Il primo dicembre io esco a vado a votare CONTRO.

CONTRO i froci.

Perché i froci non esistono in natura, come la plastica, gli occhiali e gli aerei.
È una cosa contro dio e contro natura. Se dio avesse voluto che volassimo avremmo tutti avuto un biglietto aereo o ci avrebbe regalato un aereo alla nascita. Per questo io non prendo più l’aereo e non sono frocio né niente.

Ed è una malattia, lo sapete? I froci sono malati. Sì sì sì. E la malattia si cura così li possiamo picchiare. Pure i malati di tubercolosi gli dai due ceffoni e non hanno più la malattia, perché è colpa loro se hanno avuto la tubercolosi. Eh sì.

E sapete cosa? Io voterò CONTRO anche perché quella signora tanto elegante ha detto con una bella voce tranquilla (con le manine congiunte) che dobbiamo votare CONTRO i froci, sapete, eh? Perché lei crede in dio, lei è una vera credente. E in nome di dio MAI sono state compiute violenze. E se lei crede in dio allora è così e basta, è di sicuro nel giusto.

Persino Gesù ha detto Ama il prossimo tuo. Tranne se è frocio! Altrimenti ti piacerà e pure tu diventerai frocio.

E ricordate. È una malattia!

(Domani andrà a votare PRO la Croazia peggiore, l’esatto opposto di quella che avevo incontrato a Bruxelles. Per questo domani voterei CONTRO. Il testo non è mio, ma la mia traduzione di questo spassoso intervento in croato di Ivan Šarić.)

mostovi

Primo dicembre contro

Immagine
mostovi

Tra Natale e Santo Stefano (ci sono 15 giorni)

A Bologna ci sono già le luminarie di Natale. Anche nella vostra città, non dite di no. Se nella vostra città non ci sono ancora le luminarie, non vivete in Italia. O siete molto distratti e non vedete le luminarie che ci sono già.

11247558_400472336818992_941739755_n

Ljubljana, ex iugoslavia molto ex, un anno fa

Dopo tutti questi anni, vivo ancora il Natale come qualcosa che mi riguarda poco. L’imprinting familiare è più forte di tutta la pubblicità dell’orrida televisione italiana, dei film natalizi che tornano più puntuali del solstizio, della messa di mezzanotte che mi toccava quando frequentavo gli scout. Il Natale non è roba mia.

Babbo Natale in realtà è Nonno Gelo e porta i regali a tutti i bambini (i bambini sono buoni per definizione) la notte del 31 dicembre, a Capodanno. La festa di tutti. Perché il Natale discrimina, il Capodanno no. Eh. Scusate se mi ripeto, ma la SFRJ stava avanti. Talmente avanti, che hanno ricacciato tutto ciò che la componeva indietro di qualche decennio.

Da piccola, con la scusa che avevo due Natali finivo per non festeggiarne davvero nessuno. Tanto c’era Capodanno. Da grande, ripeto esattamente lo stesso schema. Solo, con un po’ di consapevolezza in più.

Tutte le volte che posso provo a stare con la mia famiglia il 7 gennaio, data del Natale ortodosso. Il Gesù è lo stesso, la stalla anche, ci sono il bue e l’asinello e pure i Magi. È lo stesso evento. La colpa dello sfasamento non è attribuibile al Bambino, insomma, ma unicamente a Gregorio Ottavo che cancellò un paio di settimane sul finire del Cinquecento per far tornare certi calcoli astronomici e i popi ortodossi non la presero benissimo e continuarono a usare il calendario giuliano.

Quindi il Natale ortodosso è sfalsato di due settimane. E così Santo Stefano e l’Epifania. A Halloween qualche spiritoso su Twitter si chiedeva se i bambini serbi potessero uscire a fare Dolcetto o scherzetto? o se dovessero aspettare due settimane. (Adoro l’umorismo balcanico, ha sempre una toccante nota triste/disfattista/malinconica/misantropa/autodistruttiva.)

