:

Insomma, non mi dà nessun fastidio leggervi:

E poi lo so che siete abbastanza forti da reggere anche questa:

Zbogom Pino, avevi dei fan fantastici.

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parole parole parole

Insonne per scelta

Cose che preferisco al dormire

Correre.
Mangiare chicchi d’uva.
Tutto ciò che di simpatico si fa a letto, tipo le parole crociate o Topolino quando stai male (ma solo se te li compra spontaneamente qualcuno che ami).
Cucinare.
Nuotare nell’acqua da fresca a freddina.
Salire sulla vetta di una montagna, con un percorso ad anello.
Scrivere a mano.
Partire, ma non fare i bagagli.
Tutto ciò che di bellissimo si fa a letto, tipo leggere libri belli con due cuscini dietro la schiena.
Bere tè.
Bere tisane, infusi, caldissimi.
Andare alle mostre belle e passare il dito sui prespaziati quando le spiegazioni sono particolarmente curate.
Scrivere a mano a qualcuno che non esiste ma invece sì, da 22 anni.
Bere birra: chissà perché i francobolli invece no.
Fare citazioni di nicchia ma pure popolari, e poi non spiegarle.
Ascoltare La lingua batte e ripromettermi di appuntarmi qualcosa citato nella puntata una volta rientrata dalla corsa e poi non farlo mai.
Essere indulgente con me stessa, più di un tempo.
Parlare a lungo con mia sorella.
Uscire con gli amici e a un certo punto della serata estraniarmi per guardarli “da fuori” e pensare Siete fantastici e poi non dirglielo mai.
Andare agli eventi, indossando il badge col mio nome.
Andare alle presentazioni da sola, sedendomi in prima fila e ascoltando tutto.
Internazionale.
Internazionale a Ferrara.
Le mura di Ferrara.
Il Po, persino.
San Luca da tutti gli angoli, e ancora ne scopro di inediti.
Rileggere qualcosa di scritto molto tempo prima e non trovarlo poi così male.
Andare in biblioteca.
Entrare in biblioteca senza idee e uscire con 3 libri e 32 denti di sorriso.
La Sentina.
Città Sant’Angelo e i suoi abitanti, che si chiamano angolani.
Il dialetto angolano, che non so parlare.
Il serbocroato, che so parlare ma non scrivere (bene).
Il precoce bilinguismo.
Biskupija.
Prendere il traghetto.
Prendere l’aereo.
Andare in bicicletta, a Bologna.
Ciaspolare, sull’Appennino.
Perdermi ma poi ritrovare il sentiero, sull’Appennino.
Raccontare di quando ci siamo persi sull’Appennino.
Dire “all’addiaccio”.
Dire “santi numi!”.
Fare complimenti a chi li merita.
Fare complimenti a chi merita incoraggiamento.
Andare al cinema, in Cineteca, a vedere film in lingua originale, coi sottotitoli.
Entrare in libreria e comprare esattamente quel libro per quella persona che festeggia qualcosa, avendoci bene pensato prima.
Azzeccare un regalo, specie se per mia sorella.
Andare all’opera, avendo (ri)letto più volte la trama.
Indossare le perle quando vado all’opera.
Fare colazione.
Stare sul balcone, immaginandolo terrazzo.
Andare al parco.
Mangiare qualcosa “col cucchiaio”.
Avere ragione.
Essere presa in giro quando ho torto.
Usare il mio bollitore.
I piccoli elettrodomestici.
Le banane.
Tutte le altre cose divertenti che si fanno a letto.
Più divertenti che dormire.