Ma io questo Natale ortodosso lo amo proprio perché riesco spesso a stare con la mia famiglia stretta (grazie ai miei colleghi per questo giorno extra che mi hanno concesso spesso e volentieri). Non ha un significato religioso. Immagino che questo valga anche per molti italiani rispetto al 25 dicembre. Però per molti di questi molti c’è almeno un retaggio di lettere al Bambin Gesù o a Santa Lucia qualche settimana prima (il 13 dicembre, mi pare: che confusione). A me manca anche questo minimo aggancio.

Una volta alle elementari ci fecero scrivere la lettera dei regali. A parte che per una bambina socialista chiedere dei regali per sé scegliendoli era una bizzarria anche un po’ blasfema, io non sapevo proprio che pesci pigliare. Ma a Gesù o a Dio? chiesi a un’amica. Tanto sono la stessa Persona! fece lei che già andava a catechismo. Massimamente confusa, scrissi questa letterina che principiava con Caro Dio, e proseguiva suppongo in modo altrettanto sconclusionato.

L’ho capito dopo che non è che in Iugoslavia non avevamo il Natale. Anzi, ne avevamo due! Solo che erano privati e non pubblici. Se uno voleva, li festeggiava. Se no, no. E noi di solito no, o almeno non in modo vistoso. Invece le feste di tutti, quelle erano in grande stile. Il Giorno della Repubblica, 29 novembre. Capodanno, con l’albero di Capodanno (un abete con le palle rosse, sì). Il Primo Maggio, LA festa (il lavoro, le fabbriche autogestite, blablabla).

Non voglio essere fraintesa. Non sono nata nel paradiso in terra. Se qualcuno è stato discriminato per la sua religione nella SFRJ (io non conosco nessuno, ma faccio poco testo), me ne dolgo sinceramente. Però l’intento generale era buono e mi piace ancora oggi, nonostante tutto il male che è venuto dopo. A cercare le somiglianze più che le differenze ci si guadagna.

Ci sono sempre più cose in comune di quelle su cui si è in disaccordo. Basta cercarle, valorizzarle. Persino in una società disgregata e a tratti respingente come quella in cui viviamo, c’è così tanto da condividere che non ne abbiamo idea. C’è un ambiente da salvaguardare con maggiore tenacia, e quello è di tutti, no? C’è un paese bellissimo che chiede a gran voce di essere visitato e amato fin dai più piccoli borghi e dagli angoli romiti. C’è tanta vitalità che resta nelle case, nel privato, e che invece è ora di dispiegare nei luoghi pubblici, nelle strade, all’aperto e alla luce del sole. Capodanno arriva presto, ed è per tutti. Mi ricorderò di rifarvi (e rifarci) questo augurio.

Standard
mostovi

Biljaić e altre pronunce: un post sonoro

Premessa. 1) Mai avuto una bella voce. 2) Risulto sempre più pedante del voluto e del dovuto. 3) Non so usare aggeggi di registrazione decenti né al momento voglio imparare. => Mi spiace per voi!

il bel Balkan font, da un libro che girava in Kitchen, fotografato da @biljaic

Siete scusati di tutto, davvero. Il serbocroato è una lingua poco conosciuta, e vivete bene così. Non datevi pena. Epperò chi non è scusato sono i giornalisti televisivi e radiofonici, e i telecronisti. Essendo le mie terre di sport, ci sono molti più cestisti, calciatori, tennisti, sciatori e via dicendo in –ić di quel che il numero di slavi del sud al mondo suggerirebbe. Mammasanta! quanto ci vuole a chiedere a uno Zvonimir o a un Siniša come si pronuncia il loro nome e segnarlo in redazione una volta e per sempre?

Ma voi immagino non siate “in voce” ogni giorno, ci sta che non vi siate presi la briga di chiamarmi per chiedermi una pronuncia. Allo stesso tempo, vi stufate di essere sempre nel dubbio davanti a intrichi di semivocali come Ljajic? Ecco il post scritto&sonoro che fa per voi!

La prima notizia positiva è che leggere il serbocroato è facillimo. Davvero. La regola è: trenta suoni, trenta simboli. La cattiva notizia è che questo vale solo quando il serbocroato è scritto con l’alfabeto cirillico (che non è un’altra lingua, ma solo un altro modo di traslitterazione!): ossia –oggi– solo in Serbia e altre repubbliche assurde tipo il Montenegro, credo (da nessuna parte si usa solo il cirillico, comunque: e giustamente).