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mostovi

Eravamo 4 amici al Balkan

 

Ho imparato a camminare al Balkan. Un bar senza pretese ma con un giardino estivo sulla strada principale della città dove tutti e quattro siamo nati, “nello stesso ospedale” (chissà perché precisiamo spesso questo dettaglio, specie quando mi chiedono se uno dei miei due genitori sia italiano, o se mia sorella sia nata in Italia, circostanze entrambe non vere).
Il Balkan aveva delle sedie bianche in plastica finto vimini. I miei genitori e i loro amici le occupavano fino a tardi nelle calde sere d’estate, e c’ero io che non volevo andare a dormire mai, e che stavo buonissima perché sapevo che al primo capriccio avremmo preso la strada di casa e sarebbe così finito il divertimento.
Le sedie del Balkan erano stabili ma leggere. Almeno lo erano abbastanza da poterle afferrare per il telaio e trascinarne una in giro per la veranda a meno di un anno di età, rendendo meno traumatico il passaggio verso una posizione eretta stabile. Ho portato in giro per settimane una di quelle sedie, alternandola con la mano del più premuroso dei padri. Nelle estati successive ho continuato a godermi quelle piacevoli serate di chiacchiere e risa, finché è stato possibile.
Balkan nella mia memoria è ancora oggi prima di tutto un posto dell’anima. Solo in secondo ordine è la penisola che fa da polveriera all’Europa da secoli, e ogni tanto fatalmente esplode.
Mi stupisce e sconvolge che tanti amici amino i miei luoghi natale, le mie infinite ex patrie. Quasi tutti li ho conosciuti attraverso quel luogo di isolamento e solitudine e freddezza dei rapporti sociali che certuni chiamano “il mondo del web” come fosse un altro, che chissà con quale orbita gira attorno al Sole.
Con tutti loro –se esistesse ancora– mi siederei ai tavolini della veranda estiva del Balkan a condividere una Karlovačko e a scambiarci pareri fino a notte fonda.
Non essendo ciò possibile perché han fatto saltare in aria la polveriera negli anni Novanta del Novecento meno di un decennio dopo quei miei primi passi col supporto di una sedia, li saluto da queste pagine, e li ringrazio.

Aldo

Aldo è un uomo di confine. Iugoentusiasta con cognizione di causa, perché è sempre stato lì, a un tiro di schioppo (scusate…), prima durante e dopo la guerra. Per Aldo cenare in Slovenia non è più complicato che in tanti altri posti della sua regione, la più a est d’Italia, già in odor di Balcani.

Maresciallo Tito

Saša deve essere nato dalla parte sbagliata dell’Adriatico, non c’è altra spiegazione. Conosce ogni dettaglio della geografia, della storia, della musica e della gastronomia iugoconnessa. E sarà contento che lo chiami Saša, piccolo Aleksandar, ci scommetto.

Liza

La quota rosa di questa mia classifica predilige delle mie terre uno dei suoi prodotti migliori: lo sport, e nello specifico il basket. E come darle torto? Per capire qualcosa dello sport iugoslavo e molto delle guerre iugoslave consiglio sempre di guardare questo splendido documentario americano (segnalatomi da Vittorio, che ancora ringrazio per questo regalo).

Beppe

Un giurista torinese follemente innamorato di quel che c’è a est di Trst. Per me è un mistero. Ma un mistero piacevole che non voglio sondare. Gli piacciono i miei luoghi, la mia lingua. Così. Che bello è?

Frane

Francesco ha un incomprensibile profilo col lucchetto. Potete però leggere il suo libro. Per chi studia comunicazione è più utile questo testo di certi manuali general generici che sproloquiano di débrayage facendo esempi pescati sulla luna. Belgrado e Mostar sono testi (in senso semiotico) all’aria aperta, benissimo raccontati da una bella penna e da una bella persona.

Rodolfo

Quando sento che i giornalisti “di oggi” non hanno più voglia di consumare la suola delle scarpe sento ribollire il sangue nelle vene. Che cretinata. Rodolfo Toè consuma le sue suole sulle strade di Sarajevo, dove già fa un freddo cane.

Davide

Non solo studia i Balcani, ma ama parlarne e scriverne. Retuittatore entusiasta (vi ho avvisati), ma solo di quel che vale la pena leggere.

Ovviamente queste sviolinate valgano come FollowFriday. Perché la scorsa settimana Simone mi ha fatto questo imbarazzante scherzetto.