Però con l’alfabeto latino il discorso non cambia molto. Sempre trenta suoni, sempre trenta lettere. Solo, qualche lettera è formata da due segni. Ecco, bravi: come gn sc e gl in italiano! Vedete che ci siete? Sapendo leggere le lettere, potete leggere tutto, perché poi non ci sono trabocchetti di sorta. L’unico dubbio potrà essere l’accento, ma voi anticipatelo il più possibile (ossia, fate l’esatto contrario di quel che fareste in italiano) e nove volte su dieci l’avrete detta bene. Pronti a sentire finalmente come si pronunciano quei segni strani? Via.

c, come calze, come reci! (di’ pure!)

č, come trapani (!), come čovjek (uomo)

ć, come ciuccio, come andrić (premio nobel!), come ćup (orcio)

dž, come džep, tasca

Update del giorno dopo: eureka! Grazie all’intuizione di Lucuqu (nei commenti, sotto) scopro e quindi consiglio il suono dr come lo direbbe un siciliano, per rendere . Un po’ come il Conte Džaaakula di AldoGiovanniGiacomo: potete ascoltarlo qui in versione 15″, al netto dei tuoni e fulmini la  si sente benissimo!

đ, come gioco, come đokovic (go, Nole, go!), come đak (alunno)

h, in teoria come hotel, come hvala (grazie), come hvar (la ibiza croata, e difatti non ci vado mai)

j, come juventus, come jaje (uovo), come Jarni (Robert, calciatore anni ’90)

š, come scemo ma molto più incavolato, come šuma (bosco)

z, come sbavare, come Zvonimir (lui, Boban)

ž, come želimir che desidera la pace ma evidentemente è nato nel paese sbagliato

Poi basta ricordare che Lj è come Gl italiano, e che Nj è come Gn. E che fanno una lettera unica, difatti il mio nome ha solo sei lettere anziché sette se scritto coll’alfabeto cirillico. Биљана. È una meraviglia, no?

La g è sempre dura, come in gatto (per la g dolce come gi e ge italiani c’è la đ!); così k suona sempre come in casa. Quindi liceo classico si scrive Gimnazija e si legge –più o meno– ghimnasia.

Ora sapete e potete leggere TUTTO. E pronunciarlo bene. Allora: via al test!

Jasmin Repeša, allenatore croato

Pelješac, penisola dalmata (l’audio è riciclato, era quello per @giuliabalugani)

Novak Djokovic (o –meglio– Đoković)

Ljuljačka, altalena

Alen BokšićRobert Prosinečki, ex iugocalciatori

Monica Seles, fu Monika Seleš

Biljana Prijić @biljaić

Tutto ciò è per scherzare, comunque. Per una trattazione seria e molto più piacevole dell’argomento seguite il tag o jeziku i tako dalje dell’inarrivabile Jadran. Se ho rotto gli indugi e mi sono messa a leggere testi lunghi nella prima lingua della mia vita, è del tutto merito suo. Puno puno hvala!

Standard
mostovi

L’Italia sono (anche) io

L’argento nel salto triplo agli Europei 2013, appena italiana. La foto è di lei stessa medesima: @dariyaderkach

Ai Mondiali di atletica Dariya c’ha provato. Non è andata, ma competere con gente da 200 paesi non è facile, e la ragazza è giovane e si farà (e non ha per niente le spalle strette). Dariya parla con uno spiccato accento campano e indossa la divisa azzurra con l’eleganza e la forza del suo corpo tonico. Ci ha messo 12 anni per prendere la cittadinanza italiana, per essere “naturalizzata” (che espressione grottesca), uno meno di me (se ben ricordo: le odissee quando non diventano canti epici si tende a dimenticarle). Comunque un’eternità.

dariya_GQ

Dariya Derkach ritratta da GQ due anni fa, quando era ancora ucraina.

Per qualcuno 10 anni sono troppi, per altri troppo pochi. C’è chi dice che nascere su suolo italiano non deve contare ai fini della cittadinanza, chi ribatte che essere italiani mica è un fatto di sangue, è un fatto di cultura, di gusti, di abitudini. Ti piace la pizza? Bene. (Ma allora io sono spacciata.) Di posizioni sull’argomento se ne sentono tante, anche se non è proprio “da bar” come le vicende del magnate televisivo fu primo ministro. Ebbene, non ne avete un’idea. E invece dovreste, davvero.

Voi italiani (sì, ogni tanto me ne tiro fuori, e ogni tanto mi vien facile, quando voi mi date una grande mano) non state facendo alcun ragionamento collettivo utile su una questione ormai irrimandabile e delicata. Non ne sapete una mazza, probabilmente volete continuare così, e questi tristi mezzi d’informazione che ci ritroviamo (sì, “ci”, perché dalle sciagure non mi posso tirare fuori) non vi aiutano di sicuro. Ma è un lusso che non potete –più– permettervi. Non ce lo possiamo più permettere. Perché il mondo cambia e ti impone di stare da una parte o dall’altra. O di inventartene una terza, a patto che tu la sappia inventare.

Immaginate una situazione paradossale. Immaginate che a voi tutti, nati e cresciuti entro Chiasso e Lampedusa, non dessero automaticamente la cittadinanza. Immaginate che, sì, siete italiani e tutto, ma c’è un passaggio ulteriore, una specie di Riconferma che vi faccia passare da cittadino in nuce, provvisorio, a cittadino vero e proprio. Tipo a 16 anni, una età a caso.

Cosa chiedereste alle istituzioni? Cosa chiedereste a chi le governa e a chi le controlla, a tutti, perché possiate vivere serenamente la Riconferma? Potete pensarci un po’, se volete. Voglio dire, vi sentite italiani —siete italiani!— ed è giusto che possiate riflettere con calma sul documento che sancirà quello che già vi sentite —siete!— di fatto. Mi permetto di avanzare qualche ipotesi.

Chiedereste probabilmente criteri univoci chiari validi per tutti. Poco interpretabili, quindi (sai almeno una terzina dantesca a memoria sì o no?), comprensibili a chiunque abbia 15 anni (un anno per prepararsi ci vorrà, no?), applicabili senza scappatoie e senza distinzioni di provenienza regionale, censo, istruzione. Poi uno è tranquillo, no? Se il mazzo non è truccato e io ho in mano una scala reale sono ragionevolmente tranquillo, vero?

Usciamo un attimo dal paradosso e torniamo a noi. Italia anni ’90-2013. Il mazzo non è che sia truccato, eh. È solo che mancano delle carte. E ci sono due donne di picche, chissà perché. E un quattro di bastoni da un mazzo di triestine —quelle col numero— che rende difficile mescolare. Insomma, i criteri cambiano di riforma in riforma, di questura in questura, di provincia in regione. Alla mia famiglia capitò secoli fa di fare domanda di cittadinanza e di vedercela respinta perché dopo la nostra richiesta la legge aveva cambiato un certo criterio. La legge non era retroattiva, e un ricorso avrebbe forse cambiato gli eventi futuri. Ma del senno di poi…

E se i criteri della Riconferma non vi trovassero d’accordo? Cosa valutereste importante? Non vorreste forse conoscerli subito, una volta e per sempre? Almeno a grandi linee, voglio dire. Nelle cose che contano. Se devi saper cucinare almeno un tipo di pasta al forno ci puoi lavorare, ecco. Ma se devi dimostrare che i tuoi antenati risiedono in Italia dal 1700 potrebbe essere un po’ più complesso, magari: no? E poi forse potresti non voler vivere in un Paese che guarda l’albero genealogico indietro di 10 generazioni. Forse, eh. E poi: forse vorreste che queste linee guida fossero condivise. Da tutti, non solo dai quindicenni in coda per la Riconferma. Perché se no, come fai a discutere dell’assurdità del 1700?