Nessuno può meritare una descrizione tanto impegnativa, ma questi GenteDaSeguireSuggeritaOgniVenerdì in forma più lunga e ragionata dei 140 caratteri canonici di PratoSfera mi son piaciuti molto. E allora ho ripescato questo post in bozza da molto e ve lo vendo come #FF. Furbissima, eh?

Ma io –poi– ho davvero l’accento bolognese?

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politiké

La scoperta della cooperazione (ma pure dell’acqua calda)

Un mio pezzo su La Rivista. Roba di volontariato intellettuale.

Non sto a copiare il testo, chi ha fegato lo legga pure alla fonte diretta: è lungo come una messa ortodossa cantata. Spiego solo che la Fondazione Barberini mi ha chiesto un contributo di riflessione sulla cooperazione (continuo a pensare che devo scrivere per bene cosa sia una cooperativa, come ho detto già altrove) e le giovani generazioni. Come al solito mi sono fatta prendere la mano.

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politiké

Che rumore fa il lavoro?

Questo post non sarà letto da nessuno, perché:

  • sarebbe meglio leggere anche il post che l’ha generato, che è già lungo come una messa cantata, e quindi sono due deterrenti in uno;
  • è a sua volta stimolato da un post che non ho citato non perché vigliacca ma perché detesto il litigio sterile – epperò il lettore Pietro se ne è accorto, che implicitamente citavo quell’altro post;
  • sono ormai passati mesi e l’argomento è freddo come un cappone del bollito riposto in frigo, anche se secondo me scaldato dal microonde del jobs act di cui poco ho studiato e capito;
  • è un finto dialogo tra me e il commentatore Pietro, cui non rispondo con un altro commento, ma direttamente con un post che prevedo già lunghissimo: e con questa ho ammazzato tutti i miei 24 lettori (non sarò mica all’altezza di Manzoni, no?).

Ma essendo un post su un post diventa un metapost: potevo mai io resistere alla tentazione di un metapost?
Pietro parla (anzi, commenta) e io rispondo passo passo, mesi e mesi dopo: una follia.

Non pratico il web 2.0 con familiarità, ma questa volta ci provo.
Non si preoccupi, Pietro. Tanto l’espressione “web 2.0” per fortuna sta esaurendo la sua funzione descrittiva e pure quella metaforica e assieme speriamo muoiano anche “popolo del web” e altre bizzarrie simili. Lei ha usato la funzione commenti di un blog nella maniera migliore, quella costruttiva. Sono onorata di questa scelta, torno a dirglielo con sincera gratitudine.

La seguo su twitter perchè mi pare abbastanza interessante quello che scrive.
Ecco, lei mi è già simpatico perché precisa “abbastanza” interessante, che mi pare davvero il massimo grado di interesse che una persona poco brillante come me possa suscitare. Io non la seguo perché sono pericolosamente vicina al 300, ma mai dire mai. (E non si dispiaccia, per carità.)

Sorvolo sulla polemica concerto utile/inutile.
Bene, come preferisce. E concordo: dai, potremo perder mai tempo sull’utilità o meno di un concerto?

Mi colpisce la sua affermazione mutuata da HoC “Riesci a immaginare di lavorare per più di due anni nello stesso posto?”. Come può ragionare sul mondo del lavoro di questo benedetto paese, partendo da questo pre-supposto?
Mah, caro Pietro. Non è mica tanto un presupposto. È un po’ la realtà. La mobilità lavorativa è aumentata, volenti o nolenti. A me tutto sommato pare stimolante cambiare dopo un po’ di anni (anni, mica mesi). E certo è bruttissimo dover cambiare perché costretti. Ma succede, meglio essere preparati.

I lavoratori (i 5 milioni grosso modo descritti da Daverio a Piazza Pulita) che incrementano il vero PIL italiano non si possono permettere di pensarla come lei.
Può darsi. Ma non è che io mi permetto di pensare così come fosse un lusso. Per me è stata ed è una strategia di sopravvivenza, l’unica che ho potuto attuare.