Non avete la più pallida idea di come si diventi cittadini italiani, ammettetelo. Non sapete nemmeno perché si può diventare cittadini italiani. No, non c’entra la faccenda dello ius soli. Quella è per l’eventuale diritto di cittadinanza alla nascita. Io non sono nata in Italia, né ho sangue (?) italiano, eppure sono cittadina italiana. In tanti anni, dagli amici più cari a gente appena conosciuta a una cena o a un evento, centinaia di persone mi hanno fatto domande —talvolta assurde— su nazionalità, etnie (?), cittadinanza. E nello specifico sull’iter di cittadinanza italiana. Mostrando lacune che parevano voragini. Ebbene, lasciatevelo dire: non ve lo potete più permettere. Non ce lo possiamo più permettere.

Non possiamo più rimandare l’idea della società che vogliamo essere. Quella che dobbiamo costruire. La cittadinanza non è solo un pezzo di carta, è lo specchio del proprio livello di civiltà, della propria apertura. Compreso —e lo sottolineo con forza— l’iter che serve per arrivarci (è tutto chiaro? è tutto condiviso? il trattamento è uguale per tutti?).

Avete una idea della vostra Italia di domani e dopodomani? Se a voi la Riconferma non è mai stata chiesta perché nessuno ha mai messo in dubbio la vostra italianità, chiedetevi con chi —nuovo— vorreste condividerla. Deve sapere la lingua, l’altezza al garrese di Francesco Totti, deve distinguere pappardelle e fettuccine, conoscere la Costituzione? Essere cattolico, essere almeno cristiano? O per voi il sangue conta e un argentino che sa solo lo spagnolo ma ha tutti e quattro i nonni italiani è più italiano di me, per voi? Mica mi offendo, eh. Basta esser chiari. E, al momento, non lo si è.

Ottenere la cittadinanza italiana è un’odissea. Non c’è niente di certo, di logico, di condiviso. A parte i 10 anni di residenza coordinata e continuativa (co.co.re), devi dimostrare un reddito cospicuo che spesso manco i tuoi amici italiani da generazioni hanno (a proposito: questi nuovi italiani li volete bianchi caucasici e magari ricchi?), devi non cambiare città perché se no cambi questura ed è un casino, e soprattutto devi esser pronto a passare ore al telefono con un ufficio ministeriale per capire il destino della tua pratica.

La tendenza evidente del ministero è di respingere le domande. Lo sapevate, questo? Di base, provano a dirti di no. Poi se tu sei pervicace ai limiti dell’autolesionismo e insisti, rispondi, alleghi nuovi documenti che non erano mai stati citati prima, chiami, richiami, ti fai passare le crisi di pianto isterico, bestemmi il paese dove sei nato e quello dove vivi, maledici i nazionalismi e lo Stato nazione, smetti di accarezzare l’idea di tornare apolide, ricomponi il sorriso per parlare con l’ennesimo inutile funzionario, allora forse qualche speranza ce l’hai.

Ho chiesto la cittadinanza perché non potevo fare altrimenti. Ho passato anni a rispondere “non saprei” alla domanda “ma tu ti senti italiana?” per capire alla fine che non conta più nemmeno tanto. Non ha importanza se io mi sento italiana, io sono italiana (ho privilegiato due indicativi perché risultasse meglio il confronto: spero non me ne vorrete). Magari sono anche italiana, e del resto perché dovrei negare un altro pezzo di identità? Ma italiana lo sono, e tanto. Sarei italiana comunque, anche se non lo volessi. Ma questi sono fatti miei. La domanda è: che posizione avete voi davanti a queste situazioni?

Se credete che sia importante sentirsi italiani, va bene pure. Basta dirlo. Quando ho fatto domanda io non gliene fregava niente a nessuno. Ero pronta a fare tremila test di italiano, di cultura generale, di aspettare tre ore dopo mangiato per il bagno (anzi, no: quello no). Nessuno m’ha mai chiesto niente. —Perché vuoi prendere la cittadinanza? mi chiese un amico caro anni fa. —Mah, per comodità, ormai vivo qua da anni. —Non sono d’accordo! Per niente! Se proprio uno non è italiano di nascita, che almeno lo sia per sentimento. Ecco, questo mio amico ha una posizione che magari non condivido, ma almeno chiara e netta. Voi?