Sono persone che amano quello che fanno (le lacrime che scorrono sul viso degli operai senza più la fabbrica mentre descrivono “le merci” che producevano meriterebbero un piccolo “Furore” italiano) e che hanno un rapporto profondo con le ritualità del posto fisso, tanto vituperato.
Anche io ho amato i lavori che ho fatto, risparmiandomi forse le lacrime. Le ritualità del posto fisso mi sono estranee, ma non la gioia di uscire per andare al lavoro, per dare un primo senso alle mie giornate (non vivo per lavorare, ma il lavoro è tanta parte della vita quindi tanto vale viverselo al meglio).

Il grosso del PIL italiano viene prodotto da operai che non possono permettersi (non concepiscono) il dilemma posto fisso sì/no.
Non sono sicurissima che sia “il grosso” ma vivo in Emilia e sì ci sono ancora tante fabbriche con quel modello. Ma se il dilemma non è concepito cosa fa uno quando la fabbrica –per mille motivi– inizia ad andar male? Che se ne fa l’operaio del posto fisso di un’azienda che va male e probabilmente chiuderà?

Dall’altro capo del corno le masse operaie del capitalismo maturo anglosassone che operano in mercato dove non esiste (più) il posto fisso sarebbero ben felici di poterne usufruire.
Mah, caro Pietro. Probabilmente sì. Però, se così tanti quanti siamo di posti fissi non ce n’è, che si fa?

Vede, ho 57 anni e vivo da 39 grazie a un posto fisso. Sono di un’altra generazione rispetto alla sua. Non avendo avuto genitori che mi pagassero studi, libertà e ambizioni il posto fisso era (ed è) il prezzo che dovevo (e devo) pagare per inseguire i miei obiettivi. Questo mi differenzia da lei (non mi riferisco allo status sociale, sia chiaro).
Da extracomunitaria con un paese sfasciato alle spalle e donna (altra delle sfighe statistiche di questo paese) io non avevo altra scelta che investire sull’unico capitale posseduto –quel po’ di sale in zucca– e studiare e guardarmi in giro. All’università mi hanno aiutata molto e con ovvia fatica i miei genitori e un po’ il tanto vituperato stato, senza le cui borse di studio per reddito e merito io forse non avrei mai potuto laurearmi. Non mi sono mai risposta che l’unico modo per perseguire i miei obiettivi (ma quali, poi?) fosse il posto fisso, perché non ne ho incontrati tanti sulla mia strada, di posti fissi.

Nel 1977 quando ho cominciato a lavorare il terziario avanzato (creativo) non esisteva nemmeno come idea. Fuori dalle fabbriche dove coesistevano operai e impiegati a posto fisso di “altro” c’erano solo le stanze numerate dell’università (visitati per conferire con il docente). Il resto erano i palazzi milanesi (e un po’ torinesi) delle multinazionali della pubblicità, Cinecittà (con l’irragiungibile Centro Sperimentale), il palazzo in via Biancamano dell’Einaudi a Torino (più irraggiungibile del CSC), e non mi viene in mente nient’altro.
Caro Pietro, questo è forse il passaggio più toccante del suo lungo commento. Un altro mondo, un’altra Italia, che non esistono più. A parte la iugonostalgia, non sono una che rimpiange il passato, specie quello che non ha conosciuto. Quel che mi colpisce della sua descrizione è la nettezza delle scelte, la separazione tra le carriere, le strade diverse e divergenti che –una volta intraprese– segnavano il resto dei tuoi giorni. Oggi viviamo il paradosso di un po’ di promiscuità in più ma tanti posti di lavoro in meno. Non ci abbiamo guadagnato, ma non vedo cosa possiamo continuare a fare se non a cercare soluzioni, pretendendole magari da coloro che paghiamo per trovarle.