Le persone dall’identità plurima ci sono e sono in mezzo a noi. Facciamocene una ragione, e poi capiamo come comportarci nei loro confronti. Ne abbiamo facoltà. Solo, ricordate che le identità vere sono quelle che uno si sceglie, o quelle che alla fine accoglie come un dato di fatto (come io con la mia italianità). Le identità imposte o quelle negate creano sempre problemi. Fidatevi, lo so. Nulla è più pericoloso di quando ti dicono cosa sei o cosa non sei (vi ricordate “sei ebreo, non sei ariano”? quella roba là).

Essere razzisti è un lavoraccio. Credo non ci abbiate mai pensato, ma è così. Pensate al povero Hitler che si è dovuto arrampicare sui vetri per convincere il suo popolo che sì i rom e i sinti erano ariani, e di quelli puri dato che tendono a sposarsi tra loro, ma che la vita nomade aveva snaturato la loro arianità e quindi era giusto sterminarli assieme agli ebrei (semiti odiosi) e ai gay (ariani un po’ troppo allegri, si vede). E in Italia, gli esilaranti dibattiti sulla rivista La difesa della razza? Alcuni editorialisti fascisti razzisti l’avevano capito, che la questione del sangue era spinosa. E parlavano di una italianità che “si respira”, quindi culturale, tradurremmo noi con spirito antropologico. Ma qualcuno poi ricascava nella tentazione biologica (genetica, diremmo oggi), invocando la necessità di una pura discendenza da Cesare. Ma poi: mamma gli etruschi! Cosa farne del sangue di questo popolo antico dalle ignote origini? E se poi non sono indoeuropei e quindi nemmeno ariani? Poi i tedeschi ci schifano. E tutti gli invasori dell’Italia? Gli arabi (semiti!), i vichinghi, Francia Spagna purché se magna?

Quando frequentavo i forum del KuKluxKlan provavo quasi pena per loro. Non sapete che fatica difendere un’America bianca e cristiana in una nazione che ha sì praticato la segregazione razziale (?) fino a pochi decenni fa, ma che è nata dal miscuglio, dall’esplorazione e conquista anche violenta di territori sconfinati su cui gli unici detentori di veri diritti potrebbero essere semmai i nativi “pellerossa”. Perché frequentavo i forum del KuKluxKlan? Tranquilli. Per un laboratorio di Analisi semiotica del discorso razzista. Utilissimo. Mi ha lasciata con ancora più dubbi di quel che avessi, ma dubbi utili. Come del resto il corso di Relazioni internazionali del bravo prof. Luciano Bozzo (non sputiamo sempre sull’università italiana, santinumi: aiutiamo a tirar fuori le perle e a sbarazzarci di quelle false, semmai).

La Nazione non esiste, la Nazione si costruisce. È un dettaglio della dottrina politica che spesso sfugge. E i media, che confondono sempre Stato popolo Nazione Paese per la triste ossessione delle ripetizioni, perdono l’ennesima occasione per fare bene il loro dovere. In formula brevissima, un po’ approssimata ma bastevole. Un popolo (con la sua cultura abbastanza omogenea fatta di lingua tradizioni usi costumi) si identifica in una idea di Nazione, e quindi (di solito) rivendica uno Stato. Per dire, all’indomani dell’Unità d’Italia c’era lo Stato, ma la Nazione, dopo esser stata teorizzata da sparuti gruppi di filosofi politici ideologi, era ancora in costruzione. Io credo che dopo che s’è fatta l’Italia anche gli italiani son stati fatti. Ci son state due guerre mondiali, un ventennio indecente, una scuola pubblica nazionale e una televisione di Stato che hanno suggellato la nascita della Nazione.

Oggi la Nazione italiana è in crisi di identità. E non per colpa dei brutti ceffi che volevano inventare e costruire la Nazione padana; siete stati bravi a non dare alcuna chance a una teoria tanto bislacca. Si tratta invece della crisi di un Paese vecchio per anagrafe e per testa, che non prende posizione sulla sua identità, e quindi la difende in modo goffo e inefficiente. Perché ci sono dubbi sull’italianità di Balotelli? Diciamolo. Perché è nero. Facciamo che uno è italiano solo se bianco? Non sarò mai d’accordo, ma almeno lo sappiamo. (Poi però i figli dei matrimoni misti? Facciamo un biancometro come per i dentifrici whitening?) Che italiani volete essere? Che Italia vogliamo costruire?

A una che c’ha messo dodici anni per diventare italiana e farci vincere le medaglie, davvero volevate dirle di no?

Autoritratto azzurro di @dariyaderkach

Standard
giringiri, mostovi

La Croazia migliore

Commissione Europea

Sulla facciata del palazzo della Commissione Europea.

Sono stata a Bruxelles per un esame e l’ho conosciuta. La Croazia migliore, quella che vorrei prevalesse, quella che mi va bene pure se indipendente, pure se pronta ad affrontare questo duro mondo con i suoi appena quattro milioni di cittadini, su per giù quelli della sola Emilia-Romagna.

La Croazia entrerà nell’Unione Europea il Primo Luglio, nel momento in cui più lasco che mai mi appare il legame tra gli Stati Membri (che maiuscole imperanti, che lessico eurocratese!). La crisi economica, di sistema, di valori e sentimenti, e di chissà cos’altro ancora morde sempre più forte e lascia gli eurocittadini scettici sui nuovi arrivati: Ma che entrate affare?

Eppure la Croazia migliore ha entusiasmo da vendere e ha il volto di Petra, che parla cinque lingue e ha pranzato con me al parco; di Hrvoje che ha il nome più impronunciabile del gruppo ma lavora a Slobodna Dalmacija, il quotidiano che si legge a casa mia da sempre; di Ana da Vienna che come me colleziona cittadinanze; di Ines che ha il nome meno croato ma a me più caro.

Mentre prendevamo dei caffè nei pressi della metro Schuman tra una prova e l’altra delle selezioni interminabili per lavorare all’Unione Europea, ho pensato da una parte che ciascuno di loro abbassa le mie chance di essere presa, ma dall’altra che tutto sommato non è affatto drammatico fallire essendo in concorrenza con giovani donne e uomini così preparati, così cordiali e sorridenti, così consapevoli di dove sono ma soprattutto di dove vogliono andare. Per questi croati speciali non sarà importante lavorare fuori o dentro la Croazia, ma farlo con la mente libera e aperta.

È stato bello parlare il mio croato dall’accento italiano a Bruxelles. È stato bello scoprire che tutti –tutti– hanno un rapporto molto sereno con il nostro comune iugopassato, tanto da scherzare bonariamente sui pionieri piccoli che tutti sono stati, sui “cugini” sloveni che sono già nell’Unione, e sui “cugini” serbi, bosniaci eccetera che forse un giorno chissà entreranno pure loro. Ammesso che quel giorno l’Unione sarà ancora unita, sia chiaro.

A volte mi pare che ci sia ben poco da festeggiare. E il Primo Luglio, come sempre, mi prenderà quel poco di nostalgia che accomuna molte noi anime slave. Tipo una saudade lusitana, ma meno fascinosa e più odorosa di cavolo cappuccio sott’aceto. Però lo so che non è più tempo di pensare a cosa sarebbe successo se (se niente guerra, se passaggio soft al capitalismo, se niente Oluja, se divorzio consensuale stile Cecoslovacchia, se…) ma che è ora già da un pezzo di lottare qui oggi e per molto tempo ancora per valori ancora deboli di solidarietà rispetto e cooperazione. Il nazionalismo non è pericoloso perché legato alla guerra civile, ma perché danneggia le generazioni che verranno e ostacola un sano sviluppo economico.

La nuova Croazia merita di avere una possibilità, e ha bisogno di una mano dall’Europa (non tanto e non solo dall’Unione Europea, ma dall’Europa proprio, con i suoi cittadini e la sua storia) per combattere le derive nazionaliste, omofobe, razziste, fondamentaliste che covano sotto la cenere, e per scrollarsi di dosso la corruzione imperante di una classe dirigente inadeguata e spesso responsabile in prima persona di ogni nefandezza durante il periodo bellico.

Sarà dura, durissima. Ma io penso a Petra, Hrvoje, Ana, Ines e agli altri ragazzi di Bruxelles e so che per lo meno l’armata del bene è pronta. Dobrodošla, Hrvatska! E mettiti “una coperta calda addosso”.

Standard