Noti che la voglia di essere “creativo” non era inferiore alla vostra di TQ (trenta/quarantenni). Cambia solo che allora, nel 1977, sapevo che non c’era altra strada che trovare un posto di lavoro “fisso” se volevo dare corso ai miei obiettivi.
Caro Pietro, TQ è un acronimo bizzarro ma gradevole (l’avrà capito che le parole mi appassionano). Però sono costretta a smentirla. Noi TQ non abbiamo particolare voglia di essere “creativi”. Tanto che molti TQ ancora sognano il posto fisso di cui tanto stiamo parlando. Anzi, non credo esista alcun TQ omogeneo. Se c’è qualcosa che invidio alla sua generazione –anche se forse non a lei in particolare– è proprio la capacità di coesione, di lotta per obiettivi comuni. Noi siamo delle schiappe da questo punto di vista. Siamo migliori sotto altri aspetti –la nostra è stata la prima generazione con una coscienza ambientalista decente–, ma di lotta sociale proprio non ci abbiamo capito un tubo.
Non colgo il collegamento tra il posto fisso e gli obiettivi di vita, mi perdoni: nemmeno ai suoi tempi. A ogni modo, qualsiasi possano essere gli obiettivi di vita di chi cerca lavoro oggi, di sicuro sperare nel posto fisso per perseguirli è una strada tutta in salita.

Le pongo la seguente domanda sapendo che la storia, piccola o grande non si fa con i “se”: lei oggi rischierebbe un “posto fisso” (con tutto quello che ne consegue) nel tentativo di concretizzare i suoi obiettivi? Non mi risponda che oggi non c’è lavoro eccetera; lo so da me.
Guardi, Pietro: non lo so. Ho fatto anche scelte bizzarre nel mio ormai neanche tanto breve percorso di lavoro. Ho detto di no a una grande azienda qualche anno fa, perché avevo iniziato da poco un lavoro che poi mi ha regalato anni di gioie e dolori, senza mai pentirmene. Ho lasciato un lavoro per rimettermi a studiare, dopo aver vinto una insperata borsa per un master: è stato strano e difficile tornare a non guadagnare, nonostante non pagassi la retta ho fulminato i risparmi. Non so se rischierei il posto fisso per i miei obiettivi (ma le andrebbe, caro Pietro, di spiegarci a che tipo di obiettivi pensa?), so di sicuro che lascerei un posto fisso da cui non avessi più niente da imparare, perché il mercato del lavoro non sa che farsene di competenze rachitiche e invecchiate; lo lascerei se presagissi gravi difficoltà economiche della mia impresa, e se ritenessi il management assolutamente incapace di gestire le difficoltà: capita, no?

Quello che apprezzo nel suo post sono le considerazioni sulla pochezza della formazione (scuole e università) in questo benedetto paese. Ma se questa pochezza fosse la risposta (sbagliata) a una domanda posta dal mercato?
Eh sì, è così.

Forse l’altra domanda sarebbe la seguente: perchè una massa enorme di “gggiovani” (e relative famiglie) ha deciso da una trentina di anni a questa parte che il lavoro o è creativo o non è? Certo, certo le cose vanno così perchè il capitalismo avanzato eccetera eccetera. Ma resta la domanda.
Non so che gggiovani frequenta lei, caro Pietro, ma non conosco nessuno che creda che il lavoro o è creativo o non è. Le dirò di più. I tanti creativi che ho avuto modo di conoscere lavorando nel settore vivono il loro lavoro con assoluta normalità (e ci mancherebbe altro, aggiungo).

Il lavoro gentile signora (o signorina) oggi in questo benedetto paese non è più. Punto. E i sindacati sono orfani sopratutto di cultura del lavoro. Come tutti noi. Il resto è noia.
Ma a parte sbadigliare che si fa?

 

La foto l’ho scattata io e riproduce il modellino di un enorme demenziale monumento di San Benedetto del Tronto, quasicitazione di un verso di Dino Campana, che aveva usato “fabbricare” al posto di “lavorare”: tutto un altro senso.

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téchne

www mi piaci tu, nuovo Internazionale

Sono stata, anche quest’anno, a Internazionale a Ferrara. Sono rimasta incantata dalla presentazione del loro nuovo sito, e vi dico perché per me dovrebbe piacervi.

È bellissimo. Come il suo giornale, del resto. Come il logo di Internazionale, ridisegnato apposta per il lancio del sito web. Una sola font, Lyon come la città francese, per tutti i testi, dai titoli agli occhielli, dal corpo dell’articolo su carta a ogni sezione del web, senza soluzione di continuità.

È un progetto progettato. Voglio dire, davvero. Con un inizio, un lancio, una evoluzione (già prevista) di circa tre anni, step intermedi. E misurazioni, valutazioni, scelte, scommesse (il reportage! l’eliminazione dei commenti! la scomparsa dei contatori di tuit e like!).

È pensato. Nulla è stato lasciato al caso. Alle domande superspecifiche dei lettori di Internazionale presenti in Sala Estense (ricordatemi di buttarmi nell’editoria rosa disimpegnata, se nella prossima vita farò la direttrice di testata) Giovanni De Mauro ha sempre risposto Ci siamo interrogati a lungo su questo aspetto, e alla fine abbiamo deciso che…

È amatissimo. Da chi l’ha voluto, da chi l’ha pensato, da chi ha coordinato il progetto, da chi come quella gran càrtola di Mark Porter ci ha lavorato come fornitore. Dalla redazione al gran completo che era presente, compresi quelli che –ce ne sono, ne son certa– amano l’odore della carta. Perché lo sanno che del web non si può fare meno, e allora tanto vale farlo bene.

In conclusione, due note.

.prima.

Perché italia.it non è stato fatto (e voluto, e pensato, e ragionato, e progettato, e amato) così? Perché quello che si può permettere un piccolo settimanale indipendente italiano non può permetterselo l’ente turistico dell’ex prima destinazione vacanziera mondiale, paese europeo di sessanta milioni di abitanti?

.seconda.

Lo amatissimerete anche voi, prevedo.

 

La foto è di me stessa medesima, scattata su suggerimento di Ines e Giulia per festeggiare che all’ottava edizione persino quei burberi dei ferraresi han pian pianino adottato il festival più bello che c’è.

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smancerie

Quello che amo di noi, e degli altri noi

Amo gli italiani

Quando parlano di cibo mentre mangiano, e possono andare avanti per ore.

Quando interpretano con ragionevole flessibilità certe regole, e ti dicono comprensivi E che sarà mai! oppure Per tanto poco! o ancora Fossero questi i problemi!

Quando enumerano tutti i modi in cui si dice “gomma da masticare” o “strofinaccio da cucina” o “marinare la scuola” lungo la penisola (e nelle isole, certo).

Quando dicono che già a cinque chilometri si parla un dialetto sensibilmente diverso dal loro.

Mi guardano diffidenti alla mia convinta derisione della regola Bagno solo dopo tre ore, perché certi divieti ti entrano nella pelle come dopo un pasto troppo agliato.

Lamentano d’esser ostaggi del vaticano, ma poi tutti sono battezzati comunionati cresimati, pur confondendo l’Immacolata concezione con l’oggetto dell’Annunciazione.

Quando bevendo un espresso scadente commentano “A ‘sto punto mille volte meglio il caffè che mi faccio con la moka di casa!”.

 

Amo i miei iugopopoli

Quando mangiano qualcosa col cucchiaio e poi satolli di gulaš o zuppe varie esclamano Ah, non c’è niente di meglio che mangiare col cucchiaio!

Guardano lo sport, quasi ogni sport, tutti gli sport che a me piacciono, e ne parlano come fosse in quel momento questione di vita o di morte.

Quando usano per “mano” e “braccio” la stessa parola —ruka— ma poi per dire “mangiare chicchi d’uva” si bullano di potersi servire di un unico verbo apposito: zobljati.

Fingono di sapere qualcosa della religione cui dicono di appartenere, senza sapere nulla della spinosa questione detta filioque (né ovviamente che fosse un pretesto bello e buono per lo scisma).

Si scannano tra di loro da oltre vent’anni, ma poi parlano “na naški”, la “nostra” lingua.

Quando bevendo un espresso scadente commentano “A ‘sto punto mille volte meglio il caffè turco che mi faccio con la cuccuma a casa!”.

